CATERINA DA SIENA
VOLGARMENTE DETTO
NUOVA EDIZIONE
SECONDO UN INEDITO CODICE SENESE
A CURA DI MATILDE FIORILLI
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI TIPOGRAFI-
EDITORI-LIBRAI 1912
Dialogue
Hurtaud ; Dialogue Cartier ; Dialogo ; Lettres I ; Lettres II ;
Vie ; Bibliothèque
édition numérique a été réalisée pour
le 82ème anniversaire du Pape Jean-Paul II, le 18 mai 2002
et lui est dédiée.
SANTA
CATERINA DA SIENA
LIBRO
DELLA DIVINA DOTTRINA
DIALOGO
DELLA DIVINA PROVVIDENZA
CAPITOLO
I. Come l'anima per orazione s'unisce con Dio, e come questa anima, de la quale
qui si parla, essendo levata in contemplazione, faceva a Dio quatro petizioni.
CAPITOLO
II. Come el desiderio di questa anima crebbe, essendole mostrato da Dio la
necessitá del mondo.
CAPITOLO
III. Come l'operazioni finite non sono sufficienti a punire né a remunerare
senza l'affetto de la caritá continuo.
CAPITOLO
IV. Come el desiderio e la contriczione del cuore satisfa a la colpa e a la
pena in sé e in altrui, e come tale volta satisfa a la colpa e none a la pena.
CAPITOLO
V. Come molto è piacevole a Dio el desiderio di volere portare per lui.
CAPITOLO
VI. Come ogni virtú e ogni defecto si fa col mezzo del proximo.
CAPITOLO
VII. Come le virtú s'aoperano col mezzo del proximo, e perché le virtú sono
poste tanto differenti ne le creature.
CAPITOLO
VIII . Come le virtú si pruovano e fortificano per li loro contrari.
TRACTATO
DE LA DISCREZIONE
CAPITOLO
IX. Qui comincia el trattato de la discrezione. E prima, come l'affetto non si
die ponere principalmente ne la penitenzia ma ne le virtú. E come la
discrezione riceve vita da l’umilita, e come rende ad ciascuno el debito suo.
CAPITOLO
X. Similitudine come la canta, l'umilita e la discrezione sono unite insieme; a
la quale similitudine l'anima si debba conformare.
CAPITOLO
XI. Come la penitenzia e gli altri exercizi corporali si debbono prendere per
strumento da venire a virtú e non per principale affecto. E del lume de la
discrezione in diversi altri modi e operazioni.
CAPITOLO
XII. Repetizione d'alcune cose gia dette, e come Dio promette refrigerio a'
servi suoi e la reformazione de la sancta Chiesa col mezzo del molto sostenere.
CAPITOLO
XIII. Come questa anima per la responsione divina crebbe insiememente e manca
in amaritudine; e come fa orazione a Dio per la Chiesa sancta sua e per lo
popolo suo.
CAPITOLO
XIV. Come Dio si lamenta del popolo cristiano, e singularmente de' ministri
suoi, toccando alcuna cosa del sacramento del Corpo di Cristo e del benefizio
de la Incarnazione.
CAPITOLO
XV. Come la colpa è piú gravemente punita doppo la passione di Cristo che
prima, e come Dio promette di fare misericordia al mondo e a la sancta Chiesa
col mezzo dell'orazione e del patire de' servi suoi.
CAPITOLO
XVI. Come questa anima cognoscendo piú de la divina bontá, non rimaneva
contenta di pregare solamente per lo popolo cristiano e per la sancta Chiesa,
ma pregava per tutto quanto el mondo.
CAPITOLO
XVII. Come Dio si lamenta de le sue creature razionali e maximamente per
l'amore proprio che regna in loro, confortando la predetta anima ad orazione e
lagrime.
CAPITOLO
XVIII. Come neuno può uscire de le mani di Dio, però che o egli vi sta per
misericordia o elli vi sta per giustizia.
CAPITOLO
XIX. Come questa anima crescendo nell'amoroso fuoco desiderava di sudare di
sudore di sangue; e reprendendo se medesima faceva singulare orazione per lo
padre dell'anima sua.
CAPITOLO
XX. Come senza tribolazioni portate con pazienzia non si può piacere a Dio; e
però Dio conforta lei e il padre suo a portare con vera pazienzia.
CAPITOLO
XXI. Come, essendo rotta la strada d'andare al cielo per la disobedienzia
d'Adam, Dio fece del suo Figliuolo ponte per lo quale si potesse passare.
CAPITOLO
XXII. Come Dio induce la predecta anima a raguardare la grandezza d'esso ponte,
cioè per che modo tiene da la terra al cielo.
CAPITOLO
XXIII. Come tutti siamo lavoratori messi da Dio a lavorare ne la vigna de la
sancta Chiesa. E come ciascuno ha la vigna propria da se medesimo; e come noi
tralci ci conviene essere uniti ne la vera vite del Figliuolo di Dio.
CAPITOLO
XXIV. Per che modo Dio pota i tralci uniti con la predetta vite, cioè i servi
suoi, e come la vigna di ciascuno è tanto unita con quella del proximo, che
neuno può lavorare o guastare la sua che non lavori o guasti quella del
proximo.
CAPITOLO
XXV. Come la predetta anima, doppo alcune laude rendute a Dio, el prega che le
mostri coloro che vanno per lo ponte predetto e quelli che non vi vanno.
CAPITOLO
XXVI. Come questo benedetto ponte ha tre scaloni, per li quali si significano
tre stati dell'anima. E come questo ponte, essendo levato in alto, non é pera
separato da la terra. E come s'intende quella parola che Cristo dixe: “Se Io
sarò levato in alto, ogni cosa trarrò a me ».
CAPITOLO
XXVII. Come questo ponte é murato di pietre, le quali significano le vere e
reali virtú, e come in sul ponte è una bottiga, dove sì dú el cibo a'
viandanti; e come chi tiene per lo ponte va ad vita, ma chi tiene di sotto per
lo fiume, va ad perdizione e ad morte.
CAPITOLO
XXVIII. Come per ciascuna di queste due strade si va con fadiga, cioè per lo
ponte e per lo fiume. E del dilecto che l'anima sente in andare per lo ponte.
CAPITOLO
XXIX. Come questo ponte, essendo salito al cielo el di de la Ascensione, non si
parti però di terra.
CAPITOLO
XXX. Come questa anima, maravigliandosi de la misericordia di Dio, raconta
molti doni e grazie procedute da essa divina misericordia ad l'umana
generazione.
CAPITOLO
XXXI. De la indignita di quelli che passano per lo fiume, di sotto al ponte
decto; e come l'anima, che passa di sotto, Dio la chiama arbore di morte, el
quale tiene le radici sue principalmente in quatro vizi.
CAPITOLO
XXXII. Come e' fructi di questo arbore tanto sono diversi quanto sono diversi
e' peccati. E prima del peccato de la carnalitade.
CAPITOLO
XXXIII. Come el frutto d'alcuni altri è l'avarizia. E de' mali che procedono da
essa.
CAPITOLO
XXXIV. Come d'alcuni altri, e' quali tengono stato di signoria, el loro fructo
è ingiustizia.
CAPITOLO
XXXV. Come per questi e per altri defecti si cade nel falso giudicio. E de la
indignità ne la quale perciò si viene.
CAPITOLO
XXXVI. Qui parla sopra quella parola che dixe Cristo quando dixe: « Io mandarò
el Paraclito che riprendere el mondo de la ingiustizia e del falso giudicio ».
E qui dice come una di queste reprensioni è continua.
CAPITOLO
XXXVII. De la seconda reprensione, ne la quale si riprende de la ingiustizia e
del falso giudicio in generale e in particulare.
CAPITOLO
XXXVIII. Di quattro principali tormenti de' danpnati; a' quali seguitano tucti
gli altri e in singularita della ladiezza del demonio.
CAPITOLO
XXXIX. De la terza reprensione, la quale si farà nel di del giudicio.
CAPITOLO
XL. Come i danpnati non possono desiderare alcuno bene.
CAPITOLO
XLI. De la gloria de' beati.
CAPITOLO
XLII. Come doppo el giudicio generale crescerá la pena de' danpnati.
CAPITOLO
XLIII. De la utilita de le temptazioni, e come ogni anima ne la extremita de la
morte vede e gusta el luogo suo, prima che essa anima sia separata dal corpo,
cioè o pena o gloria che debba ricevere.
CAPITOLO
XLIV. Come el demonio sempre piglia l'anime sotto colore d'alcuno bene. E come
quelli che tengono per lo fiume, e non per lo ponte predetto, sono ingannati,
però che volendo fuggire le pene caggiono ne le pene; ponendo qui la visione
d'uno arbore che questa anima ebbe una volta.
CAPITOLO
XLV. Come, avendo el mondo per lo peccato germinato spine e triboli, chi sono
quelli ad cui queste spine non fanno male, bene che neuno passi questa vita
senza pena.
CAPITOLO
XLVI. De' mali che procedono da la cechita dell'occhio de l'intelletto. E come
li beni che non sono facti in stato di grazia non vagliono ad vita etterna.
CAPITOLO
XLVII. Come non si possono observare i comandamenti che non si observino i
consigli. E come in ogni stato che la persona vuole essere, avendo sancta e
buona volontà, è piacevole a Dio.
CAPITOLO
XLVIII. Come li mondani con ciò che posseggono non si possono saziare; e de la
pena che dá loro la perversa volontà pur in questa vita.
CAPITOLO
XLIX. Come el timore servile non è sufficiente a dare vita eterna; e come
exercitando questo timore si viene ad amore de le virtú.
CAPITOLO
L. Come questa anima venne in grande amaritudine per la cechità di quelli che
s'annegavano giú per lo fiume.
CAPITOLO
LI. Come i tre scaloni figurati nel ponte giá decto, cioè nel Figliuolo di Dio,
significano le tre potenzie dell'anima.
CAPITOLO
LII. Come, se le predecte tre potenzie dell'anima non sono unite insieme, non
si può avere perseveranzia, senza la quale neuno giogne al termine suo.
CAPITOLO
LIII. Exposizione sopra quella parola che dixe Cristo: « Chi ha sete venga ad
me e beia ».
CAPITOLO
LIV. Che modo debba tenere generalmente ogni creatura razionale per potere
escire del pelago dei mondo e andare per lo predecto sancto ponte.
CAPITOLO
LV. Repetizione in somma d'alcune cose giá decte.
CAPITOLO
LVI. Come Dio, volendo mostrare a questa devota anima che i tre scaloni del
sancto ponte sono significati in particulare per li tre stati dell'anima, dice
che ella levi sé sopra di sé a raguardare questa veritá.
CAPITOLO
LVII. Come questa devota anima, raguardando nel divino specchio, vedeva le
creature andare in diversi modi.
CAPITOLO
LVIII. Come el timore servile, senza l'amore de le virtú, non è sufficiente a
dare vita eterna. E come la legge del timore e quella dell'amore sono unite
insieme.
CAPITOLO
LIX. Come, exercitandosi nel timore servile, el quale è stato d' inperfeczione
(per lo quale s'intende el primo scalone del sancto ponte), si viene al
secondo, el quale è stato di perfeczione.
CAPITOLO
LX. De la inperfeczione di quelli che amano e servono Dio per propria utilita e
diletto e consolazione.
CAPITOLO
LXI. In che modo Dio manifesta se medesimo all'anima che l'ama.
CAPITOLO
LXII. Perché Cristo non dixe: «Io manifestarti el Padre mio», ma dire: « Io
manifestarò me medesimo ».
CAPITOLO
LXIII. Che modo tiene l'anima per salire lo scalone secondo del sancto ponte,
essendo giá salita el primo.
CAPITOLO
LXIV. Come, amando Dio inperfectamente, inperfectamente s'ama el proximo. E de'
segni di questo amore inperfecto.
TRACTATO
DELL'ORAZIONE
CAPITOLO
LXV. Del modo che tiene l'anima per giognere ad l'amore schietto e liberale. E
qui comincia el tractato dell'orazione.
CAPITOLO
LXVI. Qui, toccando alcuna cosa del sacramento del Corpo di Cristo, da piena
doctrina come l'anima venga da l'orazione vocale a la mentale; e narra qui una
visione che questa devota anima ebbe una volta.
CAPITOLO
LXVII. De lo inganno che ricevono gli uomini mondani, e' quali amano e servono
Dio per propria consolazione e dilecto.
CAPITOLO
LXVIII. De lo inganno che ricevono e' servi di Dio, e' quali ancora amano Dio
di questo amore imperfecto predecto.
CAPITOLO
LXIX. Di quelli e' quali, per non lassare la loro pace e consolazione, non
sovengono al proximo ne le sue necessitadi.
CAPITOLO
LXX. De lo inganno che ricevono quelli li quali hanno posto tucto el loro
affecto ne le consolazioni e visioni mentali.
CAPITOLO
LXXI. Come i predecti, che si dilectano de le consolazioni e visioni mentali,
possono essere ingannati ricevendo el demonio transfigurato in forma di luce. E
de' segni a' quali si può cognoscere quando la visitazione è da Dio, o dal
demonio.
CAPITOLO
LXXII. Come l'anima, che in verita cognosce se medesima, saviamente si guarda
da tucti li predecti inganni.
CAPITOLO
LXXIII. Per che modi l'anima si parte da l'amore inperfecto e giogne ad l'amore
perfecto dell'amico e filiale.
CAPITOLO
LXXIV. De' segni a' quali si cognosce che l'anima sia venuta all'amore
perfecto.
CAPITOLO
LXXV. Come gl' imperfecti vogliono seguitare solamente el Padre, ma i perfecti
seguitano el Figliuolo. E d'una visione che ebbe questa devota anima, ne la
quale si narra di diversi baptesmi e d'alcune altre belle e utili cose.
CAPITOLO
LXXVI. Come l'anima, essendo salita el terzo scalone del sancto ponte, cioè
pervenuta a la bocca, piglia incontenente l'offizio de la bocca. E come la
propria volonta essendo morta è vero segno che ella v'è gionta.
CAPITOLO
LXXVII. De le operazioni de l'anima poi che è salita el predecto sancto terzo
scalone.
CAPITOLO
LXXVIII. Del quarto stato, el quale non è però separato dal terzo; e de le
operazioni de l'anima che è gionta a questo stato; e come Dio non si parte mai
da essa per continuo sentimento.
CAPITOLO
LXXIX. Come Dio da' predecti perfectissimi non si sottrae per sentimento né per
grazia, ma si per unione.
CAPITOLO
LXXX. Come li mondani rendono gloria e loda a Dio, vogliano essi o no.
CAPITOLO
LXXXI. Come eziandio li demòni rendono gloria e loda a Dio.
CAPITOLO
LXXXII. Come l'anima, poi che è passata di questa vita, vede pienamente la
gloria e loda del nome di Dio in ogni creatura. E come in essa è finita la pena
del desiderio, ma non el desiderio.
CAPITOLO
LXXXIII. Come, poi che sancto Paulo appostolo fu tracto a vedere la gloria de'
beati, desiderava d'essere sciolto dal corpo; la qual cosa fanno anche quelli
che sono giunti al terzo e al quarto santo stato predecto.
CAPITOLO
LXXXIV. Per quali cagioni l'anima desidera d'essere sciolta dal corpo. La quale
cosa non potendo essere, non discorda però dalla volontà di Dio; ma piú tosto
si gloria in questa e in ogni altra pena per onore di Dio.
CAPITOLO
LXXXV. Come quelli che sono gionti al predetto stato unitivo, sono illuminati
nell'occhio dell'intelletto loro di lume sopranaturale infuso per grazia; e
come è meglio andare per consiglio de la salute dell'anima ad uno umile con
sancta coscienzia, che a uno superbo licterato.
CAPITOLO
LXXXVI. Repetizione utile di molte cose gia dette; e come Dio induce questa
devota anima a pregarlo per ogni creatura e per la sancta Chiesa.
CAPITOLO
LXXXVII. Come questa devota anima fa petizione a Dio di volere sapere de li
stati e fructi de le lagrime.
CAPITOLO
LXXXVIII. Come sono cinque maniere di lagrime.
CAPITOLO
LXXXIX. De la differenzia d'esse lagrime, discorrendo per li predecti stati
dell'anima.
CAPITOLO
XC. Repetizione breve del precedente capitolo. E come el demonio fugge da
quelli che sono gionti a le quinte lagrime. E come le molestie del dimonio sono
verace via da giognere a questo stato.
CAPITOLO
XCI. Come quelli, che desiderano le lagrime degli occhi e non le possono avere,
hanno quelle del fuoco. E per che cagione Dio sottrae le lagrime corporali.
CAPITOLO
XCII. Come li quatro stati di questi predetti cinque stati de le lagrime danno
infinite varietadi di lagrime. E come Dio vuole essere servito con cosa
infinita e non con cosa finita.
CAPITOLO
XCIII. Del fructo de le lagrime degli uomini mondani.
CAPITOLO
XCIV. Come li predecti piangitori mondani sono percossi da quatro diversi
venti.
CAPITOLO
XCV. De' fructi de le seconde e de le terze lagrime.
CAPITOLO
XCVI. Del fructo de le quarte e unitive lagrime.
CAPITOLO
XCVII. Come questa devota anima, ringraziando Dio de la dechiarazione de'
predecti stati de le lagrime, gli fa tre petizioni.
CAPITOLO
XCVIII. Come el lume de la ragione è necessario ad ogni anima che vuole a Dio
in veritá servire. E prima, del lume generale.
CAPITOLO
XCIX. Di quelli e' quali hanno posto piú el loro desiderio in mortificare el
corpo che in uccidere la propria volontà; el quale è uno lume perfecto piú che
il generale, ed è questo el secondo lume.
CAPITOLO
C. Del terzo e perfectissimo lume de la ragione. E dell'opere che fa l'anima
quando è venuta a esso lume. E d'una bella visione che questa devota anima ebbe
una volta, ne la quale si tracta pienamente del modo da venire ad perfecta
purita, e dove anco si parla del non giudicare.
CAPITOLO
CI. Per che modo ricevono l'arra di vita eterna in questa vita quelli che
stanno nel predetto terzo perfectissimo lume.
CAPITOLO
CII. Per che modo si debba reprendere el proximo, a ciò che la persona non
caggia in falso giudizio.
CAPITOLO
CIII. Come, se, pregando per alcuna persona, Dio la manifestasse, ne la mente
di chi prega, piena di tenebre, non si debba però giudicare in colpa.
CAPITOLO
CIV. Come la penitenzia non si die pigliare per fondamento né per principale
affecto, ma l’affecto e l'amore de le virtú.
CAPITOLO
CV. Repetizione in somma de le predecte cose, con una agiunta sopra la
reprensione del proximo.
CAPITOLO
CVI. De' segni da cognoscere quando le visitazioni e visioni mentali sono da
Dio o dal demonio.
CAPITOLO
CVII. Come Dio è adempitore de' sancti desidèri de' servi suoi, e come molto
gli piace chi dimanda e bussa a la porta de la sua Verità top perseveranzia.
CAPITOLO
CVIII. Come questa devota anima, rendendo grazie a Dio, s'umilia. Poi fa
orazione per tutto el mondo e singularmente per lo corpo mistico de la sancta
Chiesa e per li figliuoli suoi spirituali e per li due padri de l'anima sua. E,
doppo queste cose, dimanda d'udire parlare de' defecti de' ministri de la
sancta Chiesa.
CAPITOLO
CIX. Come Dio rende sollicita la predecta anima all'orazione, rispondendo ad
alcuna de le predecte petizioni.
CAPITOLO
CX. De la dignità de' sacerdoti, e del sacramento del Corpo di Cristo. E di
quelli che comunicano degnamente e indegnamente.
CAPITOLO
CXI. Come i sentimenti corporali tucti sono ingannati del predetto sacramento,
ma non quelli dell'anima; e però con quelli si debba vedere, gustare e toccare.
E d'una bella visione che questa anima ebbe sopra questa materia.
CAPITOLO
CXII. De la excellenzia dove l'anima sta, la quale piglia el predetto
sacramento in grazia.
CAPITOLO
CXIII. Come le predecte cose, che sono dette intorno a la excellenzia del
sacramento, sono decte per meglio cognoscere la dignità de' sacerdoti. E come
Dio richiede in essi maggiore purità che nell'altre creature.
CAPITOLO
CXIV. Come li sacramenti non si debbono vendere né comprare, e come quelli che
el ricevono debbono sovenire li ministri de le cose temporali, quali essi
ministri debbono dispensare in tre parti.
CAPITOLO
CXV. De la dignità de' sacerdoti, e come la virtú de' sacramenti non diminuisce
per le colpe di chi gli ministra o riceve. E come Dio non vuole che li secolari
s' inpaccino di corrèggiarli.
CAPITOLO
CXVI. Come la persecuzione, che si fa a la sancta Chiesa o vero a' ministri,
Dio la reputa facta a sé, e come questa colpa piú è grave che neuna altra.
CAPITOLO
CXVII. Qui si parla contra li persecutori de la sancta Chiesa e de' ministri,
in diversi modi.
CAPITOLO
CXVIII. Repetizione breve sopra le predecte cose de la sancta Chiesa e de'
ministri.
CAPITOLO
CXIX. De la excellenzia e de le virtii e de le operazioni sancte de' virtuosi e
sancti ministri. E come essi hanno la condiczione del sole. E de la correczione
loro verso de' subditi.
CAPITOLO
CXX. Repetizione in somma del precedente capitolo; e de la reverenzia che si
debba rendere a' sacerdoti, o buoni o rei che siano.
CAPITOLO
CXXI. De' difecti e de la malavita degl' iniqui sacerdoti e ministri.
CAPITOLO
CXXII. Come ne' predecti iniqui ministri regna la ingiustizia, e singularmente
non correggendo i subditi.
CAPITOLO
CXXIII. Di molti altri defecti de' predetti ministri, e singularmente
dell'andare per le taverne e del giocare e del tenere le concubine.
CAPITOLO
CXXIV. Come ne' predetti ministri regna el peccato contra natura, e d'una bella
visione che questa anima ebbe sopra questa materia.
CAPITOLO
CXXV. Come per gli predetti defecti li subditi non si correggono. E de' defecti
de' religiosi. E come, per lo non correggere li predetti mali, molti altri ne
seguitano.
CAPITOLO
CXXVI. Come ne' predecti iniqui ministri regna el peccato de la luxuria.
CAPITOLO
CXXVII.Come ne' predecti ministri regna l'avarizia, prestando ad usura; ma
singularmente vendendo e comprando li benefizi e le prelazioni. E de' mali che
per questa cupidità sono advenuti ne la sancta Chiesa.
CAPITOLO
CXXVIII. Come ne' predecti ministri regna la superbia, per la quale si perde el
co. gnoscimento; e come, avendo perduto el cognoscimento, caggiono in questo
defecto, cioè che fanno vista di consecrare e non consacrano.
CAPITOLO
CXXIX. Di molti altri defecti e' quali per superbia e per l'amore proprio si
comectono.
CAPITOLO
CXXX. Di molti altri defecti e' quali comectono li predetti iniqui ministri.
CAPITOLO
CXXXI. De la differenzia de la morte de' giusti ad quella de' peccatori. E
prima, de la morte de' giusti.
CAPITOLO
CXXXII. De la morte de' peccatori e de le pene loro nel punto de la morte.
CAPITOLO
CXXXIII. Repetizione breve sopra molte cose gin dette, e come Dio in tutto
vieta che i sacerdoti non siano toccati per le mani de' secolari, e come invita
la predetta anima a piangere sopra essi miseri sacerdoti.
CAPITOLO
CXXXIV.Come questa devota anima, laudando e ringraziando Dio, fa orazione per
la sancta Chiesa.
TRACTATO
DE LA PROVIDENZIA
CAPITOLO
CXXXV. Qui comincia el tractato de la providenzia di Dio. E prima de la
providenzia in generale, cioè come providde creando l'uomo a la imagine e
similitudine sua. E come provide con la incarnazione del Figliuolo suo, essendo
serrata la porta del paradiso per lo peccato d'Adam. E come providde dandocisi
in cibo continuamente nell'altare.
CAPITOLO
CXXXVI. Come Dio providde dando la speranza ne le sue creature. E come chi piú
perfectamente spera, piú perfectamente gusta la providenzia sua.
CAPITOLO
CXXXVII. Come Dio provide nel Testamento vecchio con la legge e co' profeti; e
poi con mandare el Verbo; poi con gli apostoli, co' martiri e con gli altri
sancti uomini. Come nulla adiviene a le creature, che tucto non sia providenzia
di Dio.
CAPITOLO
CXXXVIII. Come ciò che Dio ci permecte è solamente per nostro bene e per nostra
salute. E come sono ciechi e ingannati quelli che giudicano el contrario.
CAPITOLO
CXXXIX. Come Dio providde in alcuno caso particulare a la salute di quella
anima ad cui adivenne el caso.
CAPITOLO
CXL. Qui, narrando Dio la providenzia sua verso de le sue creature in diversi
altri modi, si lagna de la infedelità d'esse sue creature. Ed exponendo una
figura del vecchio Testamento, dá una utile doctrina.
CAPITOLO
CXLI. Come Dio provede verso di noi, che noi siamo tribolati per la nostra
salute. E de la miseria di quelli che si confidano in sé e non ne la
providenzia sua. E de la excellenzia di quelli che si confidano in essa
providenzia.
CAPITOLO
CXLII. Come Dio providde verso de l'anime dando i sacramenti, e come provede a'
servi suoi affamati del sacramento del Corpo di Cristo; narrando come providde
piú volte, per mirabile modo, verso d'una anima affamata d'esso sacramento.
CAPITOLO
CXLIII. De la providenzia di Dio verso di coloro che sono in peccato mortale.
CAPITOLO
CXLIV. De la providenzia che Dio usa verso di coloro che sono ancora nell'amore
inperfecto.
CAPITOLO
CXLVI. Repetizione breve de le predette cose. Poi parla sopra quella parola che
dixe Cristo a sancto Pietro, quando dixe: « Mette la rete da la parte dextra de
la nave».
CAPITOLO
CXLVII. Come la predetta rete la gitta; piú perfettamente uuo; che un altro,
unge piglia piú pesci. E de la excellenzia di questi perfetti.
CAPITOLO
CXLVIII. De la providenzia di Dio in generale, la quale usa verso le sue
creature in questa vita é nell'altra.
CAPITOLO
CXLIX. De la providenzia che Dio usa verso de' poveri servi suoi, sovenendoli
ne le cose temporali.
CAPITOLO
CL. Dei mali che procedono dal tenere o desiderare disordinatamente le
ricchezze temporali.
CAPITOLO
CLI. De la excellenzia de' poveri per spirituale intenzione. E come Cristo ci
amaestrò di questa povertà non solamente per parole, ma per exemplo. E de la
providenzia di Dio verso di quelli che questa povertà pigliano.
CAPITOLO
CLII. Repetizione in somma de la predecta divina providenzia.
CAPITOLO
CLIII. Come questa anima, laudando e ringraziando Dio, el prega che esso le
parli de la virtú de la obedienzia.
TRACTATO
DELL' OBEDIENZIA
CAPITOLO
CLIV. Qui comincia el trattato dell'obedienzia. E prima, dove l’obedienzia si
truova, e che è quello che ce la tolle, e quale è il segno che l'uomo l'abbi o
no, e chi è la sua compagna e da cui è notricata.
CAPITOLO
CLV. Come l’obedienzia é una chiave con la quale si disera el cielo, e come
debba avere el funicello e debbasi portare attaccata a la cintura. E de le excellenzie
sue.
CAPITOLO
CLVI. Qui insiememente si parla de la miseria de li inobedienti e de la
excellenzia de li obedienti.
CAPITOLO
CLVII. Di quelli e' quali pongono tanto amore all'obedienzia che non rimangono
contenti de la obedienzia generale de' comandamenti, ma pigliano l’obedienzia
particulare.
CAPITOLO
CLVIII. Per che modo si viene da l’obedienzia generale a la particulare. E de
la excellenzia de le religioni.
CAPITOLO
CLIX. De la excellenzia de li obedienti e de la miseria de li inobedienti, li
quali vivono ne lo stato de la religione.
CAPITOLO
CLX. Come li veri obedienti ricevono per uno cento e vita eterna. E che
s'intende per quello uno e per quello cento.
CAPITOLO
CLXI. De la perversita, miserie e fadighe de lo inobediente. E de' miserabili
frutti che procedono da la inobedienzia.
CAPITOLO
CLXII. De la inperfeczione di quelli che tiepidamente vivono ne la religione,
avengaché si guardino da peccato mortale. E del remedio da uscire de la loro
tiepiditade.
CAPITOLO
CLXIII. De la excellenzia de la obedienzia, e de’ beni che dá a chi in veritá
la piglia.
CAPITOLO
CLXIV. Distinczione di due obedienzie, cioè di quella de' religiosi e di quella
che si rende ad alcuna persona fuore de la religione.
CAPITOLO
CLXV. Come Dio non merita secondo la fadiga de l’obedienzia né secondo
longhezza di tempo, ma secondo la grandezza de la carita. E de la prontitudine
de' veri obedienti, e de' miracoli che Dio ha mostrati per questa virtú. E de
la discrezione nell'obedire, e dell'opere e del premio del vero obediente.
CAPITOLO
CLXVI. Questa è una repetizione in somma quasi di tucto questo presente libro.
CAPITOLO
CLXVII. Come questa devotissima anima, ringraziando e laudando Dio, fa orazione
per tutto el mondo e per la Chiesa sancta. E, comendando la vìrtú de la fede,
fa fine a questa opera.
PROPRIETA LETTERARIA
AGOSTO MCMXII — 31955
AL NOME
DI IESU CRISTO CROCIFIXO E DI MARIA DOLCE
QUESTO
LIBRO FECE LA VENERABILE VERGINE
CATERINA
DA SIENA MANTELLATA DI SANCTO DOMENICO
LIBER
DIVINE DOCTRINE DATE PER PERSONAM DEI PATRIS INTELLECTUI LOQUENTIS GLORIOSE ET
STANTE VIRGINI CATERINE DE SENIS PREDICATORUM ORDINIS. CONSCRIPTUS IPSA
DICTANTE LICET VULGARITER ET STANTE IN RAPTU ACTUALITER ET AUDIENTE QUID IN EA
LOQUERETUR
DOMINUS DEUS ET CORAM
PLURIBUS REFERENTE
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Levandosi una anima
ansietata di grandissimo desiderio verso l'onore di Dio e la salute de l'anime;
exercitandosi per alcuno spazio di tempo nella virtú, abituata e abitata nella
cella del cognoscimento di sé per meglio cognoscere la bontá di Dio in sé;
perché al cognoscimento séguita l'amore, amando cerca di seguitare e vestirsi
della veritá. E perché in veruno modo gusta tanto ed è illuminata d'essa veritá
quanto col mezzo de l'orazione umile e continua fondata nel cognoscimento di sé
e di Dio (però che l'orazione, exercitandola per lo modo decto, unisce l'anima
in Dio, seguitando le vestigie di Cristo crocifixo), e cosí per desiderio e
affecto e unione d'amore ne fa un altro sé.
Questo parbe che
dicesse Cristo quando disse: « Chi m'amará e servará la parola mia Io
manifestarò me medesimo a lui, e sarà una cosa con mero e Io con lui ». E in
piú luoghi troviamo simili parole, per le quali potiamo vedere che egli è la
veritá che per affecto d'amore l'anima diventa un altro lui. E per vederlo piú
chiaramente, ricòrdomi d'avere udito d'alcuna serva di Dio che essendo in
orazione, levata con grande elevazione di mente, Dio non nascondeva a l'occhio
de l' intellecto suo l'amore che aveva a' servi suoi: anco el manifestava, e
tra l’altre cose diceva: — Apre l'occhio de l’intellecto e mira in me, e vedrai
la dignità e bellezza della mia creatura che ha in sé ragione. E tra la
bellezza che io ho data a l'anima creandola a la imagine e similitudine mia,
raguarda costoro che sono vestiti del vestimento nupziale, cioè della carità,
adornato di (4) molte vere e reali virtú, uniti sonno con meco per amore. E
però ti dico che se tu mi dimandassi : — Chi sonno costoro? — Rispondarei —
diceva il dolce e amoroso Verbo: — Sonno un altro me, perché hanno perduta e
annegata la propria volontà, e vestitisi, unitisi e conformatisi con la mia. —
Bene è dunque vero
che l'anima s'unisce per affetto d'amore. Si che, volendo piú virilmente
cognoscere e seguitare la veritá, levando il desiderio suo, prima per se
medesima (considerando che l'anima non può fare vera utilitá di dottrina,
d'exemplo e d'orazione al proximo suo se prima non fa utilitá a sé, cioè
d'avere e acquistare la virtú in sé) domandava al sommo ed etterno Padre
quattro petizioni. La prima era per se medesima; la seconda per la reformazione
della sancta Chiesa; la terza generale per tutto quanto il mondo, e
singularmente per la pace dei cristiani e' quali sonno ribelli con molta
irreverenzia e persecuzione alla sancta Chiesa. Nella quarta dimandava la
divina providenzia che provedesse in comune, e in particulare in alcuno caso
che era adivenuto.
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Questo desiderio
era grande ed era continuo; ma molto maggiormente crebbe essendo mostrato dalla
prima Verità la necessità del mondo, e in quanta tempesta e offesa di Dio egli
era. E intesa aveva ancora una lettera, la quale aveva ricevuta dal padre de
l'anima sua, dove egli mostrava pena e dolore intollerabile de l'offesa di Dio
e danno de l'anime e persecuzione della sancta Chiesa. Tutto questo l'accendeva
il fuoco del sancto desiderio, con dolore de l'offesa e con allegrezza d'una
speranza per la quale aspettava che Dio provedesse a tanti mali. E perché nella
comunione l'anima pare che piú dolcemente si strenga fra sé e Dio e meglio
cognosca la sua veritá (l'anima (5) allora è in Dio, e Dio ne l'anima, si come
il pesce che sta nel mare, e il mare nel pesce); e per questo le venne
desiderio di giognere nella mactina per avere la messa; el quale di era il di
di Maria. Venuta la mactina e l'ora della messa, si pose con ansietato
desiderio e con grande cognoscimento di sé, vergognandosi della sua
imperfeczione, parendole essere cagione del male che si faceva per tutto quanto
el mondo, concipendo uno odio e uno dispiacimento di sé con una giustizia
sancta; nel quale cognoscimento e odio e giustizia purificava le macchie che le
pareva, ed era ne l'anima sua, di colpa, dicendo: — O Padre etterno, io mi
richiamo di me a te, che tu punisca l'offese mie in questo tempo finito. E
perché delle pene, che debba portare il proximo mio, io per li miei peccati ne
so' cagione, però ti prego benignamente che tu le punisca sopra di me.
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Alora la Verità
etterna, rapendo e tirando a sé piú forte il desiderio suo, facendo come faceva
nel Testamento vecchio che quando facevano il sacrifizio a Dio veniva uno fuoco
e tirava a sé il sacrifizio che era accepto a lui, cosí faceva la dolce Verità
a quella anima: che mandava il fuoco della clemenzia dello Spirito sancto e
rapiva il sacrifizio del desiderio che ella faceva di sé a lui, dicendo: — Non
sai tu, figliuola mia, che tutte le pene che sostiene o può sostenere l'anima
in questa vita non sonno sufficienti a punire una minima colpa? però che
l'offesa che è fatta a me, che so' Bene infinito, richiede satisfaczione
infinita. E però lo voglio che tu sappi che non tutte le pene che sonno date in
questa vita sonno date per punizione, ma per correczione, per gastigare il
figliuolo quando egli offende. Ma è vero questo: che col desiderio de l'anima
si satisfa, cioè con (6) la vera contrizione e dispiacimento del peccato. La
vera contrizione satisfa a la colpa ed a la pena, non per pena finita che
sostenga, ma per desiderio infinito. Perché Dio, che è infinito, infinito amore
e infinito dolore vuole. Infinito dolore vuole in dite modi: l'uno è della
propria offesa la quale ha commessa contra 'l suo Creatore; l'altro è de
l'offesa che vede fare al proximo suo. Di questi cotali, perché hanno desiderio
infinito (cioè che sonno uniti per affecto d'amore in me, e però si dogliono
quando offendono o veggono offendere), ogni loro pena che sostengono, spirituale
o corporale, da qualunque lato ella viene, riceve infinito merito e satisfa a
la colpa che meritava infinita pena: poniamo che sieno state operazioni finite,
facte in tempo finito; ma perché fu adoperata la virtú e sostenuta la pena con
desiderio e contrizione e dispiacimento della colpa infinito, però valse.
Questo dimostrò
Paolo quando disse: «Se io avesse lingua angelica, sapesse le cose future,
desse il mio a' poveri, e dessi el corpo mio ad ardere, e non avesse carità,
nulla mi varrebbe ». Mostra il glorioso apostolo che l'operazioni finite non
sonno sufficienti né a punire né a remunerare senza il condimento dell'affecto
della caritá.
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— Hotti mostrato,
carissima figliuola, come la colpa non si punisce in questo tempo finito per
veruna pena che si sostenga, puramente pur pena. E dico che si punisce con la
pena che si sostiene col desiderio, amore e contrizione del cuore: non per
virtú della pena, ma per la virtú del desiderio de l'anima. Si come il
desiderio e ogni virtú vale ed ha in sé vita per Cristo crocifixo unigenito mio
Figliuolo in quanto l'anima ha tracto l'amore dallui e con virtú séguita le
vestigie sue.
7
Per questo modo
vagliono, e non per altro; e cosí le pene satisfanno a la colpa col dolce e
unitivo amore acquistato nel cognoscimento dolce della mia bontá, e amaritudine
e contrizione di cuore, cognoscendo se medesimo e le proprie colpe sue. El
quale cognoscimento genera odio e dispiacimento del peccato e della propria
sensualità. Unde egli si reputa degno delle pene e indegno del fructo. Si che —
diceva la dolce Verità — vedi che, per la contrizione del cuore, con l'amore
della vera pazienzia e con vera umilità, reputandosi degni della pena e indegni
del fructo, per umilità portano con pazienzia. Si che vedi che satisfa per lo
modo decto.
Tu mi chiedi pene
acciò che si satisfacci a l'offese che sonno facte a me dalle mie creature, e
dimandi di volere cognoscere e amare me che so' somma Verità. Questa è la via a
volere venire a perfecto cognoscimento e volere gustare me Verità etterna: che
tu non esca mai del cognoscimento di te; e abbassata che tu se' nella valle de
l’umilità, e tu cognosce me in te. Del quale cognoscimento trarrai quello che
t'è necessario. Neuna virtú può avere in sé vita se non dalla caritá. E
l’umilità è baglia e nutrice della caritá. Nel cognoscimento di te t'aumiliarai
vedendo te per te non essere, e l'essere tuo cognoscerai da me che v'ho amati
prima che voi fuste; e per l'amore ineffabile che lo v'ebbi, volendovi ricreare
a grazia v'ho lavati e ricreati nel sangue de l'unigenito mio Figliuolo sparto
con tanto fuoco d'amore.
Questo sangue fa
cognoscere la veritá a colui che s'ha levata la nuvila de l'amore proprio per
lo cognoscimento di sé; ché in altro modo non la cognoscerebbe. Allora l'anima
s'accenderà in questo cognoscimento di me con uno amore ineffabile; per lo
quale amore sta in continua pena, non pena afiliggitiva che affligga né
disecchi l'anima, anco la ingrassa; ma perché ha cognosciuta la mia veritá e la
propria colpa sua e la ingratitudine e ciechità del proximo, ha pena
intollerabile; e però si duole perché m'ama, ché se ella non m'amasse non si
dorrebbe.
Subbito che tu e
gli altri servi miei avarete, per lo modo decto, cognosciuta la mia veritá, vi
converrà sostenere infine a (8) la morte le molte tribolazioni e ingiurie e
rimprovèri in decto e in facto per gloria e loda del nome mio. Si che tu
portarai e patirai pene.
Tu dunque e gli
altri miei servi, portate con vera pazienzia, con dolore della colpa e amore
della virtú, per gloria e loda del nome mio. Facendo cosí, satisfarò le colpe
tue e degli altri miei servi, si che le pene che sosterrete saranno
sufficienti, per la virtú della carità, a satisfare e a remunerare in voi e in
altrui. In voi ne ricevarete fructo di vita, spente le macchie delle vostre
ignoranzie, e Io non mi ricordarò che voi m'offendeste mai. In altrui satisfarò
per la caritá e affecto vostro, e donarò secondo la disposizione loro con la
quale ricevaranno. In particulare a coloro che si dispongono umilemente e con
reverenzia a ricevere la doctrina de' servi miei, lo' perdonarò la colpa e la
pena. Come? che per questo verranno a questo vero cognoscimento e contrizione
de' peccati loro. Si che con lo strumento de l'orazione e desiderio de' servi
miei riceveranno fructo di grazia, ricevendo essi umilemente, come decto è, e
meno e piú, secondo che vorranno exercitare con virtú la grazia.
In generale, dico
che per li desidèri vostri riceveranno remissione e donazione. Guarda giá che
non sia tanta la loro obstinazione che eglino vogliano essere riprovati da me
per disperazione, spregiando el Sangue che con tanta dolcezza gli ha
ricomprati. Che frutto ricevono? el frutto è che Io gli aspetto, costretto da
l’orazioni de' servi miei, e dollo' lume, e follo' destare il cane della
coscienzia, e follo' sentire l'odore della virtú, e dilettargli della
conversazione de' miei servi. E alcuna volta permetto che ‘l mondo lo'
mostri quello che egli è, sentendo variate e diverse passioni acciò che
cognoscano la poca fermezza del mondo e levino il desiderio a cercare la patria
loro di vita etterna. E cosí per questi e molti altri modi, e' quali l'occhio
non è sufficiente a vedere né la lingua a narrare né il cuore a pensare quante
sonno le vie e' modi che Io tengo, solo per amore e per riducerli a grazia,
acciò che la mia veritá sia compita in loro.
9
Costrecto so' di
farlo da la inextimabile caritá mia con la quale lo li creai, e da l’orazioni e
desidèri e dolore de' servi Iniei; perché non so' spregiatore della lagrima,
sudore e umile orazione loro, anco gli accepto, però che lo so' colui che gli
fo amare e dolere del danno de l'anime. Ma non lo' dá satisfaczione di pena a
questi cotali generali, ma si di colpa, perché non sonno disposti dalla parte
loro a pigliare con perfetto amore l'amore mio e de' servi miei. Né non
pigliano el loro dolore con amaritudine e perfecta contrizione della colpa
commessa; ma con amore e contrizione imperfecta, e però non hanno né ricevono
satisfaczione di pena come gli altri, ma si di colpa; perché richiede
disposizione da l'una parte e da l'altra, cioè da chi dá e da chi riceve.
Perché sonno imperfecti, imperfettamente ricevono la perfeczione de' desidèri
di coloro che con pena gli offerano dinanzi da me per loro.
Perché ti dixi che
ricevevano satisfaczione, e anco l'era donato. Cosí è la veritá, che per lo
modo che Io t’ho decto, per li strumenti di quello che di sopra contiammo (del
lume della coscienzia, e de l'altre cose), l'è satisfacto la colpa; cioè
cominciandosi a ricognoscere, bomicano il fracidume de' peccati loro, e cosí ne
ricevono dono di grazia.
Questi sonno coloro
che stanno nella caritá comune. Se essi hanno ricevuto per correczione quello
che hanno avuto, e non hanno fatta resistenzia alla clemenzia dello Spirito
sancto, ricévonne vita di grazia estendo della colpa. Ma se essi, come
ignoranti, sonno ingrati e scognoscenti verso di me e verso le fadighe de'
servi miei, esso facto lo' torna in ruina e a giudicio quello che era dato per
misericordia; non per difetto della misericordia né di colui che impetrava la
misericordia per lo ingrato, ma solo per la miseria e durizia sua, il quale ha
posto, con la mano del libero arbitrio, in sul cuore la pietra del diamante
che, se non si rompe col Sangue, non si può rompere. Anco ti dico che, non
obstante la durizia sua, mentre che egli ha il tempo che può usare il libero
arbitrio, chiedendo il sangue del mio Figliuolo, con essa medesima mano e
pongalo sopra la durizia del cuore suo, lo spezzarà e riceverà il frutto del
(10) Sangue che è pagato per lui. Ma se egli s'indugia, passato el tempo, non
ha rimedio veruno, perché non ha riportata la dota che gli fu data da me:
dandoli la memoria perché ritenesse i benefizi miei, e lo 'ntellecto perché
vedesse e cognoscesse la veritá, e l'affecto perché egli amasse me, veritá
etterna, la quale lo 'ntellecto cognobbe.
Questa è la dota
che io vi diei, la quale debba ritornare a me Padre. Avendola venduta e
sbaractata al demonio, el demonio con esso lui ne va e portane quello che in
questa vita acquistò, empiendo la memoria delle delizie e ricordamento di
disonestà, superbia, avarizia e amore proprio di sé; odio e dispiacimento del
proximo, perseguitatore de' miei servi. In queste miserie obfuscano lo
'ntellecto per la disordinata volontà; cosí ricevono, con le puzze loro, pena
etternale, infinita pena, perché non satisfecero a la colpa con la contrizione
e dispiacimento del peccato.
Si che hai come la
pena satisfa alla colpa per la perfecta contrizione del cuore, non per le pene
finite. E non tanto la colpa, ma la pena che séguita doppo la colpa, a questi
che hanno questa perfeczione. E a' generali, come decto è, satisfa a la colpa,
cioè che, privati del peccato mortale, ricevono la grazia; e non avendo
sufficiente contrizione e amore a satisfare a la pena, vanno alle pene del
purgatorio, passati dal secondo e ultimo mezzo.
Si che vedi che
satisfa per lo desiderio de l'anima unito in me, che so' infinito Bene; poco e
assai, secondo la misura del perfecto amore di colui che dá l'orazione e il
desiderio e di colui che riceve. Con quella medesima misura che colui dá a me e
l'altro riceve in sé, con quella l'è misurato dalla mia bontá. Si che cresce il
fuoco del desiderio tuo, e non lassare punto di tempo che tu non gridi con voce
umile e con continua orazione dinanzi da me per loro. Cosí dico a te e al padre
de l'anima tua che Io t'ho dato in terra, che virilmente portiate, e morta sia
ogni propria sensualità.
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11
— Molto è piacevole
a me il desiderio di volere portare ogni pena e fadiga infino a la morte in
salute de l’anime. Quanto piú sostiene, piú dimostra che m'ami; amandomi, piú
cognosce della mia veritá; e quanto piú cognosce, piú sente pena e dolore
intollerabile de l'offesa mia.
Tu dimandavi di
sostenere e di punire e' difecti altrui sopra di te; e tu non t'avedevi che tu
dimandavi amore, lume e cognoscimento della veritá. Perché giá ti dixi che
quanto era maggiore l'amore, tanto cresce il dolore e la pena. A cui cresce amore,
cresce dolore. Adunque lo vi dico che voi dimandiate, e egli vi sarà dato. Io
non denegarò a chi mi dimanderà in veritá. Pensa che egli è tanto unito l'amore
della divina carità, che è ne l'anima, con la perfecta pazienzia, che non si
può partire l'una che non si parta l'altra. E però debba l'anima, come elegge
d'amare me, cosí elegga di portare per me pene in qualunque modo, e di
qualunque cosa lo le concedo. La pazienzia non si pruova se non nelle pene, e
la pazienzia è unita con la carità, come decto è. Adunque portate virilmente,
altrimenti non sareste né dimostrareste d'essere sposi della mia veritá e
figliuoli fedeli, né che voi fuste gustatori del mio onore né della salute de
l'anime.
Alto del documento
— Ché io ti fo a
sapere che ogni virtú si fa COI mezzo del prossimo, e ogni difecto. Chi sta in
odio di me fa danno al proximo e a se medesimo che è principale prossimo. Fagli
(12) danno in generale e in particolare. In generale è perché sète tenuti
d'amare il prossimo vostro come voi medesimi; amandolo dovete sovenirlo
spiritualmente con l'orazione e con la parola, consigliandolo e aitandolo
spiritualmente e temporalmente secondo che fa bisogno alla sua necessità,
almeno volontariamente, non avendo altro. Non amando me, non ama lui; non
amandolo, non el soviene; offende innanzi se medesimo che si tolle la grazia, e
offende il prossimo tollendoli, perché non gli dá l'orazione e i dolci desidèri
che è tenuto d'offerire dinanzi a me per lui. Ogni sovenire che egli fa debba
uscire della dileczione che egli gli ha per amore di me.
Cosí ogni male si
fa per mezzo del prossimo, cioè che, non amando me, non è nella caritá sua. E
tucti e' mali dependono perché l'anima è privata della caritá di me e del
prossimo suo. Non facendo bene, séguita che fa male; facendo male, verso cui el
fa e dimostra? verso se medesimo in prima e del proximo; non verso di me, ché a
me non può fare danno se none in quanto Io reputo facto a me quello che fa ad
altrui. Fa danno a sé di colpa, la qual colpa el priva della grazia; peggio non
si può fare. Al proximo fa danno non dandoli el debito che gli debba dare della
dileczione e dell'amore, col quale amore il debba sovenire con l'orazione e
sancto desiderio offerto a me per lui.
Questo è uno
sovenimento generale che si debba fare a ogni creatura che ha in sé ragione.
Utilità particolari sonno quelle che si fanno a coloro che vi sonno piú da
presso dinanzi agli occhi vostri, de' quali sète tenuti di sovenire l'uno a
l'altro con la parola e doctrina e exemplo di buone operazioni, e in tucte
l'altre cose che si vede che egli abbi bisogno; consigliandolo schiectamente
come se medesimo e senza passione di proprio amore. Egli non el fa, perché giá
è privato della dileczione verso di lui. Si che vedi che, non facendolo, gli fa
danno particolare; e non tanto che gli facci danno non facendoli quel bene che
egli può, ma e' gli fa male e danno assiduamente. Come? Per questo modo: el peccato
si fa actuale e mentale; mentale è giá facto, ché ha conceputo piacere del
peccato e (13) odio della virtú, cioè del proprio amore sensitivo, il quale
l'ha privato de l’affecto della caritá el quale debba avere a me e al proximo
suo. E poi che egli ha conceputo, gli parturisce l'uno di po' l'altro sopra del
proximo, secondo che piace a la perversa volontà sensitiva, in diversi modi:
alcuna volta vediamo che parturisce una crudeltá e in generale e in
particolare. Generale è di vedere sé e le creature in dampnazione e in caso di
morte per la privazione della grazia; ed è tanto crudele che non si soviene, sé
né altrui, de l'amore della virtú e odio del vizio; anco come crudele distende
actualmente piú la crudeltá sua, cioè che non tanto che egli dia exemplo di
virtú, ma egli, come malvagio, piglia l'officio delle dimonia, traendo,
giusta’l suo potere, la creatura da la virtú e conducendola nel vizio.
Questa è crudeltá verso l'anima che s'è facto strumento a tollarle la vita e
darle la morte. Crudeltà corporale usa per cupidità, ché non tanto che egli
sovenga il proximo del suo, ma egli tolle l'altrui, robbando le poverelle, e
alcuna volta per acto di signoria e alcuna volta con inganno e con frode
facendo ricomprare le cose del proximo e spesse volte la propria persona. O
crudeltá miserabile, la quale sarai privata della misericordia mia, se esso non
torna a pietà e benivolenzia verso di lui !
E alcuna volta
parturisce parole ingiuriose, doppo le quali parole spesse volte séguita
l'omicidio. E alcuna volta parturisce disonestà nella persona del proximo, per
la quale ne diventa animale bruto, pieno di puzza; e non atosca né uno né due,
ma chi se gli appressima con amore e conversazione ne rimane atoscato.
In cui parturisce
la superbia? solo nel proximo per propria reputazione di sé; unde ne traie
dispiacere del proximo suo, reputandosi maggiore di lui, e per questo modo gli
fa ingiuria. Se egli ha a tenere stato di signoria, parturisce ingiustizia e
crudeltá ed è rivenditore delle carni degli uomini.
O carissima
figliuola, duolti de l'offesa mia e piagne sopra questi morti, acciò che con
l'orazione si distruga la morte loro! Or vedi che da qualunque lato, e di
qualunque maniera di genti, tu vedi tucti parturire i peccati sopra del
proximo, e farli col (14) suo mezzo. In altro modo non farebbe mai peccato
neuno, né occulto né palese: occulto è quando non gli dá quello che gli debba
dare; palese è quando parturisce e' vizi, si come lo ti dixi.
Adunque bene è la
veritá che ogni offesa (acta a me si fa col mezzo del proximo.
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— Detto t'ho
come tutti e' peccati si fanno col mezzo del proximo per lo principio che ti
posi, perché erano privati dell'affetto della carità, la quale caritá dá vita a
ogni virtú; e cosí l'amore proprio, il quale tolle la caritá e dileczione del
proximo, è principio e fondamento d'ogni male. Tutti gli scandali, e odio e
crudeltá e ogni inconveniente procede da questa perversa radice de l'amore
proprio. Egli ha avelenato tutto quanto el mondo e infermato el corpo mistico
della sancta Chiesa e l'universale corpo della religione cristiana, perché lo
ti dixi che nel proximo si fondavano tutte le virtú, e cosí è la veritá.
Io si ti dixi che
la caritá dava vita a tutte le virtú, e cosí è: che veruna virtú si può avere
senza la carità, cioè che la virtú s'acquisti per puro amore di me. Ché poi che
l'anima ha cognosciuta sé, come di sopra dicemmo, ha trovata umilità e odio
della propria passione sensitiva, cognoscendo la legge perversa che è legata
nelle membra sue che sempre impugna contra lo spirito. E però s'è levata con
odio e dispiacimento d'essa sensualità, conculcandola sotto la ragione con
grande sollicitudine; e in sé ha trovata la larghezza della mia bontá per molti
benefizi che ha ricevuti da me, e' quali tutti ritruova in se medesima. E il
cognoscimento che ha trovato di sé il retribuisce a me per umilità, cognoscendo
che per grazia Io l'abbi tratto della tenebre e recato a lume di vero
cognoscimento.
E poi che ha
cognosciuta la mia bontá, l'ama senza mezzo ed amala con mezzo: cioè senza
mezzo di sé e di sua propria utilitá; e amala col mezzo della virtú (la quale virtú
ha conceputa per amor di me), perché vede che in altro modo non sarebbe grato
né accepto a me se non concepesse l'odio del peccato e amore delle virtú. E poi
che l'ha conceputa per affecto d'amore, subbito la parturisce al proximo suo,
ché in altro modo non sarebbe veritá che egli l'avesse conceputa in sé. Ma come
in veritá m'ama, cosí fa utilitá al proximo suo; e non può essere altrementi,
perché l'amore di me e del proximo è una medesima cosa, e tanto quanto l'anima
ama me, tanto ama lui, perché l'amore verso di lui esce di me.
Questo è quel mezzo
che io v'ho posto acciò che exercitiate e proviate la virtú in voi: che, non
potendo fare utilitá a me, dovetela fare al proximo. Questo manifesta che voi
aviate me per grazia ne l'anima vostra; facendo frutto in lui di molte e sancte
orazioni con dolce e amoroso desiderio, cercando l'onore di me e la salute de
l'anime. Non si ristà mai l'anima inamorata della mia veritá di fare utilitá a
tutto el mondo, in comune e in particulare, poco e assai, secondo la disposizione
di colui che riceve e de l'ardente desiderio di colui che dà, si come di sopra
fu manifestato quando ti dichiarai che pura la pena, senza il desiderio, non
era sufficiente a punire la colpa.
Poi che egli ha
facto utilitá per l'amore unitivo che ha facto in me, per lo quale ama lui,
disteso l'affetto alla salute di tutto quanto il mondo, sovenendo alla sua
necessità, ingegnasi (poi che ha facto bene a sé per lo concipere la virtú,
unde ha tratta la vita della grazia) di ponere l'occhio a la necessità del
proximo in particulare. Poi che mostrato l'ha generalmente a ogni creatura che
ha in sé ragione, per affecto di carità, come detto è, ed egli soviene quelli
da presso, secondo diverse grazie che lo gli ho date a ministrare: chi di
dottrina, cioè con la parola consigliando schiettamente senza alcuno rispetto;
chi con exemplo di vita. E questo debba fare ogniuno, e dare edificazione al
proximo di sancta e onesta vita.
15
Queste sonno le
virtú, e molte altre, le quali non potresti narrare, che si parturiscono nella
dileczione del proximo. Perché l'ho poste tanto differenti che lo non ho dato
tucto a uno, anco a cui ne do una, e a cui ne do un'altra particulare? poniamo
che una non ne possa avere che tucte non l'abbi, perché tucte le virtú sono legate
insieme. Ma dolle molte, quasi come per capo di tucte l'altre virtú; cioè che a
cui darò principalmente la carità, e a cui la giustizia, e a cui l’umilità, e a
cui una fede viva; ad altri una prudenzia, una temperanzia, una pazienzia; ad
altri una fortezza. Queste e molte altre darò ne l'anima differentemente a
molte creature: poniamo che l'una di queste sia posta per uno principale
obiecto di virtú ne l'anima, disponendosi piú a conversazione principale con
essa che con l'altre; e per questo affecto di questa virtú trae a sé tucte
l'altre virtú, ché (come decto è) elle sono tucte legate insieme ne l’affecto
della caritá.
E cosí molti doni e
grazie di virtú e d'altro, spiritualmente e corporalmente (corporalmente dico
per le cose necessarie per la vita de l'uomo), tucte l'ho date in tanta
differenzia che non l'ho poste tucte in uno, perché abbi materia, per forza,
d'usare la caritá l'uno con l'altro. Ché ben potevo fare gli uomini dotati di
ciò che bisogna e secondo il corpo e secondo l'anima; ma Io volsi che l'uno
avesse bisogno de l'altro, e fussero miei ministri a ministrare le grazie e i
doni che hannó ricevuti da me. Ché voglia l'uomo o no, non può fare che per
forza non usi facto della caritá. È vero che, se ella non è facta e donata per
amore di me, quello acto non gli vale quanto a grazia.
Si che vedi che
acciò che essi usassero la virtú della carità, Io gli ho facti miei ministri e
posti in diversi stati e variati gradi. Questo vi mostra che nella Casa mia ha
molte mansioni, e che Io non voglio altro che amore. Però che ne l'amore di me
compie l'amore del proximo; compito l'amore del proximo, ha observata la legge:
ciò che può fare d'utilitá, secondo lo stato suo, colui che è legato in questa
dileczione, si el fa.
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17
— Hotti decto come
egli fa utilitá al proximo, nella quale utilitá mostra l'amore che ha a me. Ora
ti dico che nel proximo pruova in se medesimo la virtú della pazienzia nel
tempo della ingiuria che riceve da lui. E pruova l'umilità nel superbo, e
pruova la fede ne l'infedele, e pruova la vera speranza in colui che none
spera, e la giustizia nello ingiusto, e la pietà nel crudele, e la mansuetudine
e benignità ne l' iracundo.
Tucte le virtú si
pruovano e parturiscono nel proximo, si come gl' iniqui parturiscono ogni vizio
nel proximo loro. Se tu vedi bene, dumilità è provata nella superbia: cioè che
l'umile spegne la superbia, però che ‘l superbo non può fare danno a
l'umile; né la infidelità dello iniquo uomo, che non ama né spera in me, a
colui che è fedele a me non diminuisce né la fede, né la speranza in colui che
l'ha conceputa in sé per amore di me: anco la fortifica e la pruova nella
dileczione de l'amore del proximo. Ché conciosiacosa che egli el vegga infedele
e senza speranza in me e in lui (ché colui che non ama me non può avere fede né
speranza in me, anco la pone nella propria sensualità, la quale egli ama), el
servo fedele mio non lassa però che fedelmente non l'ami e che sempre con
esperanza non cerchi in me la salute sua. Si che vedi che nella loro infidelità
e mancamento di speranza pruova la virtú della fede. In questo e ne l'altre
cose nelle quali è bisogno di provarla, egli la pruova in sé e nel proximo suo.
E cosi la giustizia
non diminuisce per le sue ingiustizie, anco dimostra di provare la giustizia,
cioè che dimostra che egli è giusto per la virtú della pazienzia; come la
benignità e mansuetudine nel tempo de l'ira si manifesta con la dolce
pazienzia; e la invidia, dispiacimento e odio con la dileczione della carità,
fame e desiderio della salute de l'anime.
18
Anco ti dico che
non tanto che si pruovi la virtú in coloro che rendono bene per male, ma Io ti
dico che spesse volte gictarà carboni accesi di fuoco di carità, ci quale
dissolve e l'odio e il rancore del cuore e della mente de l' iracundo; e da
odio torna spesse volte a benivolenzia. E questo è per la virtú della caritá e
perfecta pazienzia che è in colui che sostiene l'ira de l'iniquo, portando e
sopportando e' difecti suoi.
Se tu raguardi la
virtú della fortezza e perseveranzia, ella è provata nel molto sostenere, nelle
ingiurie e detraczioni degli uomini, e' quali spesse volte, quando per ingiuria
e quando con lusinghe, il vogliono ritrare da seguitare la via e doctrina della
veritá, in tucto è forte e perseverante se la virtú della fortezza è dentro
conceputa; alora la pruova nel proximo, come decto t'ho. E se ella, al tempo
che è provata con molti contrari, non facesse buona pruova, non sarebbe virtú
in veritá fondata.
Alto del documento
21
— Queste sonno le
sancte e dolci operazioni che io richieggio da' servi miei: ciò sonno queste
virtú intrinseche de l'anima, provate come detto ho; non solamente quelle virtú
che si fanno con lo strumento del corpo, cioè con atto di fuore o con diverse e
varie penitenzie, le quali sonno strumento di virtú, ma non virtú. Ché se solo
fusse questo, senza le virtú di sopra contiate, poco sarebbe piacevole a me:
anco, spesse volte, se l'anima non facesse la penitenzia sua discretamente,
cioè che l'affetto suo fusse principalmente posto nella penitenzia cominciata,
impedirebbe la sua perfeczione. Ma debbalo ponere ne l'affetto de l'amore, con
odio sancto di sé, e con vera umilità e perfetta pazienzia, e ne l'altre virtú
intrinseche de l'anima, con fame e desiderio del mio onore e salute de l'anime.
Le quali virtú dimostrano che la volontà sia morta, e continuamente s'uccide
sensualmente per affetto d'amore di virtú.
Con questa discrezione debba fare la
penitenzia sua: cioè di pònare il principale affetto nelle virtú piú che nella
penitenzia. La penitenzia die fare come strumento per augmentare la virtú,
secondo che è bisogno e che si vede di potere fare secondo la misura della sua
possibilità. In altro modo, cioè facendo il fondamento sopra la penitenzia,
impedirebbe la sua perfeczione, perché non sarebbe fatta con lume di
cognoscimento di sé e della mia bontá discretamente. E non pigliarebbe la
veritá mia, ma indiscretamente farebbe, non amando quello (22) che Io piú amo e
odiando quello che Io piú odio. Ché « discrezione» non è altro che uno vero
cognoscimento che l'anima debba avere di sé e di me; in questo cognoscimento tiene
le sue radici.
Ella è uno
figliuolo che è innestato e unito con la caritá. È vero che ha molti figliuoli,
si come uno arbore che abbi molti rami; ma quello che dá vita a l’arbore e a'
rami è la radice se ella è piantata nella terra de l’umilità (la quale è balia
e nutrice della carità), dove egli sta innestato questo figliuolo e arbore
della discrezione. Ché altrementi non sarebbe virtú di discrezione e non
producerebbe fructo di vita, se ella non fusse piantata nella virtú de
l’umilità, perché l’umilità procede dal cognoscimento che l'anima ha di sé. E
giá ti dixi che la radice della discrezione era uno vero cognoscimento di sé e
della mia bontá; unde subbito rende a ogniuno discretamente il debito suo.
E principalmente il
rende a me, rendendo gloria e loda al nome mio; e retribuisce a me le grazie e
i doni che vede e cognosce avere ricevuti da me. E a sé rende quello che si
vede avere meritato, cognoscendo sé non essere; e l'essere suo, el quale ha,
cognosce avere avuto per grazia da me; e ogni altra grazia, che ha ricevuta
sopra l'essere, la retribuisce a me e non a sé. Parle essere ingrata a tanti
benefizi e negligente in non avere exercitato il tempo e le grazie ricevute, e
però le pare essere degna delle pene. Alora si rende odio e dispiacimento nelle
colpe sue.
E questo fa la
virtú della discrezione, fondata nel cognoscimento di sé con vera umilità. Ché
se questa umilità non fusse ne l'anima (come decto è), sarebbe indiscreta e non
discreta. La quale indiscrezione sarebbe posta nella superbia, come la
discrezione è posta ne l’umilità. E però indiscretamente, si come ladro,
furarebbe l'onore a me e darebbelo a sé per propria reputazione; e quello che è
suo porrebbe a me, lagnandosi e mormorando de' misteri miei e' quali Io
adoperasse in lui o ne l’altre mie creature; d'ogni cosa si scandelizzarebbe in
me e nel proximo suo.
23
El contrario che
fanno coloro che hanno la virtú della discrezione: che, poi che hanno renduto
il debito che detto è a me e a loro, rendono poi al proximo il principale debito
de l’affecto della caritá e de l'umile e continua orazione. El quale debba
rendere ciascuno l'uno a l'altro; e rendeli debito di doctrina, di sancta e
onesta vita per exemplo, consigliandolo e aitandolo secondo che gli è di
bisogno a la salute sua, come di sopra ti dixi.
In ogni stato che
l'uomo è, o signore o prelato o subdito, se egli ha questa virtú, ogni cosa che
fa e rende al proximo suo fa discretamente e con affecto di carità, perché elle
sonno legate e innestate insieme e piantate nella terra della vera umilità, la
quale esce del cognoscimento di sé.
Alto del documento
— Sai come stanno
queste tre virtú? come se tu avessi uno cerchio tondo posto sopra la terra; e
nel mezzo del cerchio escisse uno arbore con uno figliuolo dallato unito con
lui. L'arbore si notrica nella terra che contiene la larghezza del cerchio, ché
se egli fusse fuore della terra, l’arbore sarebbe morto e non darebbe fructo
infino che non fusse piantato nella terra.
Or cosí ti pensa
che l'anima è uno arbore facto per amore, e però non può vivere altro che
d'amore. È vero che, se ella non ha amore divino di perfecta carità, non
produce fructo di vita ma di morte. Conviensi che la radice di questo arbore,
cioè l’affecto de l'anima, stia e non esca del cerchio del vero cognoscimento
di sé; el quale cognoscimento di sé è unito in me che non ho né principio né fine,
si come el cerchio che è tondo; ché quanto tu ti vai ravollendo dentro nel
cerchio, non truovi né fine né principio; e pure dentro vi ti truovi. Questo
cognoscimento di sé e di me in sé, truova e sta sopra (24) la terra della vera
umilità; la quale è tanto grande quanto la larghezza del cerchio, cioè il
cognoscimento che ha avuto di sé,. unito in me come decto è. Ché altrimenti non
sarebbe cerchio senza fine né senza principio: anco avarebbe principio, avendo
cominciato a cognoscere sé, e finirebbe nella confusione se questo
cognoscimento non fusse unito in me.
Alora l’arbore
della caritá si nutrica ne l'umilità, mectendo il figliuolo dallato della vera
discrezione per lo modo che decto t'ho. El mirollo de l’arbore, cioè de
l’affecto della caritá che è ne l'anima, è la pazienzia; la quale è uno segno
dimostrativo che dimostra me essere ne l'anima e l'anima unita in me. Questo
arbore cosí dolcemente piantato gicta fiori odoriferi di virtú, con molti e
divariati sapori; egli rende fructo di grazia a l'anima e fructo d'utilitá al
proximo secondo la sollicitudine di chi vorrà ricevere de' fructi de' servi
miei. A me rende odore di gloria e loda al nome mio; e cosí fa quello per che
Io el creai, e da questo giogne al termine suo, cioè me, che so' vita durabile
che non gli posso essere tolto se egli non vuole.
Tucti quanti e'
fructi che escono de l’arbore sonno conditi con la discrezione, perché sonno
uniti insieme, come detto t'ho.
Alto del documento
— Questi sonno e'
fructi e l'operazioni che Io richieggio da l'anima: la pruova delle virtú al
tempo del bisogno. E però ti dixi, se bene ti ricorda giá cotanto tempo, quando
desideravi di fare grande penitenzia per me, dicendo: — Che potrei io fare che
io sostenesse pena per te? — E Io ti risposi nella mente tua, dicendo: — Io so'
colui che mi dilecto di poche parole e di molte operazioni; — per dimostrarti
che non colui che solamente mi chiamará col suono della parola: — Signore,
Signore, io vorrei fare (25) cuna cosa per te; — né colui che per me desidera e
vuole mortificare il corpo con le molte penitenzie, senza uccidere la propria
volontà, m'era molto a grado. Ma Io volevo le molte operazioni del sostenere
virilmente e con pazienzia, e l’altre virtú che contiate t' ho, intrinseche de
l'anima, le quali tucte sonno operative, che aduoperano fructo di grazia.
Ogni altra
operazione, posta in altro principio che questo, Io le reputo essere chiamare
solo con la parola, perché elle sonno operazioni finite. E Io, che so'
infinito, richieggio infinite operazioni, cioè infinito affecto d'amore. Voglio
che l'operazioni di penitenzia e d'altri exercizi, e' quali sonno corporali,
siano posti per strumento e non per principale affecto. Ché se fusse posto el
principale affecto ine, mi sarebbe data `cosa finita, e farebbe come la parola
che, escita che è fuore della bocca, non è piú; se giá la parola non escisse
con l’affecto de l'anima, il quale concipe e parturisce in veritá la virtú;
cioè che l'operazione finita (la quale t'ho chiamata «parola ») fusse unita con
l'affecto della caritá. Alora sarebbe grata e piacevole a me, perché non
sarebbe sola ma accompagnata con la vera discrezione, usando l'operazioni
corporali per strumento e non per principale capo.
Non sarebbe
convenevole che principio e capo si facesse solo nella penitenzia o in
qualunque acto di fuore corporale, ché giá ti dixi che elle erano operazioni
finite. E finite sonno: si perché elle sonno facte in tempo finito, e si perché
alcuna volta si conviene che la creatura le lassi, o che elle gli sieno facte
lassare. Quando le lassa per necessità di non potere fare quello acto che ha
cominciato, per diversi accidenti che gli vengono, o per obbedienzia che sarà
comandato dal prelato suo, che facendole, non tanto che egli meritasse, ma egli
offendarebbe. Si che vedi che elle sonno finite. Debba dunque pigliare per uso
e non per principio; ché, pigliandole per principio, di bisogno è che in alcuno
tempo le lassi, e l'anima alora rimane vòta.
E questo vi mostrò
il glorioso Pavolo mio banditore quando dixe nella epistola sua che voi
mortificaste il corpo e uccideste (26) la propria volontà: cioè sapere tenere a
freno il corpo, macerando la carne, quando volesse inpugnare contra lo spirito;
ma la volontà vuole essere in tutto morta e abnegata e sottoposta a la volontà
mia. La quale volontà s'uccide con quello debito che Io ti dixi che la virtú
della discrezione rendeva a l'anima: cioè odio e dispiacimento de l'offese e
della propria sensualità, il quale acquistò nel cognoscimento di sé.
Questo è quello
coltello che uccide e taglia ogni proprio amore fondato nella propria volontà.
Or costoro sonno quegli che non mi dànno solamente parole ma molte operazioni.
Dicendo « molte» non ti pongo numero, perché l'affetto de l'anima fondato in
carità, che dá vita a tutte le virtú, debba giognere in infinito. E none schifo
però la parola, ma dixi ch' Io volevo poche parole, mostrandoti che ogni
operazione actuale era finita, e però le chiamai « poche»; ma pure mi piacciono
quando sonno poste per strumento di virtú e non per principale virtú.
E però non debba
veruno dare giudicio di ponere maggiore perfeczione nel grande penitente, che
si dá molto a uccidere il corpo suo, che in colui che ne fa meno; però che,
come Io t’ho detto, none sta ine la virtú né il merito loro; però che male ne
starebbe chi non può fare, per legiptime cagioni, operazione e penitenzia
actuale; ma sta solo nella virtú della carità, condita col lume della vera
discrezione, però che altrimenti non varrebbe. E questo amore la discrezione il
dá senza fine e senza modo verso di me, però che so' somma e etterna veritá;
non pone legge né termine a l'amore col quale egli ama me, ma bene il pone con,
modo e con caritá ordinata verso ci proximo suo.
El lume della
discrezione, la quale esce della carità, come detto t'ho, dá al proximo amore
ordinato, cioè con ordinata caritá che non fa danno di colpa a sé per fare
utilitá al proximo. Ché se uno solo peccato facesse per campare tutto il mondo
de lo 'nferno, a per adoperare una grande virtú, non sarebbe caritá ordinata
con discrezione: anco sarebbe indiscreta, perché licito non è di fare una
grande virtú e utilitá al proximo con colpa di peccato. Ma la discrezione
sancta è ordinata in questo (27) modo: che l'anima tutte le potenzie sue
dirizza a servire me virilmente con ogni sollicitudine, e il proximo ama con
affetto
D’amore ponendo la
vita del corpo per salute de l'anime, se fusse possibile, mille volte;
sostenendo pene e tormenti perché abbi vita di grazia. E la substanzia sua
temporale pone in utilitá ed in sovenimento del corpo del proximo suo.
Questo fa el lume
della discrezione che esce della caritá. Si che vedi che discretamente rende e
debba rendere, ogni anima che vuole la grazia, a me amore infinito e senza
modo, e al proximo (col mio amore infinito) amare lui con modo e caritá ordinata,
come detto t'ho, non rendendo male di colpa a sé per utilitá altrui. E di
questo v'amuní sancto Pavolo quando disse che la carita si debba prima muovere
da sé; altrimenti non sarebbe utilitá altrui d'utilitá perfetta. Ché quando la
perfeczione non è ne l'anima, ogni cosa è imperfetta: e ciò che aduopera e in
sé e in altrui. Non sarebbe cosa convenevole che per salvare le creature, che
sonno finite e create da me, fussi offeso lo, che so' Bene infinito; piú
sarebbe grave solo quella colpa, e grande, che non sarebbe il frutto che
farebbe per quella colpa.
Si che colpa di
peccato in veruno modo tu non debbi fare; la vera caritá il cognosce, perché
ella porta seco ci lume della sancta discrezione. Ella è quello lume che
dissolve ogni tenebre, e tolle la ignoranzia, e ogni virtú condisce; e ogni
strumento di virtú actuale è condito dá lei. Ella ha una prudenzia che non può
essere ingannata; ella ha una fortezza che non può essere venta; ella ha una
perseveranzia grande infino al fine che tiene dal cielo a la terra, cioè dal
cognoscimento di me al cognoscimento di sé; da la caritá mia a la caritá del
proximo. Con vera umilità campa e passa tutti e' lacciuoli del dimonio e delle
creature con la prudenzia sua. Con la mano disarmata, cioè col molto sostenere,
ha sconfitto ci dimonio e la carne con questo dolce e glorioso lume, perché con
esso cognobbe la sua fragilità, e cognoscendola le rende il debito de l'odio.
Ha conculcato ci mondo e messoselo sotto e' piei de l'affetto. Spregiandolo e
tenendolo a vile n'è facto signore, facendosene beffe.
28
E però gli uomini
del mondo non possono tollere le virtu de l'anima; ma tutte le loro
persecuzioni sonno acrescimento e provamento della virtú. La quale prima è
conceputa per affetto d'amore, come detto è, e poi si pruova nel proximo e si
parturisce sopra di lui. E cosí t'ho mostrato che, se ella non si vedesse e
rendesse lume al tempo della pruova dinanzi da l'uomo, non sarebbe veritá che
la virtú fusse conceputa. Perché giá ti dixi e hotti manifestato che virtú non
può essere, che sia perfetta, che dia frutto, senza el mezzo del proximo. Se
non come la donna che ha conceputo in sé il figliuolo, che se ella non il
parturisce che venga dinanzi a l'occhio della creatura, non si reputa lo sposo
d'avere figliuolo; cosí lo che so' sposo de l'anima, se ella non parturisce il
figliuolo della virtú nella caritá del proximo, mostrandolo, secondo che è di
bisogno, in comune e in particulare, si come Io ti dixi; dico che in veritá non
avara conceputa la virtú in sé. E tosi dico el vizio che tutti si commettono
col mezzo del proximo.
Alto del documento
— Ora hai veduto
che Io, Verità, t'ho mostrata la veritá e la dottrina per la quale tu venga e
conservi la grande perfeczione. E anco t'ho dichiarato in che modo si satisfa
la colpa e la pena, in te e nel proximo tuo, dicendoti che la pena che sostiene
la creatura mentre che è nel corpo mortale, non è sofficiente la pena in se
sola a satisfare la colpa e la pena, se giá ella non fusse unita con l'affetto
della caritá e con la vera contrizione e dispiacimento del peccato, come detto
t'ho.
Ma la pena alora
satisfa quando è unita la pena con la carità: non per virtú di veruna pena
attuale che si sobstenga, ma per virtú della caritá e dolore della colpa
commessa. La quale (29) caritá è acquistata col lume de l'intelletto, con cuore
schietto e liberale raguardando in me, obietto, che so' essa caritá. Tucto
questo t'ho mostrato perché tu mi dimandavi di volere portare. Rottelo mostrato
acciò che tu e gli altri servi miei sappiate in che modo e come dovete fare
sacrifizio di voi a me. Sacrifizio, dico, attuale e mentale unito insieme, si
come è unito el vasello con l'acqua che si presenta al Signore: ché l'acqua
senza il vasello non si potrebbe presentare; el vaso senza l'acqua, portandolo,
non sarebbe piacevole a lui. Cosí vi dico che voi dovete offerire a me il
vasello delle molte fadighe attuali per qualunque modo lo ve le concedo; non
eleggendo voi né luogo né tempo né fadighe a modo vostro, ma a mio. Ma questo
vasello debba essere pieno, cioè portandole tutte con affetto d'amore e con
vera pazienzia; portando e sopportando e' difectí del proximo vostro con odio e
dispiacimento del peccato. Alora si truovano queste fadighe (le quali t'ho
poste per uno vasello) piene de l'acqua della grazia mia, la quale dà vita a
l'anima; alora lo ricevo questo presente da le dolci spose mie, cioè da ogni
anima che mi serve. Ricevo, dico, da loro gli anxietati desidèri, lagrime e
sospiri loro, umili e continue orazioni; le quali cose sono tutte uno mezzo
che, per l'amore che lo l'ho, placano l'ira mia sopra e' nemici miei de gl'
iniqui uomini che tanto m'offendono.
Si che sostiene
virilmente infino alla morte; e questo mi sarà segno che voi in verità
m'amiate. E non dovete vòllere il capo indietro a mirare l'aratro per timore di
veruna creatura né per tribolazioni: anco nelle tribolazioni godete. El mondo
si rallegra facendovi molta ingiuria, e voi sète contristati nel mondo per le
ingiurie e offese che mi vedete fare, per le quali offendendo me offendono voi;
e offendendo voi offendono me, perché so'facto una cosa con voi. Ben vedi tu
che avendovi data la imagine e similitudine mia, e perdendo voi la grazia per
lo peccato, per réndarvi la vita della grazia unii la mia natura in voi,
velandola della vostra umanità. E cosí, essendo voi imagine mia, presi la imagine
vostra, prendendo forma umana.
30
Si che Io so' una
cosa con voi, se giá l'anima non si diparte da me per la colpa del peccato
mortale. Ma chi m'ama sta in me, e Io in lui; e però el mondo il perseguita,
perché ‘l mondo non ha conformità con meco; e però perseguitò l'unigenito
mio Figliuolo infino a l’obrobriosa morte della croce. E cosí fa a voi: egli vi
perseguita e perseguitarà in fino a la morte perché me non ama; ché se ‘l
mondo avesse amato me, e voi amarebbe. Ma rallegratevi, ché l'allegrezza
vostra sarà piena in celo.
Anco ti dico che
quanto ora abondarà piú la tribolazione nel corpo mistico della sancta Chiesa,
tanto abondarà piú in dolcezza ed in consolazione. E questa sarà la dolcezza
sua: la reformazione de' sancai e buoni pastori, e' quali sonno fiori di
gloria, cioè che rendono gloria e loda al nome mio, rendendomi odore di virtú
fondate in veritá. E questa è la reformazione de' fiori odoriferi dei miei
ministri e pastori. Non che abbi bisogno il frutto di questa sposa d'essere
riformato, perché non diminuisce né si guasta mai per li difetti de' ministri.
Si che rallegratevi, tu e’l padre de l'anima tua e gli altri miei servi,
ne l’amaritudine; ché Io, Verità etterna, v'ho promesso di darvi refrigerio, e
doppo l’amaritudine vi darò consolazione (col molto sostenere) nella
reformazione della sancta Chiesa.
Alto del documento
Alora l'anima
anxietata e affocata di grandissimo desiderio, conceputo ineffabile amore nella
grande bontá di Dio, cognoscendo e vedendo la larghezza della sua caritá che
con tanta dolcezza aveva degnato di rispondere a la sua petizione, e di
satisfare dandole speranza a l'amaritudine, la quale aveva conceputa per
l'offesa di Dio e danno della sancta Chiesa e miseria (31) sua propria (la
quale vedeva per cognoscimento di sé), mitigava l’amaritudine, e cresceva
l’amaritudine; perché avendole il sommo ed etterno Padre manifestata la via
della perfeczione e nuovamente le mostrava l'offesa sua e il danno de l'anime,
si come di sotto dirò piú distesamente.
Perché nel
cognoscimento che l'anima fa di sé, cognosce meglio Dio, cognoscendo la bontá
di Dio in sé; e nello specchio dolce di Dio cognosce la dignità e la indegnità
sua medesima: cioè la dignità della creazione, vedendo sé essere imagine di Dio
e datole per grazia e non per debito. E nello specchio della bontá di Dio dico
che cognosce l'anima la sua indegnità nella quale è venuta per la colpa sua.
Però che come nello specchio meglio si vede la macula della faccia de l'uomo
specchiandosi dentro nello specchio, cosí l'anima che, con vero cognoscimento
di sé, si leva per desiderio con l'occhio de l'intelletto a raguardarsi nello
specchio dolce di Dio, per la purità, che vede in lui, meglio cognosce la
macula della faccia sua.
E perché el lume e
il cognoscimento era maggiore in quella anima per lo modo detto, era cresciuta
una dolce amaritudine, ed era scemata l'amaritudine. Era scemata per la
speranza che le die' la prima Verità; e si come il fuoco cresce quando gli è
data la materia, cosí crebbe il fuoco in quella anima per sí facto modo che
possibile non era a corpo umano a potere sostenere che l'anima non si partisse
dal corpo. Unde, se non che era cerchiata di fortezza da Colui che è somma
fortezza, non l'era possibile di camparne mai.
Purificata l'anima
dal fuoco della divina carità, la quale trovò nel cognoscimento di sé e di Dio,
e cresciuta la fame con la speranza della salute di tutto quanto el mondo e
della reformazione della sancta Chiesa, si levò con una sicurtà dinanzi al
sommo Padre, avendole mostrato la lebbra della sancta Chiesa e la miseria del
mondo, quasi con la parola di Moisé dicendo:
— Signore mio,
vòlle l'occhio della tua misericordia sopra el popolo tuo e sopra el corpo
mistico della sancta Chiesa; però che piú sarai tu gloriato di perdonare a
tante creature e dar lo' lume di cognoscimento (ché tutte ti rendarebbero laude
(32) vedendosi campare per la tua infinita bontá da la tenebre del peccato
mortale e da l'etterna dampnazione) che tu non sarai Solamente di me miserabile
che tanto t' ho offeso e la quale so' cagione e strumento d'ogni male. E però
ti prego, divina etterna carità, che tu facci vendetta di me e facci
misericordia al popolo tuo. Mai dinanzi ala presenzia tua non mi partirò infino
che io vedrò che tu lo' facci misericordia.
E che sarebbe a me
che io vedesse me avere vita e il popolo tuo la morte? e che la tenebre si
levasse nella sposa tua, che è essa luce, principalmente per li miei difetti e
de l'altre
tue creature? Voglio dunque, e per grazia tel
dimando, che abbi misericordia al popolo tuo per la caritá increata che mosse
te medesimo a creare l'uomo a la imagine e similitudine tua dicendo: «Facciamo
l'uomo a la imagine e similitudine nostra ». E questo facesti volendo tu,
Trinitá etterna, che l'uomo participasse tutto te, alta, etterna Trinitá. Unde gli
desti la memoria perché ritenesse i benefizi tuoi, nella quale participa la
potenzia di te, Padre etterno; e destili l'intelletto acciò che cognoscesse,
vedendo, la tua bontá e participasse la sapienzia de l'unigenito tuo Figliuolo;
e destili la volontà acciò che potesse amare quello che lo 'ntellecto vide e
cognobbe de la tua veritá participando la clemenzia dello Spirito sancto.
Chi ne fu cagione
che tu ponessi l'uomo in tanta dignità? L'amore inextimabile col quale
raguardasti in te medesimo la tua creatura e inamorastiti di lei, e però la
creasti per amore e destile l'essere acciò che ella gustasse e godesse il tuo
etterno bene. Vego che per lo peccato commesso perdette la dignità nella quale
tu la ponesti; per la rebellione che fece a te cadde in guerra con la clemenzia
tua, cioè che diventammo nemici tuoi. Tu, mosso da quel medesimo fuoco con che
tu ci creasti, volesti ponere il mezzo a reconciliare l'umana generazione che
era caduta nella grande guerra, acciò che della guerra si facesse la grande pace.
E destici el Verbo de l'unigenito tuo Figliuolo, il quale fu tramezzatore fra
noi e te.
Egli fu nostra
giustizia che sopra di sé puní le nostre ingiustizie; e fece l'obbedienzia tua,
Padre etterno, la quale gli (33) ponesti quando el vestisti della nostra
umanità, pigliando la natura e imagine nostra umana. Oh abisso di carità! qual
cuore si può difendere che non scoppi a vedere l'altezza discesa a tanta
bassezza quanta è la nostra umanità? Noi siamo imagine tua, e tu imagine nostra
per l'unione che hai fatta ne l'uomo, velando la Deitá etterna con la
miserabile nuvila e massa corrocta d'Adam. Chi n'è cagione? L'amore. Tu, Dio,
se' facto uomo, e l'uomo è facto Dio. Per questo amore ineffabile ti costringo
e prego che facci misericordia a le tue creature.
Alto del documento
Alora Dio, vollendo
l'occhio della sua misericordia verso di lei, lassandosi costrignere a le
lagrime e lassandosi legare a la fune del sancto desiderio suo, lagnandosi
diceva:
— Figliuola
dolcissima, la lagrima mi costrigne perché è unita con la mia caritá ed è
gittata per amore di me; e léganomi e' penosi desidèri vostri. Ma mira e vede
come la sposa mia ha lordata la faccia sua; come è lebbrosa per immondizia e
amore proprio e infiata superbia e avarizia di coloro che si pascono al petto
suo, cioè la religione cristiana, corpo universale; e anco il corpo mistico
della sancta Chiesa; ciò dico de' miei ministri, e' quali sonno quelli che si
pascono e stanno alle mamelle sue. E non tanto che essi si pascano, ma essi
hanno a pascere e tenere a queste mamelle l'universale corpo del popolo
cristiano e di qualunque altro volesse levarsi dalla tenebre della infedelità e
legarsi come membro nella Chiesa mia.
Vedi con quanta
ignoranzia e con quanta tenebre e con quanta ingratitudine è ministrato, e con
mani inmonde, questo glorioso latte e Sangue di questa sposa? e con quanta
presumpzione e inreverenzia è ricevuto? E però quella cosa che dá (34)
vita, spesse volte, per loro difecto, loro dá morte, cioè il prezioso sangue de
l'unigenito mio Figliuolo, el quale tolse la morte e la tènabre e donò la luce
e la veritá, e confuse la bugia.
Ogni cosa donò
questo sangue e adoperò intorno a la salute e a compire la perfeczione ne
l'uomo, a chi si dispone a ricévare; ché, come dá vita e dota l'anima d'ogni
grazia (poco e assai, secondo la disposizione e affecto di colui che riceve),
cosí dá morte a colui che iniquamente vive. Si che da la parte di colui che
riceve, ricevendolo indegnamente con la tenebre del peccato mortale, a costui
gli dá morte e non vita. Non per difecto del Sangue, né per difecto del
ministro che fusse in quello medesimo male o maggiore: però che’l suo
male non guasta né lorda il Sangue, né diminuisce la grazia e virtú sua, e però
non fa male a colui a cui egli el dà; ma a se medesimo fa male di colpa, alla
quale gli séguita la pena se esso non si corregge con vera contrizione e
dispiacimento della colpa sua.
Dico dunque che fa
danno a colui che ‘l riceve indegnamente, non per difecto del Sangue né
del ministro (come detto è), ma per la sua mala disposizione e difecto suo, che
con tanta miseria e immondizia ha lordata la mente e il corpo suo e tanta
crudeltá ha avuta a sé e al proximo suo. A sé l'ebbe tollendosi la grazia,
conculcando sotto e' piei de l'affetto suo el frutto del Sangue che trasse del
sancto baptesmo, essendoli giá tolta per virtú del Sangue la macchia del
peccato originale, la quale macchia trasse quando fu conceputo dal padre e
dalla madre sua. E però donai el Verbo de l'unigenito mio Figliuolo perché la
massa de l'umana generazione era corrocta per lo peccato del primo uomo Adam, e
però tutti voi, vaselli fatti di questa massa, eravate corrotti e non disposti
ad avere vita etterna.
Unde per questo lo,
altezza, unii me con la bassezza della vostra umanità: per remediare a la
corruczione e morte de l'umana generazione, e per restituirla a grazia, la
quale per lo peccato perdé. Non potendo Io sostenere pena (e della colpa voleva
la divina mia giustizia che n'escisse la pena) e non essendo sufficiente pure
uomo a satisfare, che se egli avesse pure in alcuna (35) cosa satisfacto, non
satisfaceva altro che per sé e non per l' altre creature che hanno in loro
ragione (benché di questa colpa né per sé né per altrui poteva egli satisfare,
perché la colpa era facta contra me che so' infinita bontá); volendo Io pure
restituire l'uomo, el quale era indebilito e non poteva satisfare perla cagione
detta e perché era molto indebilito, mandai el Verbo del mio Figliuolo vestito
di questa medesima natura che voi, massa corrocta d' Adam, acciò che sostenesse
pena in quella natura medesima che aveva offeso e, sostenendo sopra del corpo
suo infino a l’obrobriosa morte della croce, placasse l'ira mia.
E cosí satisfeci a
la mia giustizia e saziai la divina mia misericordia, la quale misericordia
volse satisfare a la colpa de l'uomo e disponerlo a quel bene per lo quale lo
l'avevo creato. Si che la natura umana, unita con la natura divina, fu
sufficiente a satisfare per tucta l'umana generazione, non solo per la pena che
sostenne nella natura finita, cioè della massa d'Adam, ma per la virtú della
Deitá etterna, natura divina infinita. Unita l'una natura ne l'altra, ricevecti
e acceptai el sacrifizio del sangue de l'unigenito mio Figliuolo, intriso e
impastato con la natura divina col fuoco della divina carità, la quale fu
quello legame che ‘l tenne confitto e chiavellato in croce.
Or per questo modo
fu sufficiente a satisfare la colpa la natura umana: solo per virtú della
natura divina. Per questo modo fu tolta la marcia del peccato d' Adam, e rimase
solo el segno, cioè inchinamento al peccato e ogni difecto corporale. Si come
la margine che rimane quando l'uomo è guarito della piaga, cosí la colpa d'Adam
la quale menò marcia mortale. Venuto el grande medico de l'unigenito mio
Figliuolo, curò questo infermo beiendo la medicina amara, la quale l'uomo bere
non poteva perché era molto indebilito. Egli fece come la baglia che piglia la
medicina in persona del figliuolo, perché ella è grande e forte, e il fanciullo
non è forte a potere portare l'amaritudine. Si che egli fu baglia, portando con
la grandezza e fortezza della Deitá, unita con la natura vostra, l'amara
medicina della penosa morte della croce per sanare e dare vita a voi, fanciulli
indebiliti per la colpa.
36
Solo il segno
rimase del peccato originale, el quale peccato contraete dal padre e dalla
madre quando sète concepirti da loro. Il quale segno si tolle da l'anima,
benché nona tutto;
e questo si fa nel sancto baptesmo, el quale
baptesmo ha virtú e dá vita di grazia in virtú di questo glorioso e prezioso
sangue. Subbito che l'anima ha ricevuto il sancto baptesmo, l’è tolto il
peccato originale ed èlle infusa la grazia. E lo inchinamento al peccato (che è
la margine che rimane del peccato originale, come detto è) indebilisce, e può
l'anima rifrenarlo se ella vuole.
Alora el vasello de
l'anima è disposto a ricévare e aumentare in sé la grazia, assai e poco,
secondo che piacerà a lei di volere disponere se medesima con affetto e
desiderio di
volere amare e servire me. Cosí si può disponere
al male come al bene, non obstante che egli abbi ricevuta la grazia nel sancto
baptesmo. Unde venuto el tempo de la discrezione, per lo libero arbitrio può
usare il bene e il male secondo che piace a la volontà sua. Ed è tanta la
libertà che ha l'uomo, e tanto è facto forte per la virtú di questo glorioso
sangue, che né df lonfo egli né creatura il può costregnere a una minima colpa
piú che si voglia. Tolta gli fu la servitudine e facto libero, acciò che
signoreggiasse la sua propria sensualità e avesse il fine per lo quale era
stato creato.
Oh miserabile uomo
che si diletta nel loto come fa l'animale, e non ricognosce tanto benefizio
quanto ha ricevuto da me; piú non poteva ricevere la miserabile creatura piena
di tanta ignoranzia !
Alto del documento
— Voglio che tu
sappi, figliuola mia, che per la grazia che hanno ricevuta avendoli ricreati
nel sangue de l'unigenito mio Figliuolo, e restituita a grazia l'umana
generazione (si come detto t'ho), non ricognoscendola, ma andando sempre di
male (37) in peggio e di colpa in colpa, sempre perseguitandomi con molte
ingiurie e tenendo tanto a vile le grazie che Io l'ho fatte e fo, che non tanto
che essi se la rechino a grazia, ma e' lo' pare ricevere alcuna volta da me
ingiuria, né piú né meno come se lo volesse altro che la loro sanctificazione;
dico che lo' sarà piú duro, e degni saranno di maggiore punizione. E cosí
saranno piú puniti ora, poi che hanno ricevuta la redempzione del sangue del
mio Figliuolo, che innanzi la redempzione, cioè innanzi che fusse tolta via la
marcia del peccato d'Adam. Cosa ragionevole è che chi piú riceve, piú renda e
piú sia tenuto a colui da cui egli riceve.
Molto era tenuto
l'uomo a me per l'essere che Io gli avevo dato, creandolo a la imagine e
similitudine mia. Era tenuto di rendermi gloria, ed egli me la tolse e volsela
dare a sé; per la qual cosa trapassò l'obedienzia mia imposta a lui e
diventommi nemico. Ed Io con l’umilità destruxi la superbia sua, umiliando la
natura divina e pigliando la vostra umanità; cavandovi dalla servitudine del
dimonio, fecivi liberi; e non tanto che Io vi desse libertà, ma, se tu vedi
bene, l'uomo è facto Dio, e Dio è facto uomo per l'unione della natura divina
nella natura umana.
Questo è uno debito
il quale hanno ricevuto, cioè il tesoro del Sangue, dove essi sonno ricreati a
grazia. Si che vedi quanto essi sono piú obligati a rendere a me doppo la
redempzione che inanzi la redempzione. Sonno tenuti di rendere gloria e loda a
me, seguitando le vestigie della Parola incarnata de l'unigenito mio Figliuolo,
e alora mi rendono debito d'amore di me e dileczione del proxitno con vere e
reali virtú, si come di sopra ti dixi. Non facendolo (perché molto mi debbono
amare), caggiono in maggiore offesa; e però Io per divina giustizia lo' rendo
piú gravezza di pena dando lo' l'esterna dampnazione. Unde molto ha piú pena
uno falso cristiano che uno pagano; e piú el consuma el fuoco senza consumare,
per divina giustizia, cioè affigge, e affliggendo si sentono consumare col
vermine della coscienzia e nondimeno non consuma, perché i dampnati non perdono
l'essere per veruno tormento che ricevano. Onde lo ti dico che essi dimandano
la morte e non la (38) possono avere, perché non possono perdere l'essere.
Perdéro l'essere della grazia per la colpa loro; ma l'essere no. Si che la
colpa è molto piú punita doppo la redempzione del Sangue che prima, perché
hanno piú ricevuto; e non pare che se n'aveggano né si sentano de' mali loro.
Essi mi sonno fatti nemici, avendoli reconciliati col mezzo del sangue del mio
Figliuolo.
Uno rimedio ci ha,
col quale lo placarò l'ira mia: cioè col mezzo de' servi miei, se solliciti
saranno di costrignermi con la lagrima e legarmi col legame del desiderio. Tu
vedi che con questo legame tu m'hai legato; il quale legame lo ti diei perché
volevo fare misericordia al mondo. E però do Io fame e desiderio ne' servi miei
verso l'onore di me e la salute de l'anime, acciò che, costretto da le lagrime
loro, mitighi el furore della divina mia giustizia.
Tolle dunque le
lagrime e il sudore tuo e tra' le della fontana della divina mia caritá tu e
gli altri servi miei; e con esse lavate la faccia a la sposa mia, ché Io ti
prometto che con questo
mezzo le sarà renduta la bellezza sua. Non con
coltello né con guerra né con crudeltá riavarà la bellezza sua; ma con la pace
ed umili e continue orazioni, sudori e lagrime, gittate con anxietato desiderio
de' servi miei. E cosí adempirò el desiderio tuo con molto sostenere, gictando
lume la pazienzia vostra nella tenebre degl'iniqui uomini del mondo. E non
temete perché ‘l mondo vi perseguiti, ché lo sarò per voi, e in veruna
cosa vi mancarà la mia providenzia.
Alto del documento
Alora quella anima
levandosi con maggiore cognoscimento, e con grandissima allegrezza e conforto
stando dinanzi a la divina Maestà, si per la speranza che ella avea presa della
divina (39) misericordia, e si per l'amore ineffabile il quale gustava vedendo
che, per amore e desiderio che Dio aveva di fare misericordia a l'uomo non
obstante che fussero suoi nemici, avea dato il modo e la via a' servi suoi come
potessero costregnere la sua bontá e placare l'ira sua, si rallegrava, perdendo
ogni timore nelle persecuzioni del mondo, vedendo che Dio fusse per lei. E
cresceva forte il fuoco del sancto desiderio, intanto che none stava contenta
ma con sicurtà sancta dimandava per tutto quanto el mondo.
E poniamo che nella
seconda petizione si conteneva el bene e l'utilitá de' cristiani e degli
infedeli, cioè nella reformazione della sancta Chiesa; nondimeno, come
affamata, si stendea l'orazione sua a tutto quanto el mondo (si come egli
stesso la faceva dimandare), gridando: — Misericordia, Idio etterno, verso le
tue pecorelle, si come pastore buono che tu se'. Non indugiare a fare
misericordia al mondo, però che giá quasi pare che egli non possa .piú, perché
al tutto pare privato de l'unione della caritá inverso di te, Verità etterna, e
verso di loro medesimi : cioè di non amarsi insieme d'amore fondato in te.
Alto del documento
Alora Dio, come
ebbro d'amore verso la salute nostra, teneva modo d'accendere maggiore amore e
dolore in quella anima in questo modo: mostrando con quanto amore aveva creato
l'uomo, (si come di sopra alcuna cosa dicemmo), e diceva: — Or non vedi tu che
ognituto mi percuote; e Io gli ho creati con tanto fuoco d'amore e dotatigli di
grazia; e molti, quasi infiniti doni ho dati a loro per grazia e non per
debito? Or vedi, figliuola, con quanti e diversi peccati essi mi percuotono, e
spezialmente col miserabile e abominevole amore proprio di loro medesimi, unde
(40) procede ogni male. Con questo amore hanno avelenato tutto quanto il mondo,
però che come l'amore di me tiene in sé ogni virtú parturita nel proximo (si
com' Io ti dimostrai), cosí l'amore proprio sensitivo, perché procede da la
superbia (come il mio procede da carità), contiene in sé ogni male. E questo
male fanno col mezzo della creatura, separati e divisi da la caritá del
proximo, perché me non hanno amato, né il proximo non amano, però che sonno
uniti l'uno e l'altro insieme. E però ti dissi che ogni bene e ogni male era
facto col mezzo del proximo, si come lo, di sopra, questa parola ti spianai.
Molto mi posso
lagnare de l'uomo che da me non ha ricevuto altro che bene, e a me dá odio
facendo ogni male. Perché Io ti dissi che con le lagrime de' servi miei
mitigarei l'ira mia; e cosí ti ridico. Voi, servi miei, paratevi dinanzi con le
molte orazioni e ansietati desidèri e dolore de l'offesa che è facta a me, e
della dannazione loro; e cosí mitigarete l'ira mia del divino giudicio.
Alto del documento
— Sappi che veruno
può escire delle mie mani: però che Io so' Colui che so'; e voi non sète per
voi medesimi se non quanto sète fatti da me, il quale so' Creatore di tutte le
cose
che participano essere, excepto che del
peccato che non è, e però non è facto da me e, perché non è in me, non è degno
d'essere amato. E però offende la creatura: perché ama quel che non debba
amare, cioè il peccato; e odia me che è tenuto e obligato d'amarmi, che so'
sommamente buono e hogli dato l'essere con tanto fuoco d'amore. Ma di me non
possono escire: o eglino ci stanno per giustizia per le colpe loro, o essi ci
stanno per misericordia. Apre dunque l'occhio de l'intelletto e mira nella mia
mano, e vedrai che egli è la veritá quel ch' Io t'ho detto. —
41
Alora ella, levando
l'occhio per obedire al sommo Padre, vedeva nel pugno suo rinchiuso tucto
l'universo mondo, dicendo Dio: — Figliuola mia, or vedi e sappi che veruno me
ne può essere tolto, però che tucti ci stanno o per giustizia o per
misericordia, come decto è, perché sonno miei e creati da me, e angoli
ineffabilemente. E però, non obstanti le iniquità loro, Io lo' farò
misericordia col mezzo de' servi miei, e adempirò la petizione tua, che con
tanto amore e dolore me l'hai adimandata.
Alto del documento
Alora quella anima
come ebbra e quasi fuore di sé, crescendo el fuoco del sancto desiderio, stava
quasi beata e dolorosa. Beata stava per l'unione che aveva facta in Dio,
gustando la larghezza e bontá sua, tucta annegata nella sua misericordia: e
dolorosa era vedendo offendere tanta bontá. E rendeva grazie a la divina
Maiestà, quasi cognoscendo che Dio avesse manifestato e' difecti delle creature
perché fusse costrecta a levarsi con piú sollicitudine e maggiore desiderio.
Sentendosi
rinnovare il sentimento de l'anima nella Deitá etterna, crebbe tanto el sancto
e amoroso fuoco che il sudore de l'acqua, el quale ella gictava per la forza
che l'anima faceva al corpo (perché era piú perfetta l'unione che quella anima
aveva fatta in Dio, che non era l'unione fra l'anima e il corpo, e però sudava
per forza e caldo d'amore), ella lo spregiava per grande desiderio che aveva di
vedere escire del corpo suo sudore di sangue; dicendo a se medesima: — O anima
mia, oimè ! tutto il tempo della vita tua hai perduto, e però sonno venuti
tanti danni e mali nel mondo e nella sancta Chiesa; molti, in comune e in
particulare. E però lo voglio che tu ora rimedisca col sudore del sangue. —
42
Veramente questa
anima aveva bene tenuta a mente la dottrina che le die' la Verità: di sempre
cognoscere sé e la bontá di Dio in sé; e il remedio che si voleva a rimediare
tutto quanto el mondo, a placare l'ira e il divino giudicio, cioè con umili,
continue e sancte orazioni.
Alora questa anima,
speronata dal sancto desiderio, si levava molto maggiormente aprendo l'occhio
de l'intelletto, e speculavasi nella divina carità, dove vedeva e gustava
quanto siamo
tenuti d'amare e di cercare la gloria e loda
del nome di Dio nella salute de l'anime. A questo vedeva chiamati e' servi di
Dio. E singularmente chiamava ed eleggeva la Verità etterna ci padre de l'anima
sua, ci quale ella portava dinanzi a la divina bontá, pregandola che infondesse
in lui uno lume di grazia acciò che in veritá seguitasse essa Verità.
Alto del documento
Alora Dio, rispondendo
a la terza petizione, cioè della fame della salute sua, diceva:
— Figliuola, questo voglio: che egli cerchi di
piacere a me, Verità, nella fame della salute de l'anime, con ogni
sollicitudine. Ma questo non potrebbe né egli né tu né veruno altro avere senza
le molte persecuzioni, sí come Io ti dixi di sopra, secondo ch'io ve le
concedarò.
Si come voi
desiderate di vedere il mio onore nella sancta Chiesa, cosí dovete concipere
amore a volere sostenere con vera pazienzia. E a questo m'avedrò, che egli e tu
e gli altri miei servi cercarete il mio onore in veritá. Alora sarà egli ci
carissimo mio figliuolo, e riposarassi, egli e gli altri, sopra ci petto de
l'unigenito mio Figliuolo, del quale lo ho facto ponte perché tutti potiate
giognere al fine vostro e ricevere il frutto d'ogni vostra fadiga che avarete
sostenuta per lo mio amore. Si che portate virilemente.
43
Alto del documento
— E perché Io ti
dixi che del Verbo de l'unigenito mio Figliuolo avevo facto ponte, e cosí è la
veritá, voglio che sappiate, figliuoli miei, che la strada si ruppe, per lo
peccato e disobedienzia d'Adam, per si facto modo che neuno potea giognere a
vita durabile; e non mi rendevano gloria per quel modo che dovevano, non
participando quel bene per lo quale Io gli avevo creati a la imagine e
similitudine mia. E non avendolo, non s'adempiva la mia veritá. Questa veritá è
che Io l'avevo creato perché egli avesse vita etterna, e participasse me e
gustasse la somma ed etterna dolcezza e bontá mia. Per lo peccato suo non giogneva
a questo termine, e questa veritá non s'adempiva. E questo era però che la
colpa aveva serrato ci cielo e la porta della misericordia mia.
Questa colpa
germinò spine e tribolazioni con molte molestie; la creatura trovò ribellione a
se medesima subbito che ebbe ribellato a me; esso medesimo si fu ribello.
La carne impugnò subbito contra lo spirito,
perdendo lo stato della innocenzia, e diventò animale immondo. E tutte le cose
create gli furono ribelle, dove in prima gli sarebbero state obedienti se egli
si fusse conservato nello stato dove Io el posi. Non conservandosi, trapassò
l’obedienzia mia, e meritò morte etternale ne l'anima e nel corpo.
E corse, disúbbito
che ebbe peccato, uno fiume tempestoso che sempre ci percuote con fonde sue,
portando fadighe e molestie da sé, e molestie dal dimonio e dal mondo. Tutti
annegavate, perché veruno, con tutte le sue giustizie, non poteva giognere a
vita etterna. E però Io, volendo rimediare a tanti vostri mali, v'ho dato il
ponte del mio Figliuolo, acciò che passando ci fiume non annegaste. EI quale
fiume è il mare tempestoso di questa tenebrosa vita.
44
Vedi quanto è tenuta la creatura a me! e
quanto è ignorante a volersi pure annegare e non pigliare il remedio ch' Io
l'ho dato!
Alto del documento
— Apre l'occhio de
l'intellecto e vedrai gli acciecati e ignoranti. E vedrai gl' imperfecti e i
perfecti che in veritá seguitano me, acciò che tu ti doglia della dannazione
degl'ignoranti e rallegriti della perfeczione de' dilecti figliuoli miei.
Ancora vedrai che modo tengono quelli che vanno a lume e quelli che vanno a
tenebre. Ma innanzi voglio che raguardi el ponte de l'unigenito mio Figliuolo,
e vede la grandezza sua che tiene dal cielo a la terra, cioè raguarda che è
unita con la grandezza della Deitá la terra della vostra umanità. E però dico
che tiene dal cielo a la terra, cioè per l'unione che Io ho facta ne l'uomo.
Questo fu di
necessità a volere rifare la via che era rocta, si come lo ti dixi, acciò che
giogneste a vita e passaste l'amaritudine del mondo. Pure, di terra non si
poteva fare di tanta
grandezza che fusse sufficiente a passare il
fiume e darvi vita etterna, cioè che pure la terra della natura de l'uomo non
era sufficiente a satisfare la colpa e tollere via la marcia del peccato
d'Adam, la quale marcia corruppe tucta l'umana generazione e trasse puzza da
lei, si come di sopra ti dixi. Convennesi dunque unire con l'altezza della
natura mia, Deitá etterna, acciò che fusse sufficiente a satisfare a tucta
l'umana generazione: la natura umana sostenesse la pena, e la natura divina
unita con essa natura umana acceptasse il sacrifizio del mio Figliuolo, offerto
a me per voi per tòllarvi la morte e darvi la vita.
Si che l'altezza
s'aumiliò a la terra, e della vostra umanità unita l'una con l'altra se ne fece
ponte, e rifece la strada. Perché si fece via? acciò che in veritá veniste a
godere con (45) la natura angelica; e non bastarebbe a voi ad avere la vita
perché ‘l Figliuolo mio vi sia facto ponte, se voi non teneste per esso.
Alto del documento
Qui mostrava la
Verità etterna che elli ci aveva creati senza noi, ma non ci salvarà senza noi;
ma vuole che noi ci mettiamo la volontà libera, col libero arbitrio exercitando
ci tempo con le vere virtú. E però subgionse a mano a mano dicendo:
— Tucti vi conviene
tenere per questo ponte, cercando la gloria e loda del nome mio nella salute de
l'anime, con pena sostenendo le molte fadighe, seguitando le vestigie di questo
dolce ed amoroso Verbo. In altro modo non potreste venire a me.
Voi sète miei
lavoratori che v'ho messi a lavorare nella vigna della sancta Chiesa. Voi
lavorate nel corpo universale della religione cristiana; messi da me per
grazia, avendovi Io dato ci lume del sancto baptesmo. El quale baptesmo aveste
nel corpo mistico della sancta Chiesa per le mani de' ministri, e' quali lo ho messi
a lavorare con voi.
Voi sète nel corpo
universale, ed essi sonno nel corpo mistico, posti a pascere l'anime vostre,
ministrandovi ci Sangue ne' sacramenti che ricevete da .lei, traendone essi le
spine de' peccati mortali e piantandovi la grazia. Essi sonno miei lavoratori
nella vigna de l'anime vostre, legati nella vigna della sancta Chiesa.
Ogni creatura che
ha in sé ragione ha la vigna per se medesima, cioè la vigna de l'anima sua;
della quale la volontà col libero arbitrio nel tempo n'è facto lavoratore, cioè
mentre che elli vive. Ma poi che è passato ci tempo, neuno lavorio può fare, né
buono né gattivo; ma mentre che elli vive può lavorare la vigna sua, nella
quale Io l'ho messo. E ha ricevuta (46) tanta fortezza questo lavoratore de
l'anima che né dimonio né altra creatura gli ‘l può tollere se egli non
vuole; però che ricevendo el sancto baptesmo si fortificò e fugli dato un
coltello d'amore di virtú, e odio del peccato. El quale amore e odio truova nel
Sangue, però che per amore di voi e odio del peccato mori l'unigenito mio
Figliuolo, dandovi el Sangue, per lo quale Sangue aveste vita nel sancto
baptesmo.
Si che avete il
coltello, el quale dovete usare col libero arbitrio, mentre che avete il tempo,
per divellere le spine de' peccati mortali e piantare le virtú; però che in
altro modo da essi lavoratori che Io ho messi nella sancta Chiesa (de' quali ti
dixi che tollevano el peccato mortale della vigna de l'anima e davanvi la
grazia, ministrandovi el Sangue ne' sacramenti che ordinati sonno nella sancta
Chiesa) non ricevareste el frutto del Sangue.
Conviensi dunque
che prima vi leviate con la contrizione del cuore e dispiacimento del peccato e
amore della virtú; e alora ricevarete il frutto d'esso Sangue. Ma in altro modo
noi potreste ricevere, non disponendovi da la parte vostra come tralci uniti
nella vite de l'unigenito mio Figliuolo, el quale dixe: «Io so' vite vera; el
Padre mio è il lavoratore, e voi sète i tralci ». E cosí è la veritá: che lo
so' il lavoratore, però che ogni cosa che ha essere è uscito ed esce di me. La
potenzia mia è inextimabile, e con la mia potenzia e virtú governo tutto
l'universo mondo. Veruna cosa è fatta o governata senza me. Si che Io so' el
lavoratore che piantai la vite vera de l'unigenito mio Figliuolo nella terra della
vostra umanità, acciò che voi, tralci uniti con la vite, faceste frutto.
E però chi non farà
frutto di sancte e buone operazioni sarà tagliato da questa vite, e seccarassi.
Però che separato da essa vite perde la vita della grazia ed è messo nel fuoco
etternale, sí come il tralcio che non fa frutto, che è tagliato subbito dalla
vite ed è messo nel fuoco perché non è buono ad altro. Or cosí questi cotali
tagliati per l'offese loro, morendo nella colpa del peccato mortale, la divina
giustizia (non essendo buoni ad altro) gli mette nel fuoco el quale dura
etternalmente.
47
Costoro non hanno
lavorata la vigna loro; anco l'hanno disfatta, e la loro e l'altrui. Non solo
che ci abbino messa alcuna pianta buona di virtú; ma essi n'hanno tratto il
seme della grazia, el quale avevano ricevuto nel lume del sancto baptesmo,
participando el sangue del mio Figliuolo, el quale fu el vino che vi porse
questa vite vera. Ma essi ne l'hanno tratto, questo seme, e datolo a mangiare
agli animali, cioè a diversi e molti peccati, e messolo sotto e' piei del
disordinato affetto, col quale affetto hanno offeso me e facto danno a loro e
al proximo.
Ma e' servi miei
non fanno cosí ; e cosí dovete fare voi, cioè essere uniti e innestati in
questa vite. E alora riportarete molto frutto, perché participarete de l'umore
della vite. E stando nel Verbo del mio Figliuolo state in me, perché lo so' una
cosa con lui ed egli con meco; stando in lui seguitarete la dottrina sua;
seguitando la sua dottrina participate della sustanzia di questo Verbo, cioè
participate della Deitá etterna unita ne l'umanità, traendone voi uno amore
divino dove l'anima s' inebbria. E però ti dixi che participate della sustanzia
della vite.
Alto del documento
— Sai che modo Io
tengo poi ch' e' servi miei sonno uniti in seguitare la dottrina del dolce ed
amoroso Verbo? Io gli poto, acciò che faccino molto frutto, e il frutto loro
sia provato e non insalvatichisca. Si come il tralcio che sta nella vite, che
il lavoratore il pota perché facci migliore vino e piú; e quello che non fa
frutto taglia e mette nel fuoco. E cosí fo lo lavoratore vero: e' servi miei
che stanno in me lo gli poto con le molte tribolazioni, acciò che faccino piú
frutto e migliore, (48) e sia provata in loro la virtú. E quegli che non fanno
fructo sono tagliati e messi al fuoco, come detto t'ho.
Questi cotali sonno
lavoratori veri, e lavorano bene l'anima loro, traendone ogni amore proprio,
rivoltando la terra de l’affecto loro in me. E nutricano e crescono ci seme
della grazia, ci quale ebbero nel sancto baptesmo. Lavorando la loro, lavorano
quella del proximo, e non possono lavorare l'una senza l'altra; e giá sai ch'
Io ti dixi che ogni male si faceva col mezzo del proximo e ogni bene. Si che
voi sète miei lavoratori, esciti di me, sommo ed etterno lavoratore, il quale
v'ho uniti e innestati nella vite per l'unione che lo ho fatta con voi.
Tiene a mente che
tutte le creature che hanno in loro ragione hanno la vigna loro di per sé. La
quale è unita senza veruno mezzo col proximo loro, cioè l'uno con l'altro. E
sonno tanto uniti che veruno può fare bene a sé che noi facci al proximo suo,
né male che non il faccia a lui. Di tutti quanti voi è fatta una vigna
universale, cioè di tutta la congregazione cristiana, e' quali sète uniti nella
vigna del corpo mistico della sancta Chiesa, unde traete la vita.
Nella quale vigna è
piantata questa vite de l'unigenito mio Figliuolo, in cui dovete essere
innestati. Non essendo voi innestati in lui, sète subito ribelli a la sancta
Chiesa e sète come membri tagliati dal corpo che subito imputridisce. È vero
che, mentre che avete il tempo, vi potete levare da la puzza del peccato col
vero dispiacimento e ricórrire a' miei ministri, e' quali sonno lavoratori che
tengono , te chiavi del vino, cioè del Sangue uscito di questa vite. El quale
Sangue è si facto e di tanta perfeczione che, per veruno difetto del ministro,
non vi può essere tolto ci fructo d'esso Sangue.
El legame della
caritá è quello che gli lega con vera umilità, acquistata nel vero
cognoscimento di sé e di me. Si che vedi che tutti v'ho messi per lavoratori. E
ora di nuovo v'invito, perché’l mondo giá viene meno, tanto sonno
multiplicate le spine che hanno affogato ci seme, in tanto che veruno fructo ai
grazia vogliono fare.
49
Voglio dunque che
siate lavoratori veri, che con molta sollicitudine aitiate a lavorare l'anime
nel corpo mistico della sancta Chiesa. A questo v'eleggo, perch' Io voglio fare
misericordia al Inondo, per lo quale tu tanto mi preghi.
Alto del documento
Alora l'anima con
ansietato amore diceva: — O inextimabile dolcissima carità, chi non s'accende a
tanto amore? Qual cuore si può difendere che non venga meno? Tu, abisso di
carità, pare che impazzi delle tue creature, come tu senza loro non potessi
vivere, con ciò sia cosa che tu sia lo Dio nostro che non hai bisogno di noi.
Del nostro bene a te non cresce grandezza, però che tu se' immobile; del nostro
male a te non è danno, però che tu se' somma ed etterna bontá. Chi ti muove a
fare tanta misericordia? L'amore; e non debito né bisogno che tu abbi di noi,
però che noi siamo rei e malvagi debitori.
Se io veggo bene,
somma, ed etterna Verità, io so' ci ladro e tu se' lo 'npiccato per me; perché
veggo ci Verbo tuo Figliuolo confitto e chiavellato in croce, del quale m'hai
facto ponte, secondo che hai manifestato a me, miserabile tua serva. Per la
quale cosa ci cuore scoppia, e non può scoppiare per la fame e desiderio che è
conceputo in te. Ricordomi che tu volevi mostrare chi sono coloro che vanno per
lo ponte, e chi non vi va. E però, se piacesse a la bontá tua di manifestarlo,
volontieri ci vedrei e l'udirei da te.
Alto del documento
50
Alora Dio etterno
per fare piú inamorare e inanimare quella anima verso la salute de l'anime, le
rispose e dixe: — Prima ch' Io ti mostri quel ch'Io ti voglio mostrare e di che
tu mi dimandi, ti voglio dire come il ponte sta.
Decto t'ho che egli
tiene dal cielo a la terra: cioè per l'unione che Io ho fatta ne l'uomo, el
quale Io formai del limo della terra. Questo ponte, unigenito mio Figliuolo, ha
in sé tre scaloni; delle quali le due furono fabricate in sul legno della
sanctissima croce, e la terza anco senti la grande amaritudine quando gli fu
dato bere fiele ed aceto.
In questi tre
scaloni cognoscerai tre stati de l'anima, e' quali Io ti dichiararò di sotto.
El primo scalone
sonno e' piei, e' qualì significano l'affetto; però che come i piei portano el
corpo, cosí l'affetto porta l'anima. E' piei confitti ti sonno scalone acciò
che tu possa giognere al costato, il quale ti manifesta el segreto del cuore.
Però che salito in su' piei de l'affetto, l'anima comincia a gustare l'affetto
del cuore, ponendo l'occhio de l'intelletto nel cuore aperto del mio Figliuolo,
dove truova consumato e ineffabile amore.
Consumato, dico,
ché non v'ama per propria utilitá, però che utilitá a lui non potete fare, però
che egli è una cosa con meco. Alora l'anima s'empie d'amore, vedendosi tanto
amare. Salito el secondo, giogne al terzo, cioè a la bocca, dove truova la pace
della grande guerra che prima aveva avuta per le colpe sue.
Per lo primo
scalone, levando e' piei de l'affetto dalla terra, si spoglia del vizio; nel
secondo s'empí d'amore con virtú, e nel terzo gustò la pace.
51
Si che il ponte ha
tre scaloni acciò che, salendo el primo e il secondo, potiate giognere a
l'ultimo. Ed è levato in alto si che, correndo l'acqua, non l'offende, però che
in lui non fu veleno di peccato.
Questo ponte è
levato in alto, e non è separato però dalla terra. Sai quando si levò in alto?
Quando fu levato in sul legno della sanctissima croce, non separandosi però la
natura divina dalla bassezza della terra della vostra umanità; e però ti dixi
che, essendo levato in alto, non era levato dalla terra, perché ella era unita
e impastata con essa. Non era veruno che sopra el ponte potesse andare infino
che egli non fu levato in alto; e però dixe egli: «Se Io sarò levato in alto,
ogni cosa tirarò a me ».
Vedendo la mia
bontá che in altro modo non potavate essere tratti, manda' lo perché fusse
levato in alto in sul legno della croce, facendone una ancudine dove si
fabricasse il figliuolo de l'umana generazione, per tollergli la morte e
rivestirlo a la vita della grazia.
E però trasse ogni cosa a sé per questo modo,
per dimostrare l'amore ineffabile che v'aveva, perché’l cuore de l'uomo è
sempre tratto per amore. Maggiore amore mostrare non vi poteva che dare la vita
per voi. Per forza dunque è tratto da l'amore, se giá l'uomo ignorante non fa
resistenzia in non lassarsi trare. Dixe dunque che, essendo levato in alto,
ogni cosa trarrebbe a sé; e cosí è la veritá.
E questo s'intende
in due modi. L'uno si è che, tratto il cuore de l'uomo per affetto d'amore,
come detto t'ho, è tratto con tutte le potenzie de l'anima, cioè la memoria, l’
intelletto e la volontà. Acordate queste tre potenzie e congregate nel nome
mio, tutte l'altre operazioni che egli fa, attuali e mentali, sonno traete
piacevoli e unite in me per affetto d'amore, perché s'è levato in alto seguitando
l'amore crociato. Si che ben dixe veritá la mia Verità dicendo: «Se Io sarò
levato in alto ogni cosa trarrò a me », cioè che, tratto il cuore e le potenzie
de l'anima, saranno tratte tutte le sue operazioni.
L'altro modo si è
perché ogni cosa è creata in servigio dell'uomo. Le cose create sonno fatte
perché servano e sovengano (52) a la necessità delle creature; e non la
creatura, che ha in sé ragione, è fatta per loro: anco per me, acciò che mi
serva con tutto el cuore e con tutto l'affetto suo. Si che vedi che, essendo
tratto l'uomo, ogni cosa è tratta, perché ogni cosa è fatta per lui.
Fu dunque di
bisogno che ‘l ponte fusse levato in alto, e abbi le scale, acciò che si
possa salire con piú agevolezza.
Alto del documento
— Questo ponte si
ha le pietre murate acciò che, venendo la piova, non impedisca l’andatore. Sai
quali pietre sonno queste? sonno le pietre delle vere e reali virtú. Le quali
pietre non erano murate innanzi alla passione di questo mio Figliuolo, e però
erano impediti che neuno poteva giognere al termine suo, quantunque essi
andassero per la via delle virtú. Non era ancora diserrato el cielo con la
chiave del Sangue, e la piova della giustizia non gli lassava passare.
Ma, poi che le pietre
furono fatte e fabricate sopra el Corpo del Verbo del dolce mio Figliuolo (di
cui Io t’ho detto che è ponte), egli le mura e intride la calcina, per murarle,
col Sangue suo; cioè che ‘l Sangue è intriso con la calcina della Deitá e
con la forza e fuoco della caritá.
Con la potenzia mia
murate sonno le pietre delle virtú sopra lui medesimo, però che neuna virtú è
che nonísia provata in lui, e da lui hanno vita tutte le virtú. E però veruno
può avere virtú, che dia vita di grazia, se non da lui, cioè seguitando le
vestigie e la dottrina sua. Egli ha maturate le virtú, ed egli l'ha piantate
come pietre vive, murate col Sangue suo, acciò che ogni fedele possa andare
expeditamente e senza veruno timore servile (53) piova della divina giustizia,
perché è ricoperto con misericordia. La quale misericordia discese di cielo
nella Incarnazione di questo mio Figliuolo. Con che s'aperse? con la chiave del
sangue suo.
Si che vedi che ‘l
ponte è murato, ed è ricoperto con la misericordia, e su v'è la bottiga
del giardino della sancta Chiesa, la quale tiene e ministra el Pane della vita,
e dá bere il Sangue, acciò ch'e' viandanti peregrini delle mie creature,
stanchi, non vengano meno nella via. E per questo ha ordinato la mia caritá che
vi sia ministrato el Sangue e ‘l Corpo de l'unigenito mio Figliuolo tutto
Dio e tutto uomo.
E passato el ponte,
si giogne a la porta, la quale porta è esso ponte, per la quale tutti vi
conviene intrare. E però disse Egli: « Io so' via, veritá e vita. Chi va per me
non va per la tenebre, ma per la luce ». E in uno altro luogo disse la mia
Verità: che neuno poteva venire a me, se non per lui; e cosí è la veritá.
E, se bene ti
ricorda, cosí ti dixi e mostrato te l'ho, volendoti fare vedere la via. Unde,
se Egli dice che è via, egli è la veritá. E giá te l'ho mostrato che Egli è via
in forma d'uno ponte. E dice che è veritá, e cosí è, perciò che Egli è unito
con meco che so' veritá, e chi el séguita va per la veritá. Ed è vita; e chi
séguita questa vita riceve la vita della grazia e non può perire di fame,
perché la Verità vi s'è facto cibo.
Né può cadere in
tenebre, perché Egli è luce, privato della bugia: anco con la veritá confuse e
destrusse la bugia del dimonio, la quale elli dixe ad Eva. La quale bugia ruppe
la strada del cielo; e la Verità l'ha racconcia e murata col Sangue. Quegli che
seguiranno questa via sonno figliuoli della Verità, perché seguitano la Verità,
e passano per la porta della Verità, e truovansi in me unito con la porta e via
del mio Figliuolo, Verità etterna, mare pacifico. Ma chi non tiene per questa
via, tiene di sotto per lo fiume, la quale è via non posta con pietre, ma con
acqua. E perché l'acqua non ha ritegno veruno, nessuno vi può andare che non
annieghi. Cosí sonno fatti e' dilecti e gli stati del mondo. E perché l'affetto
non è posto sopra (54) la pietra, ma è posto con disordinato amore nelle
creature e nelle cose create, amandole e tenendole fuore di me, ed elle sonno
fatte come l'acqua che continuamente corre; cosí corre l'uomo come elleno,
benché a lui pare che corrano le cose create che egli ama, ed egli è pur elli
che continuamente corre verso il termine della morte. Vorrebbe tenere sé, cioè
la vita sua e le cose che egli ama, che non corrissero venendoli meno o per la
morte che egli lassi loro, o per mia dispensazione che le cose create sieno
tolte dinanzi alle creature. Costoro seguitano la bugia tenendo per la via
della bugia, e sonno figliuoli del dimonio, el quale è padre delle bugie. E'
perché passano per la porta della bugia, ricevono etterna dannazione.
Si che vedi ch' Io
t'ho mostrata la veritá e mostrata la bugia: cioè la via mia che è veritá e
quella del dimonio che è bugia.
Alto del documento
— Queste sonno due
strade, e per ciascuna si passa con fadiga. Mira quanta è l’ignoranzia e
ciechità dell'uomo, che, essendoli fatta la via, vuole tenere per l'acqua. La
quale via è di tanto dilecto a coloro che vanno per essa, che ogni amaritudine
lo' diventa dolce e ogni grande peso lo' diventa leggero. Essendo nella tenebre
del corpo, truovano la luce; ed essendo mortali, truovano la vita immortale,
gustando per affetto d'amore, col lume della fede, la veritá etterna che
promette di dare refrigerio a chi s'affadiga per me, che so' grato e
cognoscenté, e so' giusto, che a ogniuno rendo giustamente secondo che merita;
unde ogni bene è remunerato e ogni colpa punita.
El dilecto che ha
colui che va per questa via non sarebbe la lingua tua sufficiente a poterlo
narrare, né l'orecchia a poterlo udire, né l'occhio a poterlo vedere; però che
in questa vita gusta e participa di quel bene che gli è apparecchiato nella
(55) vita durabile. Bene è dunque macto colui che schifa tanto bene, ed elegge
innanzi, di gustare in questa vita l'arra de l'inferno, tenendo per la via di
sotto, dove va con molte fadighe e senza neuno refrigerio e senza veruno bene;
però che per lo peccato loro sonno privati di me che so' sommo ed etterno Bene.
Bene hai dunque
ragione di dolerti, e voglio che tu e gli altri servi miei stiate in continua
amaritudine de l'offesa mia compassione de l' ignoranzia e danno loro, con la
quale e
ignoranzia m'offendono.
Or hai veduto e
udito del ponte come egli sta; e questo ho detto per dichiarare quello ch' Io
ti dissi, che era ponte l'unigenito mio Figliuolo (e cosí vedi che è la
veritá), facto per lo modo che Io t’ho detto, cioè unita l'altezza con la
bassezza.
Alto del documento
— Poi che
l'unigenito mio Figliuolo ritornò a me, doppo la resurrexione quaranta di,
questo ponte si levò da la terra, cioè dalla conversazione degli uomini, e
salse in cielo per la virtú della natura mia divina, e siede da la mano dricta
di me, Padre etterno. Si come disse l'angelo a' discepoli el di de
l'Ascensione, stando quasi come morti perché i cuori loro erano levati in alto
e saliti in celo con la sapienzia del mio Figliuolo. Disse: «Non state piú qui,
ché elli siede da la mano dricta del Padre ».
Levato in alto e
tornato a me Padre, lo mandai el Maestro, cioè lo Spirito sancto, el quale
venne con la potenzia mia e con la sapienzia del mio Figliuolo e con la
clemenzia sua, d'esso Spirito sancto. Egli è una cosa con meco Padre e col
Figliuolo mio, unde fortificò la via della dottrina che lassò la mia Verità nel
mondo; e però, partendosi la presenzia, non si parti (56) la doctrina né le
virtú, vere pietre fondate sopra questa doctrina, la quale è la via che v'ha
facto questo dolce e glorioso ponte. Prima adoparò Egli, e con le sue
operazioni fece la via, dando la doctrina a voi per exemplo piú che per parole:
anco prima fece che Egli dicesse.
Questa doctrina
certificò la clemenzia dello Spirito sancto, fortificando le menti de'
discepoli a confessare la veritá ed annunziare questa via, cioè la doctrina di
Cristo crocifixo, ripren. dendo per mezzo di loro el mondo delle ingiustizie e
de' falsi giudici. Delle quali ingiustizie e giudicio, di socto piú
distesamente ti narrarò.
Hocti decto questo
acciò che ne le menti di chi ode non potesse cadere veruna tenebre che
obfuscasse la mente; cioè che volessero dire che di questo Corpo di Cristo se
ne fece
ponte per l'unione della natura divina unita
con la natura umana. Questo veggo che egli è la veritá. Ma questo ponte si
parti da noi salendo in celo. Egli ci era una via che c'insegnava la veritá
vedendo l’exemplo e i costumi suoi. Ora che ci è rimaso? e dove truovo la via?
Dicotelo, cioè dico a coloro a cui cadesse questa ignoranzia.
La via della
doctrina sua, la quale Io t'ho decta, confermata dagli appostoli e dichiarata
nel sangue de' martiri, illuminata con lume de' doctori e confessata per li
confessori, e tractane
la carta per li evangelisti, e' quali stanno
tucti come testimoni a confessare la veritá nel corpo mistico della sancta
Chiesa. Egli sonno come lucerna posta in sul candelabro, per mostrare la via
della veritá, la quale conduce a vita con perfecto lume, come decto t'ho. E
come te la dicono? per pruova: perché l'hanno provata in loro medesimi. Si che
ogni persona è illuminata in conoscere la veritá, se egli vuole (cioè che egli
non si voglia tollere il lume della ragione col proprio disordinato amore). Si
che egli è veritá che la doctrina sua è vera, ed è rimasa come navicella a
trare l'anima fuore del mare tempestoso e conducerla ad porto di salute.
Si che in prima Io
vi feci el ponte del mio Figliuolo, actuale, come decto ho, conversando con gli
uomini; e levato el ponte (57) actuale, rimase il ponte e la via della
doctrina, come decto è, essendo la doctrina unita con la potenzia mia, con la sapienzia
del Figliuolo e con la clemenzia dello Spirito
sancto. Questa potenzia dá virtú di fortezza a chi séguita questa via; la
sapienzia gli dá lume che in essa via cognosce la veritá; lo Spirito sancto gli
dá amore, el quale consuma e tolle ogni amore proprio sensitivo fuore de
l'anima, e solo gli rimane l'amore delle virtú.
Si che in ogni
modo, o actuale o per doctrina, Egli è via e veritá e vita. La quale via è il
ponte che vi conduce a l'altezza del cielo. Questo volse dire quando Egli dixe:
« Io venni dal Padre, e ritorno al Padre, e tornarò ad voi ». Cioè a dire: — El
Padre mio mi mandò a voi, e hammi facto vostro ponte, acciò che esciate del
fiume e potiate giognere a la vita. — Poi dice: « E tornarò a voi. Io non vi
lassarò orfani, ma mandarovi el Paraclito ». Quasi dicesse la mia Verità: — lo
n'andarò al Padre e tornarò; cioè che, venendo lo Spirito sancto, il quale è
decto Paraclito, vi mostrarà piú chiaramente e vi confermatà me, via di veritá,
cioè la doctrina che Io v'ho data. —
Dixe che tornarebbe,
e Egli tornò, perché lo Spirito sancto non venne solo, ma venne con la potenzia
di me Padre, con la sapienzia del Figliuolo e con essa clemenzia di Spirito
sancto. Vedi dunque che torna: non actuale ma con la virtú, come decto è,
fortificando la strada della doctrina; la quale via e strada non può venire
meno né essere tolta a colui che la vuole seguitare, perché ella è ferma e
stabile e procede da me che non mi muovo.
Adunque virilmente
dovete seguitare la via, e senza alcuna nuvila ma col lume della fede, la quale
v'è data per principale vestimento nel sancto baptesmo.
Ora t'ho mostrato
apieno e dichiarato el ponte actuale e la doctrina, la quale è una cosa insieme
col ponte. E ho mostrato a l'ignorante chi gli manifesta questa via che ella è
veritá, e dove stanno coloro che la 'nsegnano; e dixi che erano gli appostoli,
evangelisti, martiri e confessori e i sancti doctori, posti nel luogo della
sancta Chiesa come lucerna.
58
E hocti detto e
mostrato come, venendo a me, egli tornò a voi, non presenzialmente ma con la
virtú, come detto t'ho, cioè venendo lo Spirito sancto sopra e' discepoli. Però
che presenzialmente non tornarà se non ne l'ultimo di del giudicio, quando
verrà con la mia maiestà e potenzia divina a giudicare il mondo e a rendere
bene a' buoni e remunerarli delle loro fadighe, l'anima e il corpo insieme, e
rendere male di pena etternale a coloro che iniquamente sonno vissuti nel
mondo.
Ora ti voglio dire
quello che lo veritá ti promissi, cioè di mostrarti quegli che vanno
imperfettamente, e quegli che vanno perfettamente, e altri con la grande
perfeczione, e ili che modo vanno; e gli iniqui che con le iniquità loro
s'aniegano nel fiume, giognendo a' crociati tormenti.
Ora dico a voi,
carissimi figliuoli miei, che voi teniate sopra el ponte e non di sotto, però
che quella non è la via della veritá: anco è quella della bugia, dove vanno gl'
iniqui peccatori, de' quali Io ora ti dirò. Questi sonno quegli peccatori, per
li quali lo vi prego che voi mi preghiate e per li quali Io vi richieggio
lagrime e sudori acciò che da me ricevano misericordia.
Alto del documento
Alora quella anima,
quasi come ebbra, non si poteva tenere; ma quasi stando nel cospetto di Dio,
diceva: — O etterna misericordia, la quale ricuopri e' difetti delle tue
creature, non mi maraviglio che tu dica di coloro che escono del peccato
mortale e tornano a te: « lo non mi ricordarò che tu m'offendessi mai ». O
misericordia ineffabile, non mi maraviglio che tu dica questo a coloro che
escono del peccato, quando tu dici di coloro che ti perseguitano: « Io voglio
che mi preghiate per loro, acciò che Io lo' facci misericordia ».
59
O misericordia la
quale esce della Deitá tua, Padre etterno, la quale governa con la tua potenzia
tutto quanto el mondo! Nella misericordia tua fummo creati: nella misericordia
tua fummo ricreati nel sangue del tuo Figliuolo. La misericordia tua ci
conserva, la misericordia tua fece giocare in sul legno della croce el
Figliuolo tuo alle braccia, giocando la morte con la vita e la vita con la
morte. E alora la vita sconfisse la morte della colpa nostra, e la morte della
colpa tolse la vita corporale allo immaculato Agnello. Chi rimase vinto? la
morte. Chi ne fu cagione? la misericordia tua.
La tua misericordia
dá vita. Ella dá lume per lo quale si conosce la tua clemenzia in ogni
creatura: ne' giusti e ne' peccatori. Ne l'altezza del cielo riluce la tua
misericordia, cioè ne' sancai tuoi. Se io mi vollo a la terra, ella abonda
della tua misericordia. Nella tenebre de l'inferno riluce la tua misericordia,
non dando tanta pena a' dannati quanta meritano.
Con la misericordia tua mitighi la giustizia;
per misericordia ci hai lavati nel Sangue; per misericordia volesti conversare
con le tue creature. O pazzo d'amore! non ti bastò d'incarnare, che anco
volesti morire? Non bastò la morte, che anco discendesti a lo 'nferno traendone
i santi padri, per adempire la tua veritá e misericordia in loro? Però che la
tua bontá promette bene a coloro che ti servono in veritá. Imperò discendesti a
limbo, per trare di pena chi t'aveva servito e rendar lo' el frutto delle loro
fadighe.
La misericordia tua
vego che ti costrinse a dare anco piú a l'uomo, cioè lassandoti in cibo, acciò
che noi, debili, avessimo conforto, e gl'ignoranti smemorati non perdessero la
ricordanza de' benefizi tuoi. E però el dài ogni di a l'uomo, rapresentandoti
nel Sacramento de l'altare nel corpo mistico della sancta Chiesa. Questo chi
l'ha facto? la misericordia tua.
O misericordia, el
cuore ci s'affoga a pensare di te, ché dovunque io mi vollo a pensare, non truovo
altro che misericordia, O Padre etterno, perdona a l' ignoranzia mia che ho
presumpto di favellare innanzi a te; ma l'amore della tua misericordia me ne
scusi dinanzi alla benignità tua.
60
Poi che quella
anima col verbo della parola ebbe un poco dilatato el cuore nella misericordia
di Dio, umilemente aspectava che la promessa le fusse actenuta. E ripigliando
Dio le sue parole dicea: — Carissima figliuola, tu hai narrato dinanzi da me
della misericordia mia, perché Io te la déi a gustare e a vedere nella parola
ch' Io ti dissi, dicendo: « Costoro sonno coloro per li quali Io vi prego che
mi preghiate ». Ma sappi che, senza veruna comparazione, è piú la misericordia
mia verso di voi che tu non vedi, però che ‘l tuo vedere è imperfecto e
finito, e la misericordia mia è perfecta e infinita. Si che comparazione non ci
si può ponere se non quella che è da la cosa finita a la infinita.
Ho voluto che
l'abbi gustata questa misericordia, e anco la dignità de l'uomo (la quale di
sopra ti mostrai), acciò che tu meglio conosca la crudeltá e la indegnità degl'
iniqui uomini che tengono per la via di socto. Apre l'occhio de l'intelletto, e
mira costoro che volontariamente s'anniegano, e mira in quanta indegnità essi
sonno caduti per le colpe loro.
Prima è che essi
sonno diventati infermi: e questo si è quando conciepéro el peccato mortale
nelle menti loro, poi el parturiscono e perdono la vita della grazia. E come il
morto, che veruno sentimento può adoperare, né si muove da se medesimo se non
quanto egli è levato da altrui, cosí costoro, che sonno annegati nel fiume de
l'amore disordinato del mondo, sonno morti a grazia. E perché egli son morti,
la memoria non ritiene il ricordamento della mia misericordia; l'occhio de
l'intelletto non vede né cognosce la mia veritá, perché ‘l sentimento è
morto, cioè che lo 'ntellecto non s'ha posto dinanzi altro che sé, con (61)
hanlore morto della propria sensualità. E però la volontà ancora è morta a la
volontà mia, perché non ama altro che cose morte. Essendo morte queste tre
potenzie, tutte l'operazioni sue e actuali e mentali sonno morte quanto che a
grazia, e giá non si può difendere da' nemici suoi, né aitarsi per se medesimo
se non quanto è aitato da me.
Bene è vero che
ogni volta che questo morto, nel quale è rimaso solo el libero arbitrio, mentre
che egli è nel corpo mortale, dimanda l'aiutorio mio, el può avere; ma per sé
non potrà mai. Egli è facto incomportabile a se medesimo e, volendo
signoreggiare il mondo, egli è signoreggiato da quella cosa che non è, cioè dal
peccato. El peccato è non cavelle, ed essi sonno facti servi e schiavi del
peccato.
Io gli feci arbori
d'amore con vita di grazia, la quale ebbero nel sancto baptesmo; ed essi sonno
facti arbori di morte, perché sonno morti, come decto t'ho. Sai dove egli tiene
la radice questo arbore? ne l'altezza della superbia, la quale l'amore
sensitivo proprio di loro medesimi notrica; el suo merollo è la impazienzia, el
suo figliuolo è la indiscrezione. Questi sonno quattro principali vizi, che
uccidono l'anima di colui el quale ti dixi che era arbore di morte, perché non
hanno tracta la vita della grazia. Dentro da l'arbore si notrica uno vermine di
coscienzia; el quale, mentre che l'uomo vive in peccato mortale, è acciecato
dal proprio amore, e però poco el sente.
E' fructi di questo
arbore sonno mortali, perché hanno tracto l'umore dalla radice della superbia;
la tapinella anima è piena d'ingratitudine, unde le procede ogni male. E se
ella fusse grata de' benefizi ricevuti, cognoscerebbe me; e cognoscendo me,
cognoscerebbe sé; e cosí starebbe nella mia dileczione. Ma ella, come cieca, si
va attaccando pur per lo fiume, e non vede che l'acqua non l’aspecta.
Alto del documento
62
— Tanto sonno
diversi e' fructi di questo arbore che dànno morte, quanto sonno diversi e'
peccati. Alcuni ne vedi che sonno cibo da bestie, e questi sonno quegli che
immondamente vivono, facendo del corpo e della mente loro come il porco che s'
involle nel loto: cosí s' invollono nel loto della carnalità. O anima brucia,
dove hai lassata la tua dignità? Tu eri fatta sorella degli angeli, ora se'
fatta animale bruto, in tanta miseria che non tanto che sieno sostenuti da me,
che so' somma purità, ma le dimonia, di cui essi sonno fatti amici e servi, non
possono vedere commettere tanta immondizia.
Veruno peccato è
che tanto sia abominevole e tanto tolga el lume de l'intelletto, quanto questo.
Questo cognobbero e' filosofi, non per lume di grazia, perché non l'avevano; ma
la natura lo' porgeva quello lume: cioè che questo peccato obfuscava lo
'ntellecto; e però si conservavano nella continenzia per meglio studiare. E
anco le ricchezze le gictavano da loro, acciò che ‘l pensiere delle
ricchezze non l'occupasse il cuore. Non fa cosí lo ignorante falso cristiano,
el quale ha perduta la grazia per la colpa sua.
Alto del documento
— Alcuni altri el
frutto loro è di terra. Questi sonno e' cupidi avari, e' quali fanno come la
talpa che sempre si notrica della terra infino a la morte; e gionti a la morte
non hanno rimedio. Costoro con l'avarizia loro spregiano la mia larghezza,
vendendo el tempo al proximo loro. Questi sonno gli usurai che diventano
crudeli e robbatori del proximo, perché nella memoria loro non hanno el
ricordamento della mia misericordia. Ché se essi l' avesheroavuto, non
sarebbero crudeli né verso di loro né verso del o' anco usarebbero pietà e
misericordia a se medesimi, operando le virtú, 'e al proximo, sovenendolo
caritativamente. Oh quanti sonno e' mali che per questo maladecto peccato
vengono! Quanti omicidii e furti e rapine, con molti guadagni inliciti e
crudeltá di morte e ingiustizia del proximo 1 Uccide l'anima e falla diventare
schiava delle ricchezze, unde non si cura d'observare i comandamenti miei.
Costui non ama persona se non per propria utilitá.
Questo vizio
procede da la superbia e notrica la superbia. L'uno procede da l'altro, perché
porta sempre seco la propria reputazione, si che subbito giogne ne l'altro
vizio, e cosí va di male in peggio per la miserabile superbia, la quale è piena
di pareri, ed è uno fuoco che sempre germina fummo di vanagloria e di vanità.
di cuore, gloriandosi di quello che non è loro; ed è una radice che ha molti
rami. El principale è la propria reputazione, unde esce il volere essere
maggiore che 'l proximo suo, e parturisce il cuore fitto e none schietto né
liberale, ma doppio che mostra una in lingua e un'altra ha in cuore; e occulta
la veritá, e dice la bugia per utilitá sua propria; e germina una invidia, la
quale è uno vermine che sempre rode e non gli lassa avere bene del suo bene
proprio né de l' altrui.
Come daranno questi
iniqui, posti in tanta miseria, della sustanzia loro a' povarelli, quando essi
tolgono l'altrui? Come traranno la immonda anima della immondizia, quando essi
ve la mettono? che alcuna volta sonno tanto animali che le figliuole e i
congionti loro non riguardano, ma con essi caggiono in molta miseria. E
nondimeno la mia misericordia gli sostiene, e non comando a la terra che
gl'inghiottisca, acciò che si ravegano delle colpe loro. Come dunque daranno la
vita per la salute de l'anime, quando non dànno la substanzia? come daranno la
dileczione, quando essi si rodono per invidia?
Oh miserabili vizi,
e' quali aterrano il cielo de l'anima! «Cielo » la chiamo, perch' lo la feci
cielo, dove lo abitavo per (64) grazia celandomi dentro da lei, e facendo
mansione per affetto d'amore. Ora .s'è partita da me si come adultera, amando
sé e le creature e le cose create piú che me: anco di sé s'ha facto Dio, e me
perseguita con molti e diversi peccati. E tutto questo fa perché non ripensa el
benefizio del Sangue sparto con tanto fuoco d'amore.
Alto del documento
— Altri sonno e'
quali tengono el capo alto per signoria; nella quale signoria portano la
'nsegna della ingiustizia, ingiustizia adoperando verso di me, Dio, e del
proximo, e ingiustizia verso di loro. Verso di loro non si rendono el debito
della virtú, e inverso di me non mi rendono el debito de l'onore, rendendo loda
e gloria al nome mio, el quale sonno tenuti di rendere. Anco, come ladri,
furano quello che è mio e dannolo a la serva della propria sensualità, si che
commette ingiustizia verso di me e verso di sé, come aciecato e ignorante, non
cognoscendo me in sé. Tutto è per l'amore proprio, si come fecero e' giuderi e
ministri della Legge, che per la invidia e amore proprio s'accecarono, e però
non cognobbero la veritá de l'unigenito mio Figliuolo; e però non rendevano il
debito di cognoscere vita etterna che era fra loro, come dixe la mia Verità
dicendo: « El regno di Dio è tra voi ». Ma essi nol cognoscevano: perché? però
che, per lo modo detto, aveano perduto el lume della ragione, e per questo modo
non rendevano il debito di rendere onore e gloria a me e a lui che era una cosa
con meco; e però, come ciechi, commissero la ingiustizia, perseguitandolo con
molti obrobri infino a la morte della croce.
Cosí questi cotali
rendono ingiustizia a loro e a me, e anco al proximo loro, ingiustamente
rivendendo le carni de' subditi loro e di qualunque altra persona a mano lo'
viene.
Alto del documento
65
— E per questo e
altri difecti caggiono nel falso giudicio, si come di sotto ti distendarò.
Sempre si scandalizzano nelle mie operazioni, le quali tucte sonno giuste e in
veritá tucte facte per amore e misericordia.
Con questo falso
giudicio, col veleno della invidia e della superbia erano calunniate e
giudicate ingiustamente l'operazioni del mio Figliuolo, con false bugie
dicendo: « Costui el fa in virtú di Belzebub ». Cosí costoro, iniqui, posti ne
l'amore proprio, nella immondizia, nella superbia, ne l'avarizia, in una
invidia, fondati nella perversa indiscrezione, con una impazienzia e con molti
altri mali che si commettono, sempre si scandalizzano in me e ne' servi miei,
giudicando che fictivamente aduoparino la virtú. Perché ‘l cuore loro è
fracido e hanno guasto el gusto, però le cose buone lo' paiono gactive, e le
gactive, cioè el disordinato vivere, lo' pare buono.
O ciechità umana,
che non guardi la tua dignità! ché di grande se' facto piccolo, di signore se'
facto servo della piú vile signoria che possa avere, però che tu se' facto
servo e schiavo del peccato, e tale diventi quale è quella cosa che tu servi.
El peccato non è tavelle: adunque tu se' tornato non tavelle. Hassi tolta la
vita e data la morte.
Questa vita e
questa signoria vi fu data per lo Verbo unigenito mio Figliuolo e glorioso
ponte; essendo servi del dimonio, vi trasse della servitudine sua; feci lui
servo per tollervi la servitudine, e posili l'obbedienzia per consumare la
disobbedienzia d'Adam, umiliandosi esso a l'obbrobriosa morte della croce per
confondere la superbia. Tutti e' vizi destruxe con la morte sua acciò che neuno
potesse dire: — Il cotale vizio rimase che non fusse punito e fabricato con
pene, — si come ti (66) dixi di sopra, dicendo che del corpo suo aveva facto
ancudine. Tutti e' rimedi sonno posti per camparli della morte etternale, ed
essi spregiano il Sangue e hannolo conculcato co' piei del disordinato affecto.
E questa è la
ingiustizia e il falso giudicio de' quali è ripreso el mondo e sarà ripreso ne
l'ultimo di del giudicio. E questo volse dire la mia Verità quando dixe: « Io
mandarò el Paraclito che riprendarà el mondo della ingiustizia e del falso
giudicio ». Alora fu ripreso quando mandai lo Spirito sancto sopra gli
appostoli.
Alto del documento
— Tre riprensioni
sonno: l'una fu data quando lo Spirito sancto venne sopra e' discepoli, come
detto è; e' quali, fortificati dalla potenzia mia, illuminati dalla sapienzia
del Figliuolo mio diletto, tutto ricevettero nella plenitudine dello Spirito
sancto. Alora lo Spirito sancto, che è una cosa con meco e col Figliuolo mio,
riprendeste il mondo per la bocca de' discepoli con la doctrina della mia Verità.
Eglino e tutti gli altri che sonno discesi da loro seguitando la veritá, la
quale intesero per mezzo di loro, riprendono el mondo. Questa è quella continua
riprensione che Io fo al mondo col mezzo della sancta Scriptura e de' servi
miei, ponendosi lo Spirito sancto nelle lingue loro anunziando la mia veritá;
si come el dimonio si pone in su la lingua de' servi suoi, cioè di coloro che
passano per lo fiume iniquamente.
Questa è quella dolce reprensione posta
continua, per lo modo detto, per grandissimo affecto d'amore che Io ho a la
salute de l'anime. E non possono dire: — Io non ebbi chi mi riprendesse; — però
che giá l'è mostrata la veritá, mostrando lo' el vizio e la virtú, e facto lo'
vedere il frutto della virtú (67) e il danno del vizio, per dar lo' amore e
timore sancto con odio del vizio e amore della virtú. E giá non l'è stata
mostrata questa doctrina e veritá per angelo, acciò che non possano dire: —
L'angelo è spirito beato e non può offendere, e non sente le molestie della
carne come noi, né la gravezza del corpo nostro. — Questo l'è tolto, che nol
possono dire; perché ella è stata data dalla mia Verità, Verbo incarnato con la
carne vostra mortale.
Chi sonno stati gli
altri che hanno seguitato questo Verbo? Creature mortali e passibili come voi,
con la impugnazione della carne contra lo spirito, si come ebbe il glorioso
Pavolo mio banditore; e cosí di molti altri sancoi e' quali, chi da una cosa e
chi da un'altra, sonno stati passionati. Le quali passioni lo permettevo e
permetto per acrescimento di grazia e per aumentare la virtú ne l'anime loro: e
cosí nacquero di peccato come voi, e notricati d'uno medesimo cibo; e cosí so'
lo Dio ora come alora; non è infermata né può infermare la mia potenzia. Si che
Io posso sovenire e voglio, e so sovenire a chi vuole essere sovenuto da me.
Alora vuole essere sovenuto da me, quando esce del fiume e va per lo ponte
seguitando la doctrina della mia Verità.
Si che non hanno
scusa però che sonno ripresi, ed è llo' mostrata la verita continuamente. Unde,
se essi non si correggeranno mentre che essi hanno ci tempo, saranno condennati
nella seconda reprensione, la quale si farà ne l'ultima extremità della morte,
dove grida la mia giustizia dicendo: « Surgite, mortui; venite ad iudicium
»; cioè: tu che se' morto a grazia e morto giogni a la morte corporale, lévati
su, e viene dinanzi al sommo Giudice con la ingiustizia e falso giudicio tuo e
col lume spento della fede. El quale lume traesti acceso del sancto baptesmo, e
tu lo spegnesti col vento della superbia e vanità del cuore, del quale facevi
vela a' venti che erano contrari a la salute tua; e’l vento della propria
reputazione notricavi con la vela de l'amore proprio. Unde corrivi per lo fiume
delle delizie e stati del mondo con la propria volontà, seguitando la fragile
carne e le molestie e temptazioni del dimonio. Il quale (68) dimonio con la
vela della tua propria volontà t'ha menato per la via di socto, la quale è uno
fiume corrente; unde t'ha condocto con lui insieme a l'etterna dannazione.
Alto del documento
— Questa seconda
reprensione, carissima figliuola, è in facto, perché è gionto a l'ultimo dove
non può avere rimedio, perché s'è condocto a la extremità della morte, dove il
vermine della coscienzia (del quale Io ti dixi che era aciecato per lo proprio
amore che egli aveva di sé), ora, nel tempo della morte, perché vede sé non potere
escire delle mie mani, questo vermine comincia a vedere, e però rode con
reprensione se medesimo, vedendo che per suo difecto è condocto in tanto male.
Se essa anima avesse lume che cognoscesse, e dolessesi della colpa sua non per
la pena de l'inferno che ne le séguita, ma per me che m'ha offeso che so' somma
ed etterna bontá, anco trovarebbe misericordia. Ma se passa el ponto della
morte senza lume, e solo col vermine della coscienzia, e senza la speranza del
Sangue; o con propria passione, dolendosi del danno suo piú che de l'offesa
mia; egli giogne a l’etterna dannazione.
E alora è ripreso crudelmente dalla mia
giustizia, ed è ripreso della ingiustizia e del falso giudicio. E non tanto
della ingiustizia e giudicio generale, il quale ha usato nel mondo generalmente
in tucte le sue operazioni; ma molto maggiormente sarà ripreso della
ingiustizia e giudicio particulare, il quale ha usato ne l'ultimo, cioè d'avere
posta, giudicando, maggiore la miseria sua che la misericordia mia. Questo è
quello peccato che non è perdonato né di qua né di là, perché non ha voluto,
spregiando, la mia misericordia; però che piú m'è grave questo che tucti gli
altri peccati che egli ha commessi. Unde la disperazione di Giuda mi spiacque
piú e fu piú grave al moi (69) Figliuolo che non fu el tradimento che egli gli
fece. Si che sonno ripresi di questo falso giudicio: d'avere posto maggiore il
peccato loro che la misericordia mia, e però sonno puniti con le dimonia e
crociati etternalmente con loro.
E sonno ripresi
della ingiustizia: e questo è quando si dogliono piú del danno loro che de
l'offesa mia. Alora commectono ingiustizia, perché non rendono a me quello che
è mio ed a loro quello che è loro: a me debbono rendere amore e amaritudine con
la contrizione del cuore, e offerirla dinanzi a me per l'offesa che m'hanno
facta; ed egli fanno el contrario, ché dànno a loro amore compassionevole di
loro medesimi e dolore della pena che per la colpa loro aspectano. Si che vedi
che commectono ingiustizia, e però sonno puniti dell'uno e de l'altro insieme,
avendo essi dispregiata la misericordia mia. E lo, con giustizia, gli mando
insieme con la serva loro crudele della sensualità, col crudele tiranno del
dimonio, di cui si fecero servi col mezzo d'essa serva della propria sensualità
loro, ché insieme siano puniti e tormentati, come insieme m'hanno offeso.
Tormentati, dico, da' miei ministri dimoni, e' quali ha messi la mia giustizia
a rendere tormento a chi ha facto male.
Alto del documento
— Figliuola, la
lingua non è sufficiente a narrare la pena di queste tapinelle anime. Come sono
tre principali vizi, cioè l'amore proprio di sé; unde esce il secondo, cioè la
propria reputazione; e da la reputazione procede il terzo, cioè la superbia,
con falsa ingiustizia e crudeltá e con altri immondi e iniqui peccati che doppo
questi seguitano: cosí ti dico che ne lo 'nferno egli hanno quattro tormenti
principali, a' quali seguitano tucti gli altri tormenti.
70
El primo si è che
si vegono privati della mia visione; el quale l'è tanta pena che, se possibile
lo' fusse, eleggerebbero piuttosto el fuoco e i crociati tormenti e vedere me
che stare fuore delle pene e non vedermi. Questa pena lo' rinfresca la seconda
del vermine della coscienzia, el quale sempre rode, vedendosi privato di me e
della conversazione degli angeli per loro difetto, e fattisi degni della
conversazione delle dimonia e visione loro. El quale vedere del dimonio (che è
la terza pena) gli raddoppia ogni sua fadiga.
Unde, come nella
visione di me e' sancti sempre exultano, rinfrescandosi con allegrezza il
frutto delle loro fadighe che essi hanno portate per me, con tanta abondanza
d'amore e dispiacimento di loro medesimi; cosí, in contrario, questi tapinelli
si rinfrescano ne' tormenti nella visione delle dimonia, però che nel vedere
loro cognoscono piú sé, cioè cognoscono che per loro difetto se ne sonno fatti
degni. E per questo modo il vermine piú rode, e non ristà mai el fuoco di
questa coscienzia d'ardere.
Ancora l'è piú
pena, perché’l vegono nella propria figura sua, la quale è tanto orribile
che non è cuore d'uomo che ‘l potesse imaginare. E, se ben ti ricorda,
sai che, mostrandolo a te nella forma sua in piccolo spazio di tempo (che sai
che quasi fu uno punto), tu eleggevi, poi che tornasti a te, prima di volere
andare per una strada di fuoco, se dovesse durare infino a l'ultimo di del
giudicio, e andare sopra esso, innanzi che vederlo piú. Con tutto questo che tu
vedesti, arco non sai bene quanto egli è orribile; però che si mostra, per
divina giustizia, piú orribile ne l'anima che è privata di me, e piú e meno
secondo la gravezza delle colpe loro.
El quarto tormento
si è il fuoco. Questo fuoco arde e non consuma, però che l'anima non si può
consumare l'essere suo; e non è cosa materiale, la quale materia el fuoco la
consumasse, però che ella è incorporea. Ma Io per divina giustizia ho permesso
che’l fuoco gli arda aliggitivamente, che gli affligge e non gli consuma.
E afliiggeli e ardeli con grandissime pene, in diversi modi, secondo la
diversità de' peccati; chi piú e chi meno, secondo la gravezza della colpa.
71
Sopra questi
quattro tormenti escono tutti quanti gli altri: con freddo e caldo e stridore
di denti. Or cosí miserabilemente, doppo la riprensione che lo' fu fatta del
giudicio e della ingiustizia nella vita loro, e non si corressero in questa
prima riprensione, come detto è di sopra; e nella seconda, cioè nella morte,
non volsero sperare né dolersi de l'offesa mia ma si della pena loro; hanno
ricevuto morte etterna.
— Ora ti resto a
dire della terza riprensione, cioè de l'ultimo di del giudicio. Già t'ho detto
delle due: ora, acciò che tu vegga bene quanto l'uomo s'inganna, ti dirò della
terza, cioè del giudicio generale, nel quale a l'anima tapinella sarà
rinfrescata e cresciuta la pena, per l'unione che l'anima farà col corpo, con
una riprensione intollerabile, la quale le genererà confusione e vergogna.
Sappi che ne
l'ultimo di del giudicio, quando verrà il Verbo mio Figliuolo con la divina mia
Maiestà a riprendere il mondo con la potenzia divina, egli non verrà come
povarello, si come quando egli nacque venendo nel ventre della Vergine e
nascendo nella stalla fra gli animali, e poi morendo in mezzo fra due ladroni.
Alora lo nascosi la potenzia mia in lui, lassandolo sostenere pene e tormenti
come uomo: non che la natura mia divina fusse però separata da la natura umana;
ma lassa' lo patire come uomo per satisfare a le colpe vostre.
Non verrà cosí ora
in questo ultimo punto; ma verrà con potenzia a riprendere egli con la propria
persona. E non sarà alcuna creatura che non riceva tremore, e renderà a ogniuno
il debito suo.
A' dannati
miserabili lo' darà tanto tormento l’àspecto suo e tanto terrore che la lingua
non sarebbe sufficiente a narrarlo; (72) a' giusti darà timore di reverenzia
con grande giocondità. Non che egli si muti la faccia sua, però che egli è
immutabile, perché è una cosa con meco, secondo la natura divina. E secondo la
natura umana, la faccia sua anco è immutabile, poi che prese la gloria della
resurrexione. Ma a l'occhio del dannato se gli mostrarrà cotale, però che, con
quello occhio terribile e obscuro che egli ha in se medesimo, con quello el
vedrà. Si come l'occhio infermo che del sole, che è cosí lucido, non vede altro
che tenebre; e l'occhio sano vede la luce. E questo non è per difecto della
luce che si muti piú al cieco che a l'alluminato, ma è per difecto de l'occhio
che è infermo. Cosí e' dannati el veggono in tenebre, in confusione e in odio,
non per difecto della divina mia Maiestà con la quale egli verrà a giudicare il
mondo, ma per difecto loro.
Alto del documento
— Egli è tanto
l'odio che essi hanno, che non possono volere né desiderare veruno bene, ma
sempre mi bastemmiano. E sai perché eglino non possono desiderare il bene? però
che, finita la vita dell'uomo, è legato el libero arbitrio; per la qual cosa
non possono meritare, perduto che essi hanno el tempo.
Se eglino finiscono
in odio con la colpa del peccato mortale, sempre per divina giustizia sta
legata l'anima col legame de l'odio e sempre sta obstinata in quel male che
ella ha, rodendosi in se medesima, e accrescele sempre pene, e spezialmente
delle pene d'alcuni in particolare de' quali ella fosse stata cagione della dannazione
loro. Si come vi dimostrò quello ricco dannato quando chiedeva di grazia che
Lazzaro andasse a' suoi frategli, e' quali erano rimasi nel mondo, ad anunziare
le pene sue. Questo giá non faceva per caritá né per compassione de' frategli,
però che egli era privato della caritá e non poteva desiderare bene né in onore
di me né in salute loro; perché (73) giá t'ho decto che non possono fare alcuno
bene nel proximo e me bastemmiano, perché la vita loro fini ne l'odio di me e
della virtú. Ma perché dunque il faceva? però che egli era stato el maggiore e
avevali notricati nelle miserie nelle quali egli era vissuto, si che egli era
cagione della dannazione loro. Per la quale cagione se ne vedeva seguitare
pena, giognendo eglino al crociato tormento, con lui insieme, dove sempre in
odio si rodono, perché ne l'odio fini la vita loro.
Alto del documento
— Cosí l'anima
giusta, che finisce in affetto di caritá e legata in amore, non può crescere in
virtú venuto meno el tempo, ma può sempre amare con quella dileczione che egli
viene a me; e con quella misura gli è misurato. Sempre desidera me, e sempre
m'ha; unde il 'suo desiderio non è votio, ma avendo fame è saziato; e saziato si
ha fame; e dilonga è il fastidio dalla sazietà, e dilonga è la pena dalla fame.
Ne l'amore godono
ne l'etterna mia visione, participandó quel bene che lo ho in me medesimo,
ognuno secondo la misura sua; cioè con quella misura de l'amore che essi sono
venuti a me, con quella l'è misurato, perché sonno stati nella caritá mia e in
quella del proximo, e uniti insieme con la caritá comune e con la particolare
che esce pure d'una medesima caritá.
Godono ed exultano
participando l'uno el bene de l'altro con l'affetto della carità, oltre al bene
universale che essi hanno tutti insieme. E con la natura angelica godono ed
exultano, co' quali e' sancti sonno collocati, secondo le diverse e varie virtú
le quali principalmente ebbero nel mondo, essendo legati tutti nel legame della
caritá. Hanno una singulare participazione con coloro co' quali strettamente
d'amore singulare (74) s'amavano nel mondo. Col quale amore crescevano in
grazia aumentando la virtú. L'uno era cagione a l'altro di manifestare la
gloria e loda del nome mio in loro e nel proximo. Si che poi nella vita
durabile non l'hanno perduto; anco l'hanno, participando strettamente e con piú
abondanzia l'uno con l'altro, aggiontolo a l'universale bene.
E non vorrei però
che tu credessi che questo bene particulare, il quale Io t'ho detto che egli
hanno, l'avessero solo per loro, però che non è cosí; ma è participato da tueti
quanti e' gustatori cittadini e diletti miei figliuoli e da tutta la natura
angelica. Unde, quando l'anima giogne a vita etterna, tutti participano el bene
di quella anima, e l'anima del bene loro. Non che ‘l vasello suo né il
loro possa crescere, né che abbi bisogno d'empirsi, però che egli è pieno e
però non può crescere; ma hanno una exultazione, una giocundità, uno giubilo,
una allegrezza, la quale si rinfresca in loro per lo cognoscimento il quale
hanno trovato in quella anima. Vegono che per mia misericordia ella è levata
dalla terra con la plenitudine della grazia, e cosí exultano in me nel bene di
quella anima el quale ha ricevuto per la mia bontá.
E quella anima gode
in me e ne l'anime e negli spiriti beati, vedendo in loro e gustando la
bellezza e dolcezza della mia caritá. E' loro desidèri sempre gridano dinanzi a
me per la salvazione di tutto quanto el mondo. Perché la vita loro fini nella
caritá del proximo, non l'hanno lassata; anco con essa passarono per la porta
de l'unigenito mio Figliuolo per lo modo che lo di sotto ti contiarò. Si che
vedi che con quello legame de l'amore in che fini la vita loro, con quello
permangono; e dura sempre etternalmente.
Essi sonno tanto
conformati con la mia volontà che essi non possono volere se non quello ch' Io
voglio; perché l'arbitrio loro è legato nel legame della caritá per si facto
modo che, venendo meno el tempo a la creatura che ha in sé ragione, morendo in
stato di grazia, non può piú peccare. E in tanto è unita la sua volontà con la
mia che, vedendo il padre o la madre il figliuolo ne l'inferno, o il figliuolo
la madre, non se ne (75) curano; anco sonno contenti di vederli puniti come nemici
miei. In neuna cosa si scordano da me: e' desidèri loro sonno pieni.
El desiderio de'
beati è di vedere l’ onore mio in voi viandanti, e' quali sète peregrini che
sempre corrite verso il termine della morte. Nel desiderio del mio onore
desiderano la salute vostra, e però sempre mi pregano per voi. El quale
desiderio è adempito da me da la parte mia, colà dove voi ignoranti non
ricalcitraste a la mia misericordia. Hanno desiderio ancora di riavere la dota
del corpo loro; e questo desiderio non gli affligge non avendolo attualmente,
ma godono gustando per certezza che egli hanno d'avere il loro desiderio pieno;
non gli affligge però che non avendolo non lo' manca beatitudine, e però non
lo' dá pena.
E non ti pensare
che la beatitudine del corpo doppo la resurrexione dia piú beatitudine a
l'anima. Ché se questo fusse, seguitarebbe che infine che non avessero il corpo
avarebbero beatitudine imperfetta; la qual cosa non può essere, però che in
loro non manca alcuna perfeczione. Si che non è il corpo che dia beatitudine a
l'anima, ma l'anima darà beatitudine al corpo: darà de l' abondanzia sua,
rivestita ne l'ultimo di del giudicio del vestimento della propria carne la
quale lassò.
Come l'anima è
fatta immortale, fermata e stabilita in me; cosí el corpo in quella unione
diventa immortale, perduta la gravezza e facto sottile e leggiero. Unde sappi
che ‘l corpo glorificato passarebbe per lo mezzo del muro. Né il fuoco né
l'acqua non l’offendarebbe, non per virtú sua ma per virtú de l'anima. La quale
virtú è mia, data a lei per grazia e per amore ineffabile col quale lo la creai
a la imagine e similitudine mia. L'occhio de l'intelletto tuo non è sufficiente
a vedere, né l'orecchia a udire, né la lingua a narrare, né il cuore a pensare
il bene loro.
Oh quanto diletto hanno
in vedere me che so' ogni bene i oh quanto diletto avaranno essendo col corpo
glorificato! El quale bene ora non avendo, di qui al giudicio generale non
hanno pena, perché non lo' manca beatitudine, però che l'anima è piena in sé.
La quale beatitudine participarà col corpo, come detto (76) t'ho. Dicevoti del
bene che avarebbe il corpo glorificato ne l'umanità glorificata de l'unigenito
mio Figliuolo, la quale vi dá certezza della vostra resurrexione. Ine exultano
nelle piaghe sue, le quali sonno rimase fresche, riservate le cicatrici nel
corpo suo, le quali gridano continuamente misericordia per voi a me sommo ed
etterno Padre. Tutti si conformaranno con lui in gaudio e in giocundità; occhio
con occhio e mano con mano e con tutto quanto el corpo del dolce Verbo mio
Figliuolo tutti vi conformarete. Stando in me, starete in lui, perch'egli è una
cosa con meco. Ma l'occhio del corpo vostro, come detto t'ho, si dilectarà ne
l'umanità glorificata del Verbo unigenito mio Figliuolo. Questo perché? però
che la vita loro fini nella dileczione della mia carità, e però lo' dura
etternalmente.
Non che possano
adoperare alcuno bene, ma godonsi quel che essi hanno portato, cioè che non
possono fare veruno atto meritorio per lo quale essi possano meritare. Però che
solo in questa vita si merita e pecca, secondo che piace a la propria volontà
col libero arbitrio. Costoro none aspectano con timore il divino giudicio, ma
con allegrezza. E non lo' parrà, la faccia del Figliuolo mio, terribile né
piena d'odio, perché e' sonno finiti in caritá e in dileczione di me e
benivolenzia del proximo. Si che vedi che la mutazione della faccia non sarà in
lui quando verrà a giudicare con la Maiestà mia, ma in coloro che saranno
giudicati da lui. A' dannati aparrà con odio e con giustizia; ne' salvati con
amore e misericordia.
Alto del documento
— Hotti narrato
della dignità de' giusti, acciò che meglio cognosca la miseria de' dannati. E
questa è l'altra pena loro: vedere la beatitudine de' giusti. La quale visione
è a loro acrescimento di pena, come a' giusti la dannazione de' dannati è (77)
acrescimento d'exultazione della mia bontá, perché meglio si cognosce la luce
per la tenebre, e la tenebre per la luce. Si che lo' sarà pena la visione de'
beati e con pena aspectano l'ultimo di del giudicio, perché se ne vegono
seguitare acrescimento di pena.
E cosí sarà; però
che in quella voce terribile quando sarà detto a loro: « Surgite, mortui;
venite ad iudicium », tornarà l'anima col corpo. E ne' giusti sarà
glorificato, e ne' dannati sarà crociato etternalmente. E grande vergogna e
rimproverio ricevaranno ne l'aspetto della mia Verità e di tutti e' beati. El
vermine della coscienzia alora rodarà il mirollo de l'arbore, cioè l'anima, e
la corteccia di fuore, cioè il corpo.
Rimprovarato lo'
sarà el Sangue che per loro fu pagato, e l’uòpare della misericordia, le quali
lo feci a loro col mezzo del mio Figliuolo, spirituali e temporali, e quello
che essi dovevano fare nel proximo loro, si come si contiene nel sancto
Evangelio. Ripresi saranno della crudeltá che essi hanno avuta verso el
proximo, della superbia e de l'amore proprio, della immondizia e avarizia loro.
Vedendo la
misericordia che da me hanno ricevuta, rinfrescarà duramente la loro
riprensione. Nel ponto della morte la riceve solamente l'anima; ma nel giudicio
generale la riceverà insiememente l'anima e’l corpo, perché’l corpo
è stato compagno e strumento de l'anima a fare il bene e il male, secondo che è
piaciuto a la propria volontà.
Ogni operazione
buona e gactiva è (acta col mezzo del corpo; e però giustamente, figliuola mia,
è renduto a' miei eletti gloria e bene infinito col corpo loro glorificato,
remunerandoli delle loro fadighe che per me insiememente con l'anima portò. E
cosí agl' iniqui sarà renduta pena etternale col mezzo del corpo loro, perché
fu strumento del male.
Rinfrescarasse lo'
la pena e cresciarà, riavendo el corpo loro, ne l'aspetto del mio Figliuolo. La
miserabile sensualità con la immondizia sua riceverà riprensione in vedere la
natura sua, cioè l'umanità di Cristo, unita cole la purità della Deitá mia;
vedendo levata questa massa d'Adam, natura vostra, sopra tucti (78) e'
cori degli angeli, ed essi per loro difecti si veggono profondati nel profondo
de l'inferno.
E vegono la
larghezza e la misericordia relucere ne' beati, ricevendo el fructo del sangue
de l'Agnello; e vegono le pene che essi hanno portate, che tucte stanno per
adornamento ne' corpi loro, si come la fregiatura sopra del panno, non per
virtú del corpo, ma solo per la plenitudine de l'anima; la quale representa al
corpo el fructo della fadiga, perché fu compagno con lei ad adoperare la virtú,
si che apparisce di fuore. Si come rapresenta lo specchio la faccia dell'uomo,
cosí nel corpo si rapresenta el fructo delle fadighe, per lo modo che decto
t'ho. Vedendo e' tenebrosi tanta dignità della quale essi sono privati, lo'
cresce la pena e la confusione, perché ne' corpi loro appa. risce il segno
delle iniquità, le quali commissero, con pena e crociato tormento. Unde in
quella parola che essi udiranno terribile: « Andate maladecti nel fuoco
etternale », egli andarà l'anima e ‘l corpo a conversare con le dimonia
senza alcuno rimedio di speranza, aviluppandosi con tucta la puzza della terra,
ogniuno per sé in diverso modo, si come diverse sonno state le loro male
operazioni: l'avaro con la puzza de l'avarizia, aviluppandosi insieme la
substanzia del mondo e ardendo nel fuoco (la quale egli disordinatamente amò);
el crudele con la crudeltá; lo immondo con la immondizia e miserabile
concupiscenzia; lo ingiusto con le sue ingiustizie; lo invidioso con la
invidia; e l'odio e rancore del proximo con l'odio. El disordinato amore
proprio di loro, unde nacquero tucti e' loro mali, ardarà e darà pena
intollerabile, si come capo e principio d'ogni male, acompagnato dalla
superbia. Sí che tucti in diversi modi saranno puniti, l'anima e’l corpo
insieme.
Or cosí
miserabilmente giongono al fine loro questi che vanno per la via di socto, giú
per lo fiume, non vollendosi a dietro a ricognoscere le colpe sue, né a
dimandare la misericordia, sí come Io di sopra ti dixi. E giongono a la porta
della bugia perché seguitano la doctrina del dimonio, el quale è padre delle
bugie. Ed esso dimonio è porta loro, e per questa porta giongono a l'etterna
dannazione, come detto è di sopra. Si come gli electi (79) figliuoli miei,
tenendo per la via di sopra, cioè del ponte, seguitano e tengono per la via
della veritá, ed essa veritá è porta.
E però disse la mia
Verità: «Neuno pub andare al Padre mio se non per me ». Egli è la porta e la
via, unde passano, a intrare in me, mare pacifico.
E cosí, in
contrario, costoro sonno tenuti per la bugia, la quale lo' dá acqua morta. E ad
questo vi chiama el dimonio, ciechi e macti che non se n'avegono perché hanno
perduto el lume della fede. Quasi lo' dica el dimonio: « Chi ha sete de l'acqua
morta venga a me, ché io ne gli darò ».
Alto del documento
— Egli è facto
giustiziere mio dalla mia giustizia per tormentare l'anime che miserabilmente
hanno offeso me. E in questa vita gli ho posti a temptare molestando le mie
creature; non perché le mie creature siano vente, ma perché esse vencano e
ricevano da me la gloria della victoria, provando in loro le virtú.
E neuno in questo
debba temere per veruna bactaglia né temptazione di dimonio che lo' venga, però
che lo gli ho facti forti, e dato lo' la fortezza della volontà, fortificata
nel sangue del mio Figliuolo. La quale volontà né dimonio né creatura ve la può
mutare, però che ella è vostra e data da me.
Voi dunque col
libero arbitrio la potete tenere e lassare, secondo che vi piace. Ella è Tarme
la quale voi ponete nelle mani del dimonio, e drictamente è uno coltello col
quale egli vi percuote e con esso v'ucide. Ma se l'uomo non dá questo coltello
della volontà sua nelle mani del dimonio, cioè che egli consenta a le
temptazioni e molestie sue, giamai non sarà offeso di colpa di peccato per
veruna temptazione. Anco el fortifica colà dove egli apra l'occhio de
l’intellecto a vedere la (80) carità mia. La quale caritá permecte che siate
temptati solo per farvi venire a virtú e a provare la virtú.
A virtú non si
viene se non per lo cognoscimento di se medesimo e per cognoscimento di me. El
quale cognoscimento piú perfettamente s'acquista nel tempo della temptazione:
Perché alora cognosce sé non essere, non potendosi levare le pene e le molestie
le quali vorrebbe fuggire; e me cognosce nella volontà (la quale è fortificata
per la bontá mia) che non consente a esse cogitazioni: e perché ha veduto che
la mia caritá le concede perché ‘l dimonio è infermo e per sé non può
tavelle se non quanto Io gli do; e Io el permetto per amore e non per odio,
perché vènciate e non siate venti, e perché veniate ad perfetto cognoscimento
di voi e di me, e acciò che la virtú sia provata, però che ella non si pruova
se non per lo suo contrario.
Dunque vedi che
sonno miei ministri a crociare i dannati ne l'inferno, e in questa vita ad
exercitare e provare la virtú ne l'anima. Non che la intenzione del dimonio sia
per farli
provare in virtú, perché egli non ha carità,
ma per privarli de la virtú, e questo non può fare se voi non volete.
Or vedi quanta è la
stoltizia de l'uomo, che si fa debile colà dove Io l'ho facto forte, ed esso
medesimo si mette nelle mani delle dimonia. Unde Io voglio che tu sappi che nel
punto della morte, essendo entrati nella vita loro sotto la signoria del
dimonio (none sforzati, però che non possono essere sforzati come detto t'ho,
ma volontariamente si sonno messi nelle mani loro), giognendo poi a l’extremità
della morte con questa perversa signoria, essi non aspettano altro giudicio, ma
essi medesimi ne sonno giudici con la coscienzia loro e come disperati giongono
a l’etterna dannazione. Con l'odio strengono l'inferno in su la extremità della
morte; e prima che egli l'abbino, essi medesimi co' loro signori dimoni
pigliano per prezzo loro l'inferno.
Si come e' giusti
vissuti in caritá morendo in dileczione, quando viene l’extremità della morte,
se egli è vissuto perfettamente in virtú illuminato del lume della fede, con
l'occhio della fede, con perfetta speranza del sangue de l'Agnello, vegono (81)
el bene il quale lo l'ho aparecchiato e con le braccia de l'amore l’abracciano,
stregnendo con estrecte d'amore me, sommo e etterno Bene, ne l'ultima extremità
della morte. E cosí gustano vita etterna prima che abbino lassato el corpo
mortale, cioè prima che sia separato dal corpo.
Altri che fussero
passati nella vita loro con una caritá comune, che non fussero in quella grande
perfeczione e giognessero a l'extremità, costoro abracciano la misericordia mia
con quello lume medesimo della fede e della speranza che ebbero quelli
perfetti; ma hannola imperfetta. Ma perché costoro erano imperfetti, strinsero
la misericordia mia, ponendo maggiore la misericordia mia che le colpe loro.
Gl' iniqui
peccatori fanno el contrario, vedendo con la disperazione el luogo loro, e con
l'odio l’abracciano, come detto t'ho. Si che non aspettano d'essere giudicati
né l'uno né l'altro; ma partonsi di questa vita, e riceve ogniuno el luogo suo,
come detto t'ho. Gustanlo e possegonlo prima che si partano dal corpo nella
extremità della morte: e' dannati co' l'odio e disperazione, e i perfetti con
l'amore e col lume della fede e con la speranza del Sangue. E gl'imperfetti con
la misericordia e con quella medesima fede giongono al luogo del purgatorio.
Alto del documento
— Hotti detto che'l
dimonio invita gli uomini a l'acqua morta, cioè a quella che egli ha per sé,
aciecando con . le delicie e stati del mondo. Co' l'amo del diletto gli piglia
sotto colore di bene, però che in altro modo non gli potrebbe pigliare, però
che non si lassarebbero pigliare se alcuno bene proprio o diletto non vi
trovassero, imperò che l'anima di sua natura sempre appetisce bene.
82
Ma è vero che
l'anima, aciecata da l'amore proprio, non cognosce né discerne quale sia vero
bene e che gli dia utilitá a l'anima e al corpo. E però ci dimonio, come
iniquo, vedendo ch'egli è aciecato dal proprio amore sensitivo, gli pone e'
diversi e vari difecti e' quali sonno colorati con colore d'alcuna utilitá e
d'alcuno bene; e ad ogniuno dá secondo lo stato suo e secondo quegli vizi
principali ne' quali ci vede piú disposto a ricevere. Altro dá al secolare,
altro dá al religioso; altro a' prelati, altro a' signori; e a ciascuno secondo
e' diversi stati che essi hanno.
Questo t'ho decto
perch' Io ora ti contio di costoro che s'anniegano giú per lo fiume, che neuno
rispecto hanno altro che a loro, cioè d'amare loro medesimi con offesa di me;
de' quali Io t'ho contiato ci fine loro. Ora ti voglio mostrare come essi
s'ingannano, che volendo fuggire le pene caggiono nelle pene. Perché lo' pare che
a seguitare me, cioè tenere per la via del ponte del Verbo del mio Figliuolo,
sia grande fadiga, e però si ritragono a dietro, temendo la spina. Questo è
perché sonno aciecati e non vegono né cognoscono la veritá, si come tu sai ch'
Io ti mostrai nel principio della vita tua, pregandomi tu che Io facesse
misericordia al mondo, traendoli della tenebre del peccato mortale.
Sai che Io alora ti
mostrai me in figura d'uno arbore, del quale non vedevi né il principio né il
fine, se non che vedevi che la radice era unita con la terra; e questa era la
natura divina unita con la terra della vostra umanità. A' piei de l’arbore, se
ben ti ricorda, era alcuna spina; dalla quale spina tucti coloro che amavano la
propria sensualità si dilongavano e corrivano a uno monte di lolla, nel quale.
ti figurai tucti e' difecti del mondo. Quella lolla pareva grano e non era; e
però, come vedevi, molte anime dentro vi si perivano di fame, e molte,
cognoscendo l'inganno del mondo, tornavano a l’arbore e passavano la spina,
cioè la deliberazione della volontà.
La quale
deliberazione, innanzi che ella sia facta, è una spina la quale gli pare
trovare in seguitare la via della veritá. Sempre combacte da l'uno lato la
coscienzia, da l'altro lato la (83) sensualità; ma subito che, con odio e
dispiacimento di sé, virilmente delibera dicendo: — Io voglio seguitare Cristo
crocifixo, — rompe subbito la spina e truova dolcezza inextimabile, sí come lo
alora ti mostrai, chi piú e chi meno, secondo la disposizione e sollicitudine
loro.
Sai che alora lo ti
dixi: — Io so' lo Idio vostro immobile, che non mi muovo; Io non mi ritrago da
veruna creatura che a me voglia venire; mostrato l'ho la veritá, facendomi
visibile a loro, essendo lo invisibile; mostrato l'ho che cosa è amare alcuna
cosa senza me. — Ma essi, come aciecati da la nuvila del disordinato amore, non
cognoscono né me né loro. Vedi come sonno ingannati: che prima vogliono morire
di fame che passare un poca di spina.
Non possono fuggire
che non sostengano pena, però che in questa vita neuno ci passa senza croce, se
non coloro che tengono per la via di sopra: non che essi passino senza pena, ma
la pena a loro è refrigerio. E perché per lo peccato, sí come di sopra ti dixi,
ci mondo germinò spine e triboli, e corse questo fiume, mare tempestoso, però
vi dici ci ponte, acciò che voi non annegaste.
Hotti mostrato come
costoro s'ingannano con uno disordinato timore, e come lo so' lo Idio vostro
che non mi muovo, e che lo non so' acceptatore delle persone ma del sancto
desiderio, E questo t'ho mostrato nella figura de l’arbore la quale Io t’ho
decta.
Alto del documento
— Ora ti voglio
mostrare a cui le spine e triboli, che germinò la terra per lo peccato, fanno
male e a cui no. E perché infine a ora t'ho mostrata la loro dannazione
insiememente (84) con la mia bontá, e hotti detto come essi sonno ingannati
dalla propria sensualità, ora ti voglio dire come solo costoro son quegli che
sonno offesi dalle spine.
Veruno che nasca in
questa vita passa senza fadiga o corporale o mentale. Corporale le portano e'
servi miei, ma la mente loro è libera; cioè che non sente fadiga della fadiga,
perché ha acordata la sua volontà con la mia, la quale volontà è quella cosa
che dá pena a l'uomo. Pena di mente e di corpo portano costoro e' quali Io t'ho
conciati che in questa vita gustano l'arra de l'inferno; si come i servi miei
gustano l'arra di vita etterna.
Sai tu quale è il
piú singulare bene che hanno e' beati? È d'avere la volontà loro piena di quel
che desiderano. Desiderano me, e desiderando me essi m'hanno e mi gustano senza
alcuna rebellione, però che hanno lassata la gravezza del corpo, el quale era
una legge che impugnava contra lo spirito. El corpo l'era uno mezzo che non
lassava perfettamente cognoscere la veritá; né potevano vedermi a faccia a
faccia, perché ‘l corpo non lassava.
Ma, poi che l'anima
ha lassato el peso del corpo, la volontà sua è piena, perché desiderando di
vedere me ella mi vede: nella quale visione sta la vostra beatitudine. Vedendo
cognosce, e cognoscendo ama, e amando gusta me sommo e etterno Bene; gustando
sazia e empie la volontà sua, cioè il desiderio che egli ha di vedere e
cognoscere me; desiderando ha, e avendo desidera, e, come Io ti dixi, di longa
è la pena dal desiderio; e ‘l fastidio dalla sazietà.
Si che vedi ch' e'
servi miei ricevono beatitudine principalmente in vedere e conoscere me. La
quale visione e cognoscimento lo' riempie la volontà d'avere ciò che essa
volontà desidera, e cosí è saziata. E però ti dixi che, singularmente, gustare
vita etterna era d'avere quello che la volontà desidera. Ma sappi che ella si sazia
nel vedere e cognoscere me, come detto t'ho.
In questa vita
gustano l'arra di vita etterna, gustando questo medesimo del quale Io t’ho
detto che essi sonno saziati. Come hanno questa arra in questa vita? Dicotelo:
in vedere la mia (85) bontá in sé e in cognoscere la mia veritá; el quale
cognoscimento ha l'intelletto illuminato in me, el quale è l'occhio de l'anima.
Questo occhio ha la pupilla della sanctissima fede, el quale lume della fede fa
discérnare e cognoscere e seguitare la via e dottrina della mia Verità, Verbo
incarnato. Senza questa pupilla della fede non vedrebbe, se non come l'uomo che
ha la forma de l'occhio, ma el panno ha ricoperta la pupilla che fa vedere a
l'occhio. Cosí l'occhio de l'intelletto la pupilla sua è la fede; la quale, essendovi
posto dinanzi el panno della infidelità, tratto da l'amore proprio di sé, non
vede; ha la forma de l'occhio ma non el lume, perché esso se l'ha tolto.
Si che vedi che nel
vedere cognoscono, e cognoscendo amano, e amando anniegano e perdono la volontà
loro propria. Perduta la loro, si vestono della mia che non voglio altro che la
vostra sanctificazione. E subbito si dànno a vòllere il capo adietro da la via
di sotto, e cominciano a salire per lo ponte, e passano sopra le spine. E
perché sonno calzati e' piei de l'affetto loro con la mia volontà, non lo' fa
male. E però ti dixi che sostenevano corporalmente e non mentalmente, perché la
volontà sensitiva è morta, la quale dá pena e affligge la mente della creatura.
Tolta la volontà, è tolta la pena, e ogni cosa portano con reverenzia,
reputandosi grazia d'essere tribolati per me, e non desiderano se non quel ch'
Io voglio.
Se Io lo' do pena
da parte delle dimonia, permettendo lo' le molte temptazioni per provarli nella
virtú, si come lo ti dixi di sopra, essi resistono con la volontà, la quale
hanno fortificata in me, umiliandosi e reputandosi indegni della pace e quiete
della mente e reputandosi degni della pena. E cosí passano con allegrezza e
cognoscimento di loro senza pena affliggitiva.
Se ella è tribolazione
dagli uomini, o infermità, o povertà, o mutamento di stato nel mondo, o
privazione di figliuoli o de l’altre creature le quali molto amasse (le quali
tutte sonno spine che germinò la terra doppo el peccato), tutte le porta col
lume della ragione e della fede sancta, raguardando me che so' somma bontá e
non posso volere altro che bene; e per bene le concedo: per amore e non per
odio.
86
E cognosciuto che
hanno l'amore in me, ed essi raguardano loro, cognoscendo e' loro difecti. E
vegono col lume della fede che ‘l bene debba essere remunerato e la colpa
punita. Ogni piccola colpa vegono che meritarebbe pena infinita, perché è facta
contra me che so'infinito Bene; e recansi a grazia che lo in questa vita gli
voglia punire e in questo tempo finito. E cosí insiememente scontiano el
peccato con la contrizione del cuore, e con la perfecta pazienzia meritano, e
le fadighe loro sonno remunerate di bene infinito.
Poi cognoscono che
ogni fadiga di questa vita è piccola per la piccolezza del tempo. El tempo è
quanto una punta d'aco e non piú; ché passato el tempo è passata la fadiga.
Adunque
vedi che .è piccola. Essi portano con
pazienzia e passano le spine actuali e non lo' tocca el cuore, perché ‘l
cuore loro è tracto di loro per amore sensitivo e posto e unito in me per
affecto d'amore.
Bene è dunque la
veritá che costoro gustano vita etterna, ricevendo l'arra in questa vita. E
stando ne l'acqua non s'immollano, passando sopra le spine non si pongono (come
decto t'ho), perché hanno cognosciuto me, sommo Bene, e cercatolo colà dove
egli si truova, cioè nel Verbo de l'unigenito mio Figliuolo.
Alto del documento
— Questo t'ho decto
acciò che tu cognosca meglio e in che modo costoro gustano l'arra de l'inferno,
de' quali Io ti dixi lo inganno loro. Ora ti dirò unde procede lo inganno e
come ricevono l'arra de l'inferno. Questo è perché hanno aciecato l'occhio de
l'intellecto con la infedelità tracta da l'amore proprio. Com e ogni veritá
s'acquista col lume della fede, cosí la bugia (87) e lo inganno s'acquista con
la infidelità. Della infedelità, dico, di coloro che hanno ricevuto el sancto
baptesmo, nel quale baptesmo fu messa la pupilla della fede ne l'occhio de l'
intellecto. Venuto el tempo della discrezione, se essi s'exercitano in virtú,
costoro hanno conservato el lume della fede e parturiscono le virtú vive,
facendo fructo al proximo loro. Come la donna che fa el figliuolo vivo, e vivo
el dá allo sposo suo; cosí costoro dànno le virtú vive a me, che so' sposo de
l'anima.
El contrario fanno
questi miserabili che, venuto il tempo della discrezione, dove essi debbono
exercitare el lume della fede e parturire con vita di grazia la virtú, ed essi
le parturiscono morte. Morte sonno perché tucte l'operazioni loro sonno morte,
essendo fatte in peccato mortale, privati del lume della fede. Hanno bene la
forma del sancto baptesmo ma none il lume, però che ne sonno privati per la
nuvila della colpa commessa per amore proprio, la quale ha ricoperta la pupilla
unde vedevano.
A costoro è decto,
e' quali hanno fede senza opera, che è morta la fede loro. Unde, come il morto
non vede, cosí l'occhio, ricoperta la pupilla, come decto t'ho, non vede, né
cognosce se medesimo non essere né i difecti suoi che egli ha commessi. Né
cognosce la bontá mia in sé, donde ha avuto l'essere e ogni grazia che è posta
sopra l'essere.
Non cognoscendo me
né sé, non odia in sé la propria sensualità; anco l'ama, cercando di satisfare
a l'appetito suo: e cosí parturisce i figliuoli morti di molti peccati mortali.
Né me non ama; non amando me, non ama quel ch'Io amo, cioè il proximo suo, né si
dilecta d'adoperare quel che mi piace: ciò sonno le vere e reali virtú, le
quali mi piacciono di vedere in voi, non per mia utilitá, però che a me non
potete fare utilitá, però che Io so' colui che so', e veruna cosa è facta senza
me, se non el peccato, che non è cavelle, perché priva l'anima di tne che so'
ogni bene, privandola della grazia. Si che per vostra utilitá mi piacciono
perché Io abbi di che remunerarvi in me, vita durabile.
Si che vedi che la
fede di costoro è morta, perché è senza opera; e quelle operazioni, le quali
fanno, non vagliono a vita (88) etterna, perché non hanno vita di grazia.
Nondimeno il bene adoperare o con grazia o senza la grazia non si debba però
lassare, però che ogni bene è remunerato come ogni colpa punita. El bene che si
fa in grazia, senza peccato mortale, vale a vita etterna; ma quello che si fa
con la colpa del peccato mortale non vale a vita etterna: nondimeno è
remunerato in diversi modi, si come di sopra ti dixi.
Unde alcuna volta
Io lo' presto ci tempo. O Io li metto nel cuore de' servi miei per continua
orazione, per le quali orazioni escono della colpa e delle miserie loro. Alcuna
volta, non ricevendo ci tempo né l’orazioni per disposizione di grazia, a
questi cotali l'è remunerato in cose temporali, facendo di loro come de
l'animale che s'ingrassa per menarlo al macello. Cosí questi cotali che sempre
hanno ricalcitrato in ogni modo a la mia bontá, pure fanno alcuno bene; none in
stato di grazia, come detto t'ho, ma in peccato. Essi non hanno voluto ricevere
in questa loro operazione il tempo né l'orazioni né gli altri diversi modi co'
quali Io gli ho chiamati; unde, essendo riprovati da me per li loro difetti, e
la mia bontá vuole pure remunerare quella operazione, cioè quel poco del
servizio che hanno facto, unde li remunero nelle cose temporali e ine
s'ingrassano; e non correggendosi, giongono al supplicio etternale.
Si che vedi che
sonno ingannati. Chi gli ha ingannati? essi medesimi, perché s'hanno tolto ci
lume della fede viva, e vanno come aciecati palpando e attaccandosi a quel che
toccano. E perché non veggono se non con l'occhio cieco, posto l'affetto loro
nelle cose transitorie, però sonno ingannati e fanno come stolti che raguardano
solamente l'oro e non ci veleno. Unde sappi che le cose del mondo e tutti e'
diletti e piaceri suoi se sonno presi e acquistati e posseduti senza me o con
proprio e disordinato amore, essi portano drittamente la figura degli
scarpioni, e' quali al principio tuo, doppo la figura de l’arbore lo ti
mostrai, dicendoti che portavano l'oro dinanzi e ‘l veleno portavano
dietro; e non era il veleno senza l'oro né l'oro senza ci veleno, ma el primo
aspetto era l'oro. E neuno si difendeva dal veleno, se non coloro che erano
illuminati del lume della fede.
Alto del documento
89
— Costoro ti dixi
che col coltello di due tagli (cioè con l'odio del vizio e amore delle virtú)
per amore tagliavano ci veleno della propria sensualità, e col lume della
ragione tenevano e possedevano. E acquistavano l'oro in queste cose mondane,
chi le voleva tenere; ma chi voleva usare la grande perfeczione le spregiava
actualmente e mentalmente. Questi ti dixi che observavano ci consiglio
actualmente, il quale lo' fu dato e tassato da la mia Verità. Costoro che
possedevano sonno quelli che observano e' comandamenti e i consigli mentalmente
ma non actualmente. Ma però ch' e' consigli sonno legati co' comandamenti,
neuno può observare i comandamenti che non observi e' consigli: non actualmente
ma mentalmente. Cioè che, possedendo le 'ricchezze del mondo, egli le possegga
con ùmilità e non con superbia, possedendole come cosa prestata e non come cosa
sua, come elle sonno date a voi per uso da la mia bontá. Unde tanto l'avete
quanto lo ve le do, e tanto le tenete quanto lo ve le lasso, e tanto ve le
lasso e do quanto lo vego che faccino per la salute vostra. Per questo modo le
dovete usare.
Usandole l'uomo
cosí, observa ci comandamento, amando me sopra ogni cosa e ‘l proximo
come se medesimo. Vive col cuore spogliato e gictale da sé per desiderio, cioè
che non l'ama né tiene senza la mia volontà, poniamo che actualmente le
possega. Observa ci consiglio per desiderio, come detto t'ho, tagliandone il
veleno del disordinato amore.
Questi cotali
stanno nella caritá comune. Ma coloro, che observano e' comandamenti e i
consigli mentalmente e actualmente, sonno nella caritá perfetta. Con vera
simplicità observano ci consiglio che dixe la mia Verità, Verbo incarnato, a
quel (90) giovano quando dimandò dicendo: « Che potrei io fare, Maestro, per
avere vita etterna? » Egli disse: « Observa e' comandamenti della Legge ». Ed
egli rispondendo dixe: « Io gli observo ». Ed Egli dixe: « Bene, se tu vuogli
essere perfetto, va' e vende ciò che tu hai, e dallo a' povari ». El giovano
alora si contristò, perché le ricchezze che egli aveva le teneva ancora con
troppo amore, e però si contristò. Ma questi perfetti l’observano abandonando
ci mondo con tutte le delizie sue, macerando ci corpo con la penitenzia e
vigilia, umile e continua orazione.
Questi altri che
stanno nella caritá comune, non levandosi attualmente, non ne perdono però vita
etterna, perché non ne sonno tenuti; ma debbonle possedere, se eglino vogliono
le cose 'del mondo, per lo modo che detto t'ho. Tenendole, non offendono,
perché ogni cosa è buona e perfetta e creata da me, che so' somma bontá, e
fatte perché servano alle mie creature che hanno in loro ragione, e non perché
le creature si faccino servi e schiavi delle delizie del mondo; anco perché le
tengano (se lo' piace di tenere, non volendo andare alla grande perfeczione)
non come signori ma come servi. E ‘l desiderio loro debbono dare a me, e
ogni altra cosa amare e tenere non come cosa loro ma come cosa prestata, come
detto t'ho.
Io non so' acceptatore delle creature né degli
stati, ma de' sancti desidèri. In ogni stato che la persona vuole stare, abbi
buona e sancta volontà, ed è piacevole a me. Chi le terrà a questo modo? coloro
che n'hanno mozzato ci veleno con l'odio della propria sensualità e con amore
della virtú. Avendo mozzo ci veleno della disordinata volontà e ordinatala con
l'amore e sancto timore di me, egli può tenere ed eleggere ogni stato che egli
vuole: e in ognuno sarà atto ad avere vita etterna.
Poniamo che
maggiore perfeczione, e piú piacevole a me, sia di levarsi mentalmente e
attualmente da ogni cosa del mondo, chi non si sente di giognere ad questa
perfeczione, ché la fragilità sua non el patisse, può stare in questo stato
comune, ogniuno secondo lo stato suo. E questo ha ordinato la mia bontá acciò
che veruno abbi scusa di peccato in qualunque stato si sia.
91
E veramente non
hanno scusa, però che lo so' consceso alle passioni e debilezze loro per
sifacto modo che, volendo stare nel mondo, possono e possedere le ricchezze e
tenere stato di signoria e stare allo stato del matrimonio e notricare ed
affadigarsi per li figliuoli. E qualunque stato si vuole essere, possono
tenere, purché in veritá essi taglino ci veleno della propria sensualità, la
quale dá morte etternale.
E drittamente ella
è uno veleno che, come ci veleno dá pena nel corpo, e ne l'ultimo ne muore se
giá egli non s'argomenta di bomitarlo e di pigliare alcuna medicina, cosí
questo scarpione del diletto del mondo: non le cose temporali in loro, che giá
t'ho detto che elle sonno buone e fatte dame che so' somma bontá, e però le può
usare come gli piace con sancto amore e vero timore; ma dico del veleno della
perversa volontà de l'uomo. Dico che ella avelena l'anima e dalle la morte se
esso non ci vomita per la confessione sancta, traendone il cuore e l'affetto.
La quale è una medicina che’l guarisce di questo veleno, poniamo che paia
amara a la propria sensualità.
Vedi dunque quanto
sonno ingannati! ché possono possedere e avere me, e possono fuggire la
tristizia e avere letizia e consolazione, ed essi vogliono pure male, sotto
colore di bene, e dannosi a pigliare l'oro con disordinato amore. Ma perché
essi sonno aciecati con molta infedelità, non cognoscono ci veleno; veggonsi
avelenati e non pigliano ci rimedio. Costoro portano la croce del dimonio,
gustando l'arra de l'inferno.
Alto del documento
— Io si ti dixi di
sopra che solo la volontà dava pena a l'uomo. E perché i servi miei sonno
privati della loro e vestiti della mia, non sentono pena affíiggitiva, ma sonno
saziati sentendo me per grazia ne l'anime loro. Non avendo me, non possono (92)
essere saziati, se essi possedessero tucto quanto el mondo; perché le cose
create sonno minori che l'uomo, però che elle sonno facte per l'uomo e non
l'uomo per loro: e però non può essere saziato da loro. Solo Io el posso
saziare. E però questi miserabili, posti in tanta ciechità, sempre s'affannano
e mai non si saziano, e desiderano quel che non possono avere, perché non
I'adimandano a me che li posso saziare.
Vuogli ti dica come
essi stanno in pene? Tu sai che l'amore sempre dá pena, perdendo quella cosa
con cui essi si son conformati. Costoro hanno facta conformità per amore nella
terra in diversi modi, e però terra sonno diventati. Chi fa conformità con la
ricchezza, chi nello stato, chi ne' figliuoli, chi perde me per servire a le
creature, chi fa del corpo suo uno animale bruto con molta immondizia. E cosí
per diversi stati appetiscono e pasconsi di terra. Vorrebbero che fussero
stabili, ed essi non sonno; anco passano come il vento, però che o essi vengono
meno a loro col mezzo della morte, overo che di quello che essi amano ne sono
privati per mia dispensazione. Essendone privati, sostengono pena
intollerabile; e tanto la perdono con dolore quanto l'hanno posseduta con
disordinato amore. Avesserle tenute come cosa prestata e non come cosa loro,
lassavanle senza pena. Hanno pena perché non hanno quel che desiderano, però
che, come lo ti dixi, el mondo non gli può saziare. Non essendo saziati, hanno
pena.
Quante sonno le
pene dello stimolo della coscienzia ! quante sonno le pene di colui che
appetisce vendecta! Continuamente si rode e prima ha morto sé, cioè l'anima
sua, che egli ucida el nemico suo; el primo morto è egli, uccidendo sé col
coltello de l'odio. Quanta pena sostiene l'avaro, che per avarizia strema la
sua necessità! quanto tormento ha lo invidioso, che sempre nel suo cuore si
rode, e non gli lassa pigliare dilecto del bene del proximo suo! Di tucte
quante le cose, che esso ama sensitivamente, ne trae pena con molti disordinati
timori; hanno presa la croce del dimonio, gustando l'arra de l'inferno in
questa vita, ne vivono infermi con molti diversi modi se essi non si corregono,
e ricevnne poi morte etternale.
93
Or costoro sonno
quegli che sonno offesi dalle spine delle molte tribolazioni, crociandosi loro
medesimi con la propria disordinata volontà. Costoro hanno croce di cuore e di
corpo; cioè che con pena e tormento passa l'anima e'l corpo senza alcuno
merito, perché non portano le fadighe con pazienzia, anco con impazienzia,
perché hanno posseduto e acquistato l'oro e le delizie del mondo con
disordinato amore; privati della vita della grazia e de l'affecto della caritá.
Facti sonno arbori di morte, e però tucte le loro operazioni sonno morte, e con
pena vanno per lo fiume annegandosi, e giongono a l'acqua morta, passando con
odio per la porta del dimonio, e ricevono l’etterna dannazione.
Ora hai veduto come
essi s'ingannano e con quanta pena essi vanno a l'inferno, facendosi martiri
del dimonio; e quale è quella cosa che gli acieca, cioè la nuvila de l'amore
proprio, posta sopra la pupilla del lume della fede. E veduto hai come le
tribulazioni del mondo, da qualunque lato elle vengono, offendono e' servi miei
corporalmente, cioè che sonno perseguitati dal mondo, ma non mentalmente,
perché sonno conformati con la mia volontà: però sonno contenti di sostenere
pena per me.
Ma e' servi del
mondo sonno percossi dentro e di fuore : e singularmente dentro, dal timore che
essi hanno di non pèrdare quello che possegono, e da l'amore, desiderando quel
che non possono avere. Tucte l'altre fadighe, che seguitano doppo queste due
che sonno le principali, la lingua tua non sarebbe sufficiente a narrarle. Vedi
dunque che in questa vita medesima hanno migliore partito e' giusti ch' e'
peccatori.
Ora hai veduto a
pieno el loro andare e il termine loro.
Alto del documento
94
— Ora ti dico che
alquanti sonno che, sentendosi speronare dalle tribulazioni del mondo (le quali
Io do acciò che l'anima cognosca che ‘l suo fine non è questa vita e che
queste cose sonno imperfette e transitorie, e desideri me che so' suo fine, e
cosí le debba pigliare), questi cominciano a levarsi la nuvila con la propria
pena che essi sentono, e con quella che veggono che lo' debba seguitare doppo
la colpa. Con questo timore servile cominciano a escire del fiume, bomicando el
veleno el quale l'era stato gictato dallo scarpione in figura d'oro, e preso
l'avevano senza modo e non con modo, e però ricevettero el veleno da lui.
Cognoscendolo, el cominciano a levare e dirizzarsi verso la riva per attaccarsi
al ponte.
Ma non è
sufficiente d'andare solo col timore servile; però che spazzare la casa del
peccato mortale, senza empirla di virtú fondate in amore e non pure in timore,
non è sufficiente a dare vita etterna, se esso non pone amenduni e' piei nel
primo scalone del ponte, cioè l'affetto e il desiderio, e' quali sonno e' piei
che portano l'anima ne l'affetto della mia veritá, della quale Io v'ho facto
ponte.
Questo è il primo
scalone del quale Io ti dissi che vi conveniva salire, dicendoti come Egli
aveva fatta scala del corpo suo. Bene è vero che questo è quasi uno levare
generale che comunemente fanno e' servi del mondo, levandosi prima per timore
della pena. E perché le tribolazioni del mondo alcuna volta lo' fa venire a
tedio loro medesimi, però lo' comincia a dispiacere. Se essi exercitano questo
timore col lume della fede, passaranno a l'amore delle virtú.
Ma alquanti sonno
che vanno con tanta tepidezza che spesse volte vi ritornano dentro, però che
poi che sonno gionti a la (95) riva, giognendo e' venti contrari, sonno
percossi da fonde del mare tempestoso di questa tenebrosa vita. Se giogne il
vento della prosperità, non essendo salito, per sua negligenzia, el primo
scalone (cioè con l'affetto suo e con l'amore della virtú), egli vòlle il capo
indietro a le delizie con disordinato dilecto. E se viene il vento d'aversità,
si vòlle per impazienzia, perché non ha odiata la colpa sua per l'offesa che ha
fatta a me, ma per timore della propria pena la quale se ne vede seguitare, col
quale timore s'era levato dal vomito: perché ogni cosa di virtú vuole
perseveranzia; e non perseverando, non viene in effetto del suo desiderio, cioè
di giognere al fine per lo quale egli cominciò, al quale, non perseverando, non
giogne mai. E però è bisogno la perseveranzia a volere compire il suo
desiderio.
Hocti detto che
costoro si vòllono secondo e' diversi movimenti che lor vengono: o in loro
medesimi, impugnando la loro propria sensualità contra lo spirito; o dalle
creature, vollendosi a loro o con disordinato amore fuore di me, o per
impazienzia per ingiuria che ricevono da loro; o da le dimonia, con molte e
diverse battaglie. Alcuna volta con lo spregiare per farlo venire a confusione,
dicendo: — Questo bene che tu hai cominciato non ti vale per li peccati e
difetti tuoi. — E questo fa per farlo tornare indietro e farli lassare quello
poco de l’exercizio che egli ha preso. Alcuna volta col diletto, cioè con la
speranza che egli piglia della misericordia mia, dicendo: — A che ti vuogli
affadigare? Gòdeti questa vita, e nella extremità della vita, cognoscendo te,
riceverai misericordia. — E per questo modo el dimonio lo' fa perdere il timore
col quale avevano cominciato.
Per tutte queste e
molte altre cose vòllono el capo indietro e non sonno constanti né
perseveranti. E tutto l’adiviene perché la radice de l'amore proprio non è
punto divelta in loro, e però non sonno perseveranti; ma ricevono con grande
presumpzione la misericordia con la speranza, la quale pigliano ma non come la
debbono pigliare, ma ignorantemente; e come presumptuosi sperano nella
misericordia mia, la quale continuamente è offesa da loro.
96
Non ho data né do
la misericordia perché essi offendano con essa, ma perché con essa si difendano
dalla malizia del dimonio e disordinata confusione della mente. Ma essi fanno
tucto el contrario, ché col braccio della
misericordia offendono; e questo l'adiviene perché non hanno exercitata la
prima mutazione che essi fecero levandosi, con timore della pena e impugnati
dalla spina delle molte tribulazioni, dalla miseria del peccato mortale. Unde,
non mutandosi, non giongono a l'amore delle virtú; e però non hanno
perseverato. L'anima non può fare che non si muti; unde, se ella non va
innanzi, si torna indietro. Si che questi cotali, non andando innanzi con la
virtú (levandosi da la imperfeczione del timore e giognendo a l'amore), bisogno
è che tornino adietro.
Alto del documento
Alora quella anima
ansietata di desiderio, considerando la sua e ('altrui imperfeczione, adolorata
d'udire e vedere tanta ciechità delle creature, e avendo veduto che tanta era
la bontá di Dio che neuna cosa aveva posta in questa vita che fusse
impedimento, in qualunque stato si fusse, a la sua salute, ma tucte ad
exercitamento e a provazione della virtú, e nondimeno, con tucto questo, per lo
proprio amore e disordinato affecto, n'andavano giú per lo fiume non
correggendosi, vedevali giognere a l'etterna dannazione.
E molti di quelli
che v'erano, che cominciavano, tornavano a dietro per la cagione che udita
aveva da la dolce bontá di Dio, che aveva degnato di manifestare se medesimo a
lei. E per questo stava in amaritudine. E fermando essa l'occhio de l'
intellecto nel Padre etterno, diceva: — O amore inextimabile, grande è
l'inganno delle tue creature! Vorrei che, quando piacesse a la tua bontá, tu
piú distinctamente mi spianassi e' tre scaloni (97) figurati nel corpo de
l'unigenito tuo Figliuolo; e che modo essi debbono tenere per escire al tucto
del pelago e tenere la via della Verità tua, e chi sonno coloro che salgono la
scala.
Alto del documento
Alora, raguardando
la divina bontá con l'occhio della sua misericordia el desiderio e la fame di
quella anima, diceva: — Dilectissima figliuola mia, Io non so' spregiatore del
desiderio, anco so' adempitore de' sancti desidèri. E però Io ti voglio
dichiarare e mostrare di quel che tu mi dimandi.
Tu mi dimandi ch'
Io ti spiani la figura de' tre scaloni e che Io ti dica che modo hanno a tenere
a potere escire del fiume e salire il ponte. E poniamo che di sopra,
contiandoti lo 'nganno e ciechità de l'uomo e come in questa vita gustano
l'arra de l'inferno, si come martiri del dimonio, e ricevono l'etterna
dannazione (de' quali Io ti contiai el fructo loro che essi ricevono delle loro
male operazioni); e narrandoti queste cose, ti mostrai e' modi che dovevano
tenere: nondimeno ora piú a pieno tel dichiararò, satisfacendo al tuo
desiderio.
Tu sai che ogni male è fondato ne l'amore
proprio di sé, el quale amore è una nuvila che tolle el lume della ragione; la
quale ragione tiene in sé el lume della fede, e non si perde l'uno che non si
perda l'altro.
L'anima creai lo a
la imagine e similitudine mia, dandole la memoria, lo 'ntellecto
e la volontà. L' intellecto è la piú
nobile parte de l'anima: esso intellecto è mosso da l’affecto, e l’intellecto
notrica l'affecto. E la mano de l'amore, cioè l'affecto, empie la memoria del
ricordamento di me e de' benefizi che ha ricevuti. El quale ricordamento el fa
sollicito e non negligente; fallo grato e none scognoscente. Si che l'una
potenzia porge a l'altra, e cosí si notrica l'anima nella vita della grazia.
98
L'anima non può
vivere senza amore, ma sempre vuole amare alcuna cosa, perché ella è fatta
d'amore, però che per amore la creai. E però ti dixi che l'affetto moveva lo
'ntellecto, quasi dicendo: — Io voglio amare, però che ‘l cibo di che io
mi notrico si è l'amore. — Alora lo 'ntellecto, sentendosi svegliare da l’affecto,
si leva, quasi dica: — Se tu vuoli amare, io ti darò bene quello che tu possa
amare. — E subbito si leva, speculando la dignità de l'anima, e la indegnità
nella quale è venuta per la colpa sua. Nella dignità de l'essere gusta la
inextimabile mia bontá e caritá increata con la quale Io la creai, e in vedere
la sua miseria truova e gusta la misericordia mia, che per misericordia l'ho
prestato el tempo e tratta della tenebre.
Alora l'affetto si
notrica in amore, aprendo la bocca del sancto desiderio, con la quale mangia
odio e dispiacimento della propria sensualità, unta di vera umilità, con
perfetta pazienzia, la quale trasse de l'odio sancto. Concepute le virtú elle
si parturiscono perfettamente e imperfettamente, secondo che l'anima exercita
la perfeczione in sé, si come di sotto ti dirò.
Cosí per lo
contrario, se l'affetto sensitivo si muove a volere amare cose sensitive,
l'occhio de l'intelletto a quello si muove, e ponsi per obietto solo cose
transitorie, con amore proprio, con dispiacimento della virtú e amore del
vizio; unde traie superbia e impazienzia. La memoria non s'empie d'altro che di
quello che le porge l'affetto. Questo amore ha abbaccinato l'occhio, che non
discerne né vede se non cotali chiarori. Questo è il chiarore suo: che
lo'ntellecto ogni cosa vede e l'affetto ama con alcuna chiarezza di bene e di
diletto; e se questo chiarore non avesse, non offendarebbe, perché l'uomo di
sua natura non può desiderare altro che bene. Si che il vizio è colorato col
colore del proprio bene, e però offende l'anima. Ma perché l'occhio non
discerne per la ciechità sua, non cognosce la veritá; e però erra cercando el
bene e i diletti colà dove non sonno.
Già t'ho detto
ch'e' diletti del mondo senza me sonno tutti spine piene di veleno; si che è
ingannato l'intelletto nel suo vedere e la volontà ne l'amare (amando quel che
non die) e (99) la memoria nel ritenere. Lo 'ntellecto fa come il ladro che
imbola l'altrui; e cosí la memoria ritiene il ricordamento continuo di quelle
cose che sonno fuore di me: e per questo modo l'anima si priva della grazia.
Tanta è l'unità di
queste tre potenzie de l'anima, che Io non posso essere offeso da l'una che
tutte non m'offendano. Perché l'una porge a l'altra, si com' Io t'ho detto, el
bene e ‘l male, secondo che piace al libero arbitrio. Questo libero
arbitrio è legato con l'affetto, e però el muove secondo che gli piace, o con
lume di ragione o senza ragione. Voi avete la ragione legata in me, colà dove
el libero arbitrio con disordinato amore non vi tagli; e avete la legge perversa,
che sempre impugna contra lo spirito. Avete dunque due parti in voi, cioè la
sensualità e la ragione. La sensualità è serva, e però è posta perché ella
serva a l'anima, cioè che con lo strumento del corpo proviate ed exercitiate le
virtú.
L'anima è libera
(liberata da la colpa nel sangue del mio Figliuolo), e non può essere
signoreggiata se ella non vuole consentire con la volontà, la quale è legata
col libero arbitrio; e esso libero arbitrio si fa una cosa con la volontà,
acordandosi con lei. Egli è legato in mezzo fra la sensualità e la ragione; e a
qualunque egli si vuole voliere, si può. È vero che, quando l'anima si reca a
congregare con la mano del libero arbitrio le potenzie sue nel nome mio, si
come detto t'ho, alora sonno congregate tutte l'operazioni che fa la creatura,
temporali e spirituali. E il libero arbitrio alora si scioglie da la propria
sensualità e legasi con la ragione. Io alora, per grazia, mi riposo nel mezzo
di loro. E questo è quello che dixe la mia Verità, Verbo incarnato, dicendo: «
Quando saranno due o tre o piú congregati nel nome mio, lo sarò nel mezzo di
loro ». E cosí è la veritá. E giá ti dixi che neuno poteva venire a me se non
per lui, e però n'avevo facto ponte con tre scaloni; e' quali tre scaloni
figurano tre stati de l'anima, si come di sotto ti narrarò.
Alto del documento
100
— Hotti
spianata la figura de' tre scaloni in generale per le tre potenzie de l'anima,
le quali sonno tre scale, e non si può salire l'una senza l'altra, a volere
passare per la doctrina e ponte della mia Verità. Né non può l'anima, se non ha
unite queste tre potenzie insieme, avere perseveranzia. Della quale
perseveranzia Io ti dixi di sopra, quando tu mi dimandasti del modo che
dovessero tenere questi andatori a escire del fiume e che lo ti spianasse
meglio e' tre scaloni; e Io ti dixi che senza la perseveranzia neuno poteva
giognere al termine suo.
Due termini sonno, e ogniuno richiede
perseveranzia: cioè il vizio e la virtú. Se tu vuoli giognere a vita, ti
conviene perseverare nella virtú; e chi vuole giognere a morte etternale
persevera nel vizio. Si che con perseveranzia si viene a me che so' vita, e al
dimonio a gustare l'acqua morta.
Alto del documento
— Voi sète tucti
invitati generalmente e particularmente da la mia Verità, quando gridava nel
Tempio per ansietato desiderio dicendo: « Chi ha sete venga a me e beia, però
che Io so' fonte d'acqua viva ». Non dixe: « Vada al Padre e beia »; ma dixe: «
Venga a me ». Perché? però che in me, Padre, non può cadere pena; ma si nel mio
Figliuolo. E voi, mentre che sète peregrini e viandanti in questa vita mortale,
non potete andare senza pena; perché per lo peccato la terra germinò spine, si
come decto è.
101
E perché dixe: «
Venga a me e beia »? Perché, seguitando la doctrina sua, o per la via de'
comandamenti co' consigli mentali, o de' comandamenti co' consigli actuali
(cioè d'andare o per la caritá perfecta, o per la caritá comune, si come di
sopra ti dixi), per qualunque modo che voi passiate per andare a lui, cioè
seguitando la sua doctrina, voi trovate che bere, trovando e gustando el fructo
del Sangue per l'unione della natura divina unita nella natura umana. E
trovandovi in lui, vi trovate in me, che so' mare pacifico; perché so' una cosa
con lui, e egli è una cosa con meco. Si che voi sète invitati a la fonte de
l'acqua viva della grazia.
Convienvi tenere
per lui, che v'è facto ponte, con perseveranzia. Si che neuna spina né vento
contrario né prosperità né adversità né altra pena, che poteste sostenere, vi
debba fare vòllere il capo a dietro; ma dovete perseverare infino che troviate
me, che vi do acqua viva, che ve la do per mezzo di questo dolce e amoroso
Verbo unigenito mio Figliuolo.
Ma perché dixe: «
Io so' fonte d'acqua viva »? Però che egli fu la fonte la quale conteneva me,
che do acqua viva, unendosi la natura divina con la natura umana. Perché dixe:
« Venga a me e beia »? Però che non potete passare senza pena, e in me non
cadde pena, ma si in lui; e però che di lui lo vi feci ponte, neuno può venire
a me se non per lui. E cosí dixe egli: « Neuno può andare al Padre se non per
me ». Cosí disse veritá la mia Verità.
Ora hai veduto che
via elli vi conviene tenere e che modo: cioè con perseveranzia. E altrimenti
non bereste, però che ella è quella virtú che riceve gloria e corona di
victoria in me, Vita durab'ile.
Alto del documento
102
— Ora ti ritorno a'
tre scaloni per li quali vi conviene andare a volere uscire del fiume e non
annegare, e giognere a l'acqua viva a la quale sète invitati, e a volere che Io
sia in mezzo di voi. Però che alora, ne l'andare vostro, Io so' nel mezzo, che
per grazia mi riposo ne l'anime vostre.
Convienvi dunque, a
volere andare, avere sete; però che solo coloro che hanno sete sonno invitati,
dicendo: « Chi ha sete venga a me, e beia ». Chi non ha sete non persevera ne
l'andare: però che o egli si ristà per fadiga, o egli si ristà per dilecto, né
non si cura di portare el vaso con che egli possa actègnare. Né non si cura
d'avere la compagnia; e solo non può andare. E però vòlle il capo indietro
quando vede giognere alcuna puntura di persecuzioni, perché se n'è facto
nemico. Teme, perché egli è solo; ma, se egli fusse acompagnato, non temarebbe.
Se avesse saliti e' tre scaloni, sarebbe sicuro, perché non sarebbe solo.
Convienvi dunque avere
sete e congregarvi insieme, si come dixe: o due o tre o piú. Perché dixe « o
due o tre »? perché non sono due senza tre, né tre senza due, né tre né due
senza piú. Uno è schiuso che Io sia in mezzo di lui, perché non ha seco
compagno si che Io possa stare in mezzo, e non è cavelle; però che colui, che
sta ne l'amore proprio di sé, è solo perché è separato dalla grazia mia e dalla
caritá del proximo suo. Ed essendo privato di me per la colpa sua, torna a non
cavelle, perché solo Io so' Colui che so'. Si che colui che è uno, cioè sta
solo ne l'amore proprio di sé, non è conciato da la mia Verità né accepto a me.
Dice dunque: « Se
saranno due o tre o piú congregati nel nome mio, lo sarò nel mezzo di loro ».
Díxiti che due non (103) erano senza tre, né tre senza due; e cosí è. Tu sai
che i comandamenti della Legge stanno solamente in due, e senza questi due
neuno se ne observa: cioè d'amare me sopra ogni cosa, e il proximo come te
medesima. Questo è il principio e mezzo e fine de' comandamenti della Legge.
Questi due non
possono essere congregati nel nome mio senza tre, cioè senza la congregazione
delle tre potenzie de l'anima, cioè la memoria, lo 'ntellecto e la volontà; si
che la memoria ritenga i benefizi miei, e la mia bontá in sé; e l' intellecto
raguardi ne l'amore ineffabile, il quale Io ho mostrato a voi col mezzo de
l'unigenito mio Figliuolo, el quale ho posto per obiecto a l'occhio de
l'intellecto vostro, acciò che in lui raguardi el fuoco della mia carità; e la
volontà alora sia congregata in loro, amando e desiderando me, che so' suo
fine.
Come queste tre
virtú e potenzie de l'anima sonno congregate, Io so' nel mezzo di loro per
grazia. E perché alora l'uomo si truova pieno della caritá mia e del proximo
suo, subbito si truova la compagnia delle molte e reali virtú. Alora l’apetito
de l'anima si dispone ad avere sete. Sete, dico, della virtú, de l'onore di me
e salute de l'anime; e ogni altra sete è spenta e morta in loro; e va
sicuramente senza alcuno timore servile, salito lo scalone primo de l’affecto.
Perché l’affecto, spogliatosi del proprio amore, saglie sopra di sé e sopra le
cose transitorie, amandole e tenendole, se egli le vuole tenere, per me e non
senza me, cioè con sancto e vero timore, e amore della virtú.
Alora si truova
salito el secondo scalone, cioè al lume de l'intellecto, el quale si specula ne
l'amore cordiale di me, in Cristo crocifixo in cui, come mezzo, lo ve l'ho
mostrato. Alora truova la pace e la quiete, perché la memoria s'è impíta e non
è vòtia della mia caritá. Tu sai che la cosa vòtia toccandola bussa, ma
quando.ella è piena non fa cosí. Cosí, quando è piena la memoria col lume de
l'intellecto, e con l'affecto pieno d'amore, muovelo con tribulazioni o con
delizie del mondo, egli non bussa con disordinata allegrezza; e non bussa per
impazienzia, perché egli è pieno di me che so' ogni bene.
104
Poi che è salito,
egli si truova congregato; ché, possedendo la ragione e' tre scaloni delle tre
potenzie de l'anima, come decto t'ho, l'ha congregate nel nome mio. Congregati
e' due, cioè l'amore di me e del proximo, e congregata la memoria a ritenere e
lo 'ntellecto a vedere e la volontà ad amare, l'anima si truova acompagnata di
me che so' sua fortezza e sua securtà. Truova la compagnia delle virtú; e cosí
va e sta secura, perché so' nel mezzo di loro.
Alora si muove con
ansietato desiderio, avendo sete di seguitare la via della Verità, per la quale
via truova la fonte de l'acqua viva. Per la sete che egli ha de l'onore di me e
salute di sé e del proximo, ha desiderio della via, però che senza la via non
si potrebe giognere. Alora va e porta el vaso del cuore vòtio d'ogni affecto e
d'ogni amore disordinato del mondo. E subito che egli è vòtio, s'empie, perché
neuna cosa può stare vòtia; unde, se ella non è piena di cosa materiale, ed
ella s'empie d'aria. Cosí el cuore è uno vasello che non può stare vòtio; ma,
subito che n'ha tracte le cose transitorie per disordinato amore, è pieno
d'aria, cioè di celestiale e dolce amore divino, col quale giogne a l'acqua
della grazia: unde gionto che è, passa per la porta di Cristo crocifixo e gusta
l'acqua viva, trovandosi in me che so' mare pacifico.
Alto del documento
— Ora t'ho mostrato
che modo ha a tenere generalmente ogni creatura che ha in sé ragione, per
potere escire del pelago del mondo e per non annegare e giognere a l’etterna
dannazione. Anco t'ho mostrato e' tre scaloni generali, ciò sonno le tre
potenzie de l'anima, e che neuno ne può salire uno che non li salga tucti. E
hotti decto sopra quella parola che disse la mia Verità: « Quando saranno due o
tre o piú congregati nel nome mio », come questa è la congregazione di questi
tre scaloni, cioè (105) delle tre potenzie de l'anima. Le quali tre potenzie
acordate hanno seco e' due principali comandamenti della Legge: cioè la
carità mia e del proximo tuo, cioè d'amare me
sopra ogni cosa, e’l proximo come te medesima.
Alora, salita la
scala, cioè congregate nel nome mio, come decto t'ho, subito ha sete de l'acqua
viva. E allora si muove e passa su per lo ponte, seguitando la doctrina della
mia Verità, che è esso ponte. Alora voi corrite doppo la voce sua che vi
chiama, si come di sopra ti dixi; che, gridando, nel tempio v'invitava,
dicendo: « Chi ha sete venga a me e beia, che so' fonte d'acqua viva ». Hotti
spianato quel che egli voleva dire e come si debba intendere, acciò che tu
meglio abbi cognosciuta l’abondanzia della mia carità, e la confusione di-
coloro che a dilecto pare che corrano per la via del dimonio che gl'invita a
l'acqua morta.
Ora hai veduto e
udito di quello che mi dimandavi, cioè del modo che si debba tenere per non
annegare. E hotti decto che ‘l modo è questo: cioè di salire per lo
ponte. Nel quale salire sonno congregati e uniti insieme, stando nella
dileczione del proximo, portando el cuore e l’affecto suo come vasello a me,
che do bere a chi me l'adimanda, e tenendo per la via di Cristo crocifixo con
perseveranzia infino a la morte.
Questo è quel modo
che tucti dovete tenere in qualunque stato l'uomo si sia, però che neuno stato
lo scusa che egli nol possa fare e che non il debba fare; anco el può fare e
debbalo fare, ed ènne obligata ogni creatura che ha in sé ragione. E neuno si
può ritrare, dicendo: — Io ho lo stato, ho' figliuoli, ho altri impacci del
mondo; e per questo mi ritrago ch'io non séguito questa via. — O per
malagevolezza che vi truovino, non il possono dire; però che giá ti dixi che
ogni stato era piacevole e accepto a me, purché fusse tenuto con buona e sancta
volontà. Perché ogni cosa è buona e perfecta e facta da me, che so' somma
bontá: non sonno create né date da me perché con esse pigliate la.morte, ma
perché n'abbiate vita.
Agevole cosa è,
però che neuna cosa è di tanta agevolezza e di tanto dilecto quanto è l'amore.
E quello che Io vi richiego (106) non è altro che amore e dileczione di me e
del proximo. Questo si può fare in ogni tempo, in ogni luogo e in ogni stato
che l'uomo è, amando e tenendo ogni cosa ad laude e gloria del nome mio.
Sai che Io ti dixi
che per lo inganno loro, non andando eglino col lume ma vestendosi de l'amore
proprio di loro, amando e possedendo le creature e le cose create fuore di me,
passano costoro questa vita crociati, essendo facti incomportabili a loro
medesimi. E se essi non si levano per lo modo che decto è, giongono a l’ecterna
dannazione.
Ora t'ho decto che
modo debba tenere ogni uomo generalmente.
Alto del documento
— Perché di sopra
ti dixi come debbono andare e vanno coloro che sonno nella caritá comune, ciò
sonno quegli che observano i comandamenti e i consigli mentalmente; ora ti
voglio dire di coloro che hanno cominciato a salire la scala e cominciano a
volere andare per la via perfecta, cioè d'observare i comandamenti e i consigli
actualmente in tre stati, e' quali ti mostrarrò, spianandoti ora in particulare
i tre gradi e stati de l'anima e tre scaloni, e' quali ti posi in generale per
le tre potenzie de l'anima. De' quali l'uno è imperfecto, l'altro è piú
perfecto, l'altro è perfectissimo. L'uno m'è servo mercennaio, l'altro m'è
servo fedele, l'altro m'è figliuolo, cioè che ama me senza alcuno rispecto.
Questi sonno tre
stati che possono essere e sonno in molte creature, e sonno in una creatura
medesima. In una creatura sonno e possono essere quando con perfecta sollicitudine
corre per la via predecta exercitando il tempo suo, che da lo stato servile
giogne al liberale, e dal liberale al filiale.
107
Leva te sopra di te
e apre l'occhio de l' intellecto tuo, e mira questi perregrini viandanti come
passano. Alcuni imperfectamente, e alcuni perfectamente per la via de'
comandamenti, e alquanti perfectissimamente tenendo ed exercitando la via de'
consigli. Vedrai unde viene la imperfeczione e unde viene la perfeczione, e
quanto è l'inganno che l'anima riceve in se medesima perché la radice de
l'amore proprio non è dibarbicata. In ogni stato che l'uomo è, gli è bisogno
d'ucidere questo amore proprio in sé.
Alto del documento
Alora quella anima,
ansietata d'affocato desiderio, specolandosi nello specchio dolce divino,
vedeva le creature tenere in diversi modi e con diversi rispecti per giognere
al fine loro. Molti vedeva che cominciavano a salire sentendosi impugnati dal
timore servile, cioè temendo la propria pena. E molti, exercitando el primo
chiamare, giognevano al secondo; ma pochi si vedevano giognere a la grandissima
perfeczione.
Alto del documento
Alora la bontá di
Dio, volendo satisfare al desiderio de l'anima, diceva: — Vedi tu: costoro si
sonno levati con timore servile dal bòmico del peccato mortale; ma se essi non
si levano con amore della virtú, non è sufficiente il timore servile a dar lo'
vita durabile. Ma l'amore col sancto timore è sufficiente, perché la legge è
fondata in amore con timore sancto.
108
La legge del timore
era la legge vecchia che fu data da me a Moisé. La quale era fondata solamente
in timore, perché, commessa la colpa, pativano la pena.
La legge de l'amore
è la legge nuova, data dal Verbo de l'unigenito mio Figliuolo; la quale è
fondata in amore. E per la legge nuova non si ruppe però la vecchia: anco
s'adempí. E cosí dixe la mia Verità: « Io non venni a dissolvere la legge, ma
adempirla ». E uni la legge del timore con quella de l'amore. Fulle tolto per
l'amore la imperfeczione del timore della pena, e rimase la perfeczione del
timore sancto, cioè temere solo di non offendere, non per danno proprio, ma per
non offendere me che so' somma bontá.
Si che la legge
imperfecta fu facta perfecta con la legge de l'amore. Poi che venne il carro
del fuoco de l'unigenito mio Figliuolo, ci quale recò ci fuoco della mia caritá
ne l'umanità vostra, con l’abondanzia della misericordia, fu tolta via la pena
delle colpe che si commectono: cioè di non punirle in -questa vita di subbito
che offende, si come anticamente era dato e ordinato nella legge di Moisé di
dare la pena subbito che la colpa era commessa. Ora non è cosí : non bisogna
dunque timore servile. E non è però che la colpa non sia punita, ma è servata a
punire (se la persona non la punisce con perfecta contrizione) ne l'altra vita,
separata l'anima dal corpo. Mentre che vive egli, gli è tempo di misericordia;
ma, morto, gli sarà tempo di giustizia.
Debbasi dunque
levare dal timore servile e giognere a l'amore e sancto timore di me. Altro
rimedio non ci sarebbe che elli non ricadesse nel fiume, giognendoli fonde
delle tribolazioni e le spine delle consolazioni. Le quali sonno tucte spine
che pongono l'anima che disordinatamente l'ama e possiede.
109
Alto del documento
— Perché lo ti dixi
che neuno poteva andare per lo ponte né escire del fiume che non salisse i tre
scaloni, e cosí è la veritá: che salgono chi imperfectamente e chi
perfectamente e chi con grande perfeczione.
Costoro e' quali
sonno mossi dal timore servile hanno salito e congregatisi insieme
imperfectamente. Cioè che l'anima, avendo veduta la pena che séguita doppo la
colpa, saglie e congrega insieme la memoria a trarne ci ricordamento del vizio,
lo intellecto a vedere la pena sua che per essa colpa aspecta d'avere; e però
la volontà si muove ad odiarla.
E poniamo che
questa sia la prima salita e la prima congregazione, conviensi exercitarla col
lume de l'intelletto dentro nella pupilla della sanctissima fede, raguardando
non, solamente la pena ma ci frutto delle virtú e l'amore che Io lo' porto;
acciò che salgano con amore co' piei de l’affecto, spogliati del timore
servile. E facendo cosí, diventaranno servi fedeli e non infedeli, servendomi
per amore e non per timore. E se con odio s' ingegnaranno di dibarbicare la
radice de l'amore proprio di loro, se sonno prudenti costanti e perseveranti,
vi giongono.
Ma molti sonno che
pigliano ci loro cominciare e salire si lentamente, e tanto per spizzicone
rendono ci debito loro a me, e con tanta negligenzia e ignoranzia, che subbito
vengono meno. Ogni piccolo vento gli fa andare a vela e voltare il capo a
dietro, perché imperfectamente hanno salito e preso ci primo scalone di Cristo
crocifixo; e però non giongono al secondo del cuore.
110
Alto del documento
Alquanti sonno che
sonno fatti servi fedeli, cioè che fedelmente mi servono, senza timore servile
(servendo solo per timore della pena), ma servono con amore. Questo amore, cioè
di servire per propria utilitá o per diletto o piacere che truovino in me, è
imperfetto. Sai chi lo' ‘l dimostra che l'amore loro è imperfetto? quando
sonno privati della consolazione che trovavano in me. E con questo medesimo
amore imperfetto amano el proximo loro: E però non basta né dura l'amore: anco
allenta, e spesse volte viene meno. Allenta inverso di me quando alcuna volta
Io, per exercitargli nella virtú e per levarli dalla imperfeczione, ritrago a
me la consolazione della mente e permetto lo' battaglie e molestie. E questo fo
perché vengano ad perfetto cognoscimento di loro, e conoscano loro non essere,
e neuna grazia avere da loro. E nel tempo delle battaglie rifuggano a me,
cercandomi e cognoscendomi come loro benefattore, cercando solo me con vera
umilità. E per questo lo' 1 do e ritrago da loro la consolazione, ma non la
grazia.
Questi cotali alora
allentano, voltandosi con impazienzia di mente. Alcuna volta lassano per molti
modi e' loro exercizi, e spesse volte sotto colore di virtú, dicendo in loro
medesimi : — Questa operazione non ti vale, — sentendosi privati della propria
consolazione della mente. Questi fa come imperfetto che anco non ha bene levato
el panno de l'amore proprio spirituale della pupilla de l'occhio della
sanctissima fede. Però che, se egli l'avesse levato in veritá, vedrebbe che
ogni cosa procede da me e che una foglia d'arbore non cade senza la mia
providenzia; e che ciò che Io do e permetto, do per loro sanctificazione, cioè
perché abbino el bene e il fine per lo quale lo vi creai.
111
Questo debbono
vedere e cognoscere, che Io non voglio altro che il loro bene, nel sangue de
l'unigenito mio Figliuolo, nel quale sangue sonno lavati dalle iniquità loro.
In esso sangue possono cognoscere la mia veritá, che, per dar lo' vita etterna,
lo gli creai a la imagine e similitudine mia, e ricreai a grazia, col sangue
del Figliuolo proprio, loro, figliuoli adoptivi. Ma perché essi sonno
imperfetti, servono per propria utilitá e allentano l'amore del proximo.
E' primi vi vengono
meno per timore che hanno di non sostenere pena. Costoro, che sonno e' secondi,
allentano, privandosi de l'utilitá che facevano al proximo, e ritragono a
dietro da la caritá loro, se si vegono privati della propria utilitá o d'alcuna
consolazione che avessero trovata in loro. E questo l’adiviene perché l'amore
loro non era schietto; ma, con quella imperfeczione che amano me (cioè d'amarmi
per propria utilitá), di quello umore amano loro.
Se essi non
ricognoscono la loro imperfeczione col desiderio della perfeczione, impossibile
sarebbe che non voltassero el capo indietro. Di bisogno l'è, a volere vita
etterna, che essi amino senza rispetto: non basta fuggire il peccato per timore
della pena né abracciare le virtú per rispetto della propria utilitá, però che
non è sufficiente a dare vita etterna; ma conviensi ché si levi del peccato
perché esso dispiace a me, e ami la virtú per amore di me.
È vero che quasi el primo chiamare generale
d'ogni persona è questo; però che prima è imperfetta l'anima che perfetta. E da
la imperfeczione debba giognere a la perfeczione: o nella vita mentre che vive,
vivendo in virtú col cuore schietto e liberale d'amare me senza alcuno
rispetto; o nella morte, riconoscendo la sua imperfeczione con proponimento
che, se egli avesse tempo, servirebbe me 'senza rispetto di sé.
Di questo amore
imperfetto amava sancto Pietro el dolce e buono Iesú, unigenito mio Figliuolo,
molto dolcemente sentendo la dolcezza della conversazione sua. Ma, venendo el
tempo della tribolazione, venne meno; tornando a tanto inconveniente che, non
tanto che egli sostenesse pena in sé, ma, cadendo nel primo (112) timore della
pena, el negò, dicendo che mai non l'aveva cognosciuto.
In molti
inconvenienti cade l'anima che ha salita questa scala solo col timore servile e
con l'amore mercennaio. Debbansi adunque levare ed essere figliuoli, e servire
a me senza rispetto di loro. Benché Io, che so' remuneratore d'ogni fadiga,
rendo a ciascuno secondo lo stato ed exercizio suo. E se costoro non lassano
l’exercizio de l'orazione sancta e de l'altre buone operazioni, ma con
perseveranzia vadano aumentando la virtú, giogneranno a l'amore del figliuolo.
E Io amarò loro
d'amore filiale, però che con quello amore che so' amato lo, con quello vi
rispondo: cioè che, amando me si come fa el servo el signore, Io come signore
ti rendo el debito tuo, secondo che tu hai meritato. Ma non manifesto me
medesimo a te, perché le cose secrete si manifestano a l'amico che è facto una
cosa con l'amico suo.
È vero che ‘l
servo può crescere per la virtú sua e amore che porta al signore, si che
diventarà amico carissimo: cosí è e adiviene di questi cotali. Mentre che
stanno nel mercennaio amore, Io non. manifesto me medesimo a loro; ma se essi
con dispiacimento della loro imperfeczione e amore delle virtú, con odio
dibarbicando la radice de l'amore spirituale proprio di se medesimo, salendo
sopra la sedia della coscienzia sua, tenendosi ragione, si che non passino e'
movimenti, nel cuore, del timore servile e de l'amore mercennaio che non sieno
corretti col lume della sanctissima fede; facendo cosí, sarà tanto piacevole a
me, che per questo giognaranno a l'amore de l'amico.
E cosí manifestarò
me medesimo a loro, si come dixe la mia Verità quando disse: « Chi m'amará sarà
una cosa con meco e Io con loro, e manifestarò me medesimo, e faremo mansione
insieme ». Questa è la condiczione del carissimo amico, che sonno due corpi e
una anima per affecto d'amore, perché l'amore si transforma nella cosa amata.
Se elli è facto una anima, neuna cosa gli può essere segreta. E però dixe la
mia Verità: « Io verrò e faremo mansione insieme ». E cosí è la veritá.
Alto del documento
113
— Sai in che modo
manifesto me ne l'anima che m'ama in veritá, seguitando la dottrina di questo
dolce ed amoroso Verbo? In molti modi manifesto la virtú mia ne l'anima,
secondo el desiderio che ella ha.
Tre principali
manifestazioni Io fo. La prima è che Io manifesto l'affetto e la caritá mia col
mezzo del Verbo del mio Figliuolo; el quale affecto e la quale caritá si
manifesta nel Sangue sparto con tanto fuoco d'amore. Questa caritá si manifesta
in due modi: l'uno è generale comunemente a la gente comune, cioè a coloro che
stanno nella caritá comune. Manifestasi, dico, in loro vedendo e provando la
mia caritá in molti e diversi benefizi che ricevono da me. L'altro modo è
particulare a quegli che sonno fatti amici, aggionto alla manifestazione della
comune caritá che egli gustano e cognoscono e pruovano e sentono per sentimento
ne l'anime loro.
La seconda
manifestazione della caritá è pure in loro medesimi, manifestandomi per affecto
d'amore. None che Io sia acceptatore delle creature, ma del sancto desiderio; ,
manifestandomi ne l'anima in quella perfeczíone che ella mi cerca. Alcuna volta
mi manifesto (e questa è pure la seconda) dando lo' spirito di profezia,
mostrando lo' le cose future. E questo è in molti e in diversi modi, secondo el
bisogno che lo vego ne l'anima propria e ne l'altre creature.
Alcuna volta (e
questa è la terza) formarò nella mente loro la presenzia della mia Verità,
unigenito mio Figliuolo, in molti modi, secondo che l'anima appetisce e vuole.
Alcuna volta mi cerca ne l'orazione, volendo cognoscere la potenzia mia; e lo
le satisfo facendole gustare e sentire la mia virtú. Alcuna volta mi cerca
nella sapienzia del mio Figliuolo, e Io le satisfo ponendolo per obietto a
l'occhio de l'intelletto suo. Alcuna volta
114
mi cerca nella clemenzia dello Spirito sancto;
e alora la mia bontá le fa gustare il fuoco della divina carità, concipendo le
vere e reali virtú, fondate nella caritá pura del proximo suo.
Alto del documento
— Adunque vedi che
la Verità mia disse veritá, dicendo: « Chi m'amará sarà una cosa con meco »; però
che, seguitando la doctrina sua, per affecto d'amore sète uniti in lui. Ed
essendo uniti in lui, sète uniti in me, perché siamo una cosa insieme; e cosí
manifesto me medesimo a voi, perché siamo una medesima cosa. Unde, se la mia
Verità dixe: « Io manifestarò me a voi », dixe veritá; però che manifestando sé
manifestava me, e manifestando me manifestava sé.
Ma perché non
disse: « Io manifestarò el Padre mio a voi »? Per tre cose singulari. Una,
perché egli volse manifestare che Io non so' separato da lui, né egli da me; e
però a sancto Filippo, quando gli dixe: « Mostraci el Padre e basta a noi »,
dixe: « Chi vede me vede il Padre, e chi vede el Padre vede me ». Questo disse,
però che era una cosa con meco, e quello che egli aveva l'aveva da me, e none Io
da lui. E però dixe a' giuderi: « La doctrina mia non è mia, ma è del Padre mio
che mi mandò ». Perché il Figliuolo mio procede da me, e non Io da lui. Ma ben
so' una cosa con lui ed egli con meco. Però adunque non dixe: « Io manifestarò
el Padre », ma dixe: « Io manifestarò me », cioè: « però che so' una cosa col
Padre ».
La seconda fu però
che, manifestando sé a voi, non porgeva altro che quel che aveva avuto da me,
Padre, quasi volesse elli dire: « El Padre ha manifestato sé a me, perch' Io
so' una cosa con lui. E Io, me e lui, per mezzo di me, manifestarò a voi ».
La terza fu perché
Io, invisibile, non posso essere veduto da voi, visibili, se non quando sarete
separati da' corpi vostri. Alora (115) vedrete me, Dio, a faccia a faccia, e il
Verbo del mio Figliuolo intellectualmente di qui al tempo della resurreczione
generale,
quando l'umanità vostra si conformarà e
dilectarà ne l'umanità del Verbo, si come di sopra nel Traciato della
resurreczione ti contiai.
Si che me, come Io
so', non mi potete vedere. E però velai Io la divina natura col velame della
vostra umanità, acciò che mi poteste vedere. lo, invisibile, mi feci quasi
visibile, dandovi el Verbo del mio Figliuolo, velato del velame della vostra
umanità. Egli manifesta me a voi; e però adunque non disse: « Io manifestarò el
Padre », ma disse: « Io manifestarò me a voi », quasi dica: « secondo che m'ha
dato el Padre mio, manifestarò me a voi ».
Si che vedi che in
questa manifestazione, manifestando sé, manifesta me. Ed anco hai udito perché
egli non disse: « lo manifestarò el Padre a voi », cioè perché a voi nel corpo
mortale non è possibile di vedere me, come decto è, e perché egli è una cosa
con meco.
Alto del documento
— Ora hai veduto in
quanta excellenzia sta colui che è gionto a l'amore de l'amico. Questo ha
salito el piè de l'affecto ed è gionto al secreto del cuore, cioè al secondo
de' tre scaloni e' quali sonno figurati nel corpo del mio Figliuolo. Díxiti che
significati erano nelle tre potenzie de l'anima, e ora tel pongo significare e'
tre stati de l'anima. Ora, innanzi ch' Io ti gionga al terzo, ti voglio
mostrare in che modo gionse ad essere amico (ed essendo facto amico, è facto
figliuolo, giognendo a l'amore filiale), e quello che fa essendo facto amico, e
in quello che si vede che egli è facto amico.
116
El primo, cioè come
egli è venuto ad essere amico, dicotelo. In prima era imperfecto, essendo nel
timore servile: exercitandosi e perseverando, venne a l'amore del dilecto e
della propria utilitá, trovando dilecto e utilitá in me. Questa è la via, e per
questa passa colui che desidera di giognere a l'amore perfecto, cioè ad amore
d'amico e di figliuolo.
Dico che l'amore
filiale è perfecto, però che ne l'amore del figliuolo riceve la eredità di me,
Padre etterno. E perché amore di figliuolo non è senza l'amore de l'amico, però
ti dixi che d'amico era facto figliuolo.
Ma che modo tiene a
giógnarvi? Dicotelo. Ogni perfeczione ed ogni virtú procede da la carità, e la
caritá è notricata da l’umilità, e l'umilità esce del cognoscimento e odio
sancto di se medesimo, cioè della propria sensualità. Chi ci giogne, conviene
che sia perseverante e atia nella cella del cognoscimento di sé; nel quale
cognoscimento di sé cognoscerà la misericordia mia nel sangue de l'unigenito
mio Figliuolo, tirando a sé con l'affetto suo la divina mia carità,
exercitandosi in extirpare ogni perversa volontà spirituale e temporale,
nascondendosi nella casa sua. Si come fece Pietro e gli altri discepoli, che,
doppo la colpa della negazione che fece del mio Figliuolo, pianse. El suo
pianto era ancora imperfetto: e imperfetto fu infino a doppo e' quaranta di,
cioè doppo l'Ascensione, poi che la mia Verità ritornò a me secondo l'umanità
sua. Alora si nascosero Pietro e gli altri nella casa aspettando l'a'venimento
dello Spirito sancto, si come la mia Verità aveva promesso a loro.
Essi stavano
inserrati per paura, però che sempre l'anima, infino che non giogne al vero
amore, teme: ma perseverando in vigilia, in umile e continua orazione infino
che ebbero l’abondanzia dello Spirito sancto, alora, perduto el timore,
seguitavano e predicavano Cristo crocifixo.
Cosí l'anima che ha
voluto o vuole giognere a questa perfeczione, poi che doppo la colpa del
peccato mortale s'è levata e ricognosciuta sé, comincia a piagnere per timore
della pena. Poi si leva a la considerazione della misericordia mia, dove truova
dilecto e sua utilitá. E questo è imperfetto. E però Io, per farla (117) venire
ad perfeczione, doppo e' quaranta di (cioè doppo questi due stati), a ora a ora
mi sottraggo da l'anima: non per grazia ma per sentimento.
Questo vi manifestò
la mia Verità, quando dixe a' discepoli: « Io andarò e tornarò a voi ». Ogni
cosa che egli diceva era detta in particolare a' discepoli, ed era detta in
generale e comunemente a tutti e' presenti e a' futuri, cioè di quelli che
dovevano venire. Disse: «lo andarò e tornarò a voi »; e cosí fu: ché, tornando
lo Spirito sancto sopra e' discepoli, tornò Egli, perché, come di sopra ti
dixi, lo Spirito sancto non tornò solo, ma venne con la potenzia mia e con la
sapienzia del Figliuolo (che è una cosa con meco), e con la clemenzia sua
d'esso Spirito sancto, el quale procede da me, Padre, e dal Figliuolo.
Or cosí ti dico:
che, per fare levare l'anima dalla imperfeczione, lo mi sottraggo, per
sentimento, privandola della consolazione di prima. Quando ella era nella colpa
del peccato mortale, ella si parti da me, ed Io sottraxi la grazia per la colpa
sua, perché essa aveva serrata la porta del desiderio; unde il sole della
grazia n'esci fuore, non per difetto del sole, ma per dilecto della creatura,
che serrò la porta del desiderio. Ricognoscendo sé e la tenebre sua, apre la
finestra, vomitando el fracidume per la sancta confessione. Io alora per grazia
so' tornato ne l'anima, e ritraggomi da lei non per grazia ma per sentimento,
come detto è. Questo fo per farla umiliare e per farla exercitare in cercare me
in veritá, e per provarla nel lume della fede, perché ella venga a prudenzia.
Alora, se ella ama senza rispetto, con viva fede e con odio di sé, gode nel
tempo della fadiga, reputandosi indegna della pace e quiete della mente. E questa
è la seconda cosa delle tre, delle quali Io ti dicevo, cioè di mostrare in che
modo viene ad perfeczione, e che fa quando ella è gionta.
Questo è quel che
fa: che, perché ella senta ch' Io sia ritratto a me, non volta el capo a
dietro; anco persevera con umilità ne l’exercizio suo, e sta serrata nella casa
del cognoscimento di sé. E ine con fede viva aspetta l’avenimento dello Spirito
sancto, cioè me, che so' esso fuoco di caritá. Come aspetta? non oziosa, ma in
vigilia e continua e sancta orazione. E non (118) solamente la vigilia
corporale, ma la vigilia intellectuale, cioè che l'occhio de l' intellecto non
si serra, ma col lume della fede veghia-, extirpando con odio le cogitazioni
del cuore; veghiando ne l'affecto della mia carità, cognoscendo che Io non
voglio altro che la sua sanctificazione. E questo n'è certificato nel sangue
del mio Figliuolo.
Poi che l'occhio
vegghia nel cognoscimento di me e di sé, òra continuamente con orazione di
sancta e buona volontà: questa è orazione continua. E anco con l'orazione
actuale, cioè, dico, facta ne l'actuale tempo ordinatamente, secondo l'ordine
della sancta Chiesa.
Questo è quello che
fa l'anima che s'è partita dalla imperfeczione e gionta alla perfeczione. E
acciò che ella vi giognesse, mi partii da lei, non per grazia ma per
sentimento.
Partiimi ancora
perché ella vedesse e cognoscesse il difecto suo: però che, sentendosi privata
della consolazione, se sente pena afiiiggitiva e sentesi debile e non stare
ferma né perseverante, in questo truova la radice de l'amore spirituale proprio
di sé. E però l'è materia di cognoscersi e di levarsi sé sopra di sé, salendo
sopra la sedia della coscienzia sua; e non lassare passare quel sentimento che
non sia correcto con rimproverio, dibarbicando la radice de l'amore proprio col
coltello de l'odio d'esso amore e con l'amore della virtú.
Alto del documento
— E voglio che tu
sappi che ogni inperfeczione e perfeczione si manifesta e s'acquista in me; e
cosí s'acquista e manifesta nel mezzo del proximo. Bene il sanno e' semplici,
che spesse volte amano le creature di spirituale amore. Se l'amore di me
ha ricevuto schiectamente senza alcuno rispecto, schiectamente beie l'amore del
proximo suo, si come il vasello che s'empie nella fonte: che, se nel traie
fuore, beiendo, el vasello rimane vòtio; ma se egli el beie stando el vasello
nella fonte, non rimane vòtO, ma sempre sta pieno. Cosí l'amore del proximo,
spirituale e temporale, vuole essere beiuto in me, senza alcuno rispecto.
Io vi richiegio che
voi m'amiate di quello amore che Io amo voi. Questo non potete fare a me, però
che Io v'amai senza essere amato. Ogni amore, che voi avete a me, m'avete di
debito e non di grazia, però che ‘l dovete fare. E Io amo voi di grazia e
non di debito. Adunque a me non potete rendere questo amore che lo vi richiego;
e però v'ho posto el mezzo del proximo vostro, acciò che faciate a lui quello
che non potete fare a me, cioè d'amarlo senza veruno respecto, di grazia e
senza aspectarne alcuna utilitá. E io reputo che faciate a me quello che fate
allui.
Questo mostrò la mia
Verità dicendo a Pavolo, quando mi perseguitava: « Saulo, Saulo, perché mi
perseguiti? ». Questo diceva, reputando che Pavolo perseguitasse me
perseguitando e' miei fedeli.
Si che vuole essere
schiecto questo amore. E con quello amore, che voi amate me, dovete amare loro.
Sai a che se n'avede che egli non è perfecto colui che ama di spirituale amore?
Se si sente pena afìiiggitiva quando non gli pare che la creatura, che egli
ama, satisfaccia a l'amore suo, non parendogli essere amato quanto gli pare amare.
Ovvero che egli si vega sottrare la conversazione, o privare della
consolazione, o vedendo amare un altro piú di lui.
A questo e a molte
altre cose se ne potrà avedere che questo amore in me e nel proximo è ancora
imperfecto, e che questo vasello è beiuto fuore della fonte: poniamo che
l'amore abbi tracto da me. Ma perché in me l'aveva ancora imperfecto, però
imperfecto el mostra in colui che ama di spirituale amore. Tucto procede perché
la radice de l'amore proprio spirituale non era bene dibarbicata.
E però Io permecto
spesse volte che ponga questo amore, perché cognosca sé e la sua imperfeczione
per lo modo decto. (120) E sottragomi, per sentimento, da lei, perché
essa si rinchiuda nella casa del cognoscimento di sé, dove acquistarà ogni
perfeczione. E poi Io torno in lei con piú lume e cognoscimento della mia
veritá, in tanto che si reputa a grazia di potere uccidere la propria volontà
per me. E non si ristà mai di potare la vigna de l'anima sua, e di divellere le
spine delle cogitazioni, e ponere le pietre delle virtú fondate nel sangue di
Cristo crocifixo, le quali ha trovate ne l'andare per lo ponte di Cristo
crocifixo, unigenito mio Figliuolo. Si com' Io ti dixi, se bene ti ricorda, che
sopra del ponte, cioè della doctrina della mia Verità, erano le pietre fondate
in virtú del sangue suo, perché le virtú hanno dato vita a voi in virtú del
Sangue.
Alto del documento
— Poi che l'anima è
intrata dentro passando perla doctrina di Cristo crocifixo, con vero amore
della virtú e odio del vizio, con perfecta perseveranzia, gionta a la casa del
cognoscimento di sé, sta serrata in vigilia e continua orazione, separata al
tucto da la conversazione del secolo.
Perché si
rinchiuse? Per timore, cognoscendo la sua imperfeczione, e per desiderio che ha
di giognere a l'amore schiecto e liberale. E perché vede bene e cognosce che
per altro modo non vi può giognere, però aspecta con fede viva l'avenimento di
me per acrescimento di grazia in sé.
In che si cognosce
la fede viva? Nella perseveranzia della virtú, non vollendo el capo a dietro
per veruna cosa che sia, né levarsi da l'orazione sancta per veruna cosa che
sia: guarda giá che non fusse per obbedienzia o per carità; altrimenti non
debba partirsi da l'orazione. Però che spesse volte, nel tempo ordinato de
l'orazione, el dimonio giogne con le molte battaglie e molestie piú che quando si
truova fuore de l'orazione. Questo fa per farle venire a tedio l'orazione
sancta, dicendo spesse volte: — Questa orazione non ti vale, però che tu non
debbi pensare altro né actendere ad altro che a quel che tu dici. — Questo le
fa vedere il dimonio perché ella venga a tedio e a confusione di mente, e lassi
l'exercizio de l'orazione. La quale è una arme con che l'anima si difende da
ogni adversario, tenuta con la mano de l'amore e col braccio del libero
arbitrio, difendendosi con essa arme col lume della sanctissima fede.
Alto del documento
124
— Sappi, figliuola
carissima, che ne l'orazione umile e con. tinua e fedele, con vera
perseveranzia acquista l'anima ogni virtú. E però debba perseverare e non
lassarla mai, né per illusione di dimonio né per propria fragilità (cioè per
pensiero o movimento che venisse nella propria carne sua) né per detto di
creatura, ché spesse volte si pone il dimonio sopra le lingue loro, facendo lo'
favellare parole che hanno a impedire la sua orazione. Tutte le debba passare
con la virtú della perseveranzia. Oh! quanto è dolce a quella anima, e a me è
piacevole la sancta orazione fatta nella casa del cognoscimento di sé e nel
cognoscimento di me, aprendo l'occhio de l'intelletto col lume della fede e con
l'affetto ne l’abbondanzia della mia caritá !
La quale caritá v'è
fatta visibile per lo visibile unigenito mio Figliuolo, avendovela mostrata col
sangue suo. El quale sangue inebbria l'anima e vestela del fuoco della divina
carità, e dalle il cibo del sacramento (el quale v'ho posto nella bottiga del
corpo mistico della sancta Chiesa) del Corpo e del Sangue del mio Figliuolo
tutto Dio e tutto uomo, dandolo a ministrare per le mani del mio vicario, el
quale tiene la chiave di questo sangue.
Questa è quella
bottiga, della quale ti feci menzione, che stava in sul ponte per dare il cibo
e confortare e' viandanti e perregrini che passano per la dottrina della mia
Verità, acciò che per debilezza non vengano meno. Questo cibo conforta poco e
assai, secondo el desiderio di colui che ‘l piglia, in qualunque modo el
piglia, o sacramentalmente o virtualmente. Sacramentalmente è quando si
comunica del sancto Sacramento; (125) virtualmente è comunicandosi per sancto
desiderio: si per desiderio della comunione, e si per considerazione del sangue
di Cristo crocifixo, cioè comunicandosi sacramentalmente de l’affecto della
carità, la quale ha gustata e trovata nel Sangue, ci quale vede che per amore
fu sparto. E però vi s'inebria e'vi s'accende per sancto desiderio, e vi si
sazia trovandosi piena solo della caritá mia e del proximo suo.
Questo dove
l'acquistò? Nella casa del cognoscimento di sé, con sancta orazione, dove perdé
la imperfeczione. Si come i discepoli e Pietro perdéro (stando dentro in
vigilia e orazione) la imperfeczione loro e acquistàro la perfeczione. Con che?
con la perseveranzia condita con la sanctissima fede.
Ma non pensare che
riceva tanto ardore e nutrimento da questa orazione solamente con orazione
vocale, si come fanno molte anime, che la loro orazione è di parole piú che
d'affetto. Le quali non pare che attendano ad altro se none in compire e' molti
salmi e dire i molti paternostri. E compito el numero che si sonno proposti di
dire, non pare che pensino piú oltre. Pare che pongano affetto e attenzione a
l'orazione solo nel dire vocalmente: ed egli non si vuole fare cosí ; però che,
non facendo altro, poco frutto ne tragono, e poco è piacevole a me.
Ma se tu mi dici: —
Debbasi lassare stare questa, ché tutti non pare che siano tratti a l'orazione
mentale? — No, ma debba andare col modo, ché Io so bene che, come l'anima è
prima imperfetta che perfetta, cosí è imperfetta la sua orazione. Debba bene,
per non cadere ne l'ozio, quando è ancora imperfetta, andare con l'orazione
vocale; ma non debba fare l'orazione vocale senza la mentale: cioè che, mentre
che dice, s'ingegni di levare e dirizzare la mente sua ne l'affetto mio, con la
considerazione comunemente de' difetti suoi e del sangue de l'unigenito mio
Figliuolo, dove truova la larghezza della mia caritá e la remissione de'
peccati suoi.
E questo debba fare
acciò che ‘l cognoscimento di sé e la considerazione de' difetti suoi le
faccia cognoscere la mia bontá in sé e continuare l'exercizio suo con vera
umilità.
126
Non voglio che
siano considerati e' difecti in particulare, ma in comune, acciò che la mente
non sia contaminata per lo ricordamento de' particulari e ladi peccati. Dicevo
che lo non voglio; e non debba avere solo la considerazione de' peccati in
comune né in particulare senza la considerazione e memoria del Sangue e larghezza
della misericordia, acciò che non venga a confusione. Ché se ‘l
cognoscimento di sé e considerazione del peccato non fusse condito con la
memoria del Sangue e speranza della misericordia, starebbe in essa confusione:
e con essa, insieme col dimonio che l'ha guidato sotto colore di contrizione e
dispiacimento del peccato, giognerebbe a l’etterna dannazione; non solamente
per questo, ma perché da questo, non pigliando el braccio della misericordia
mia, verrebbe a disperazione.
Questo è uno de'
sottili inganni che ‘l dimonio faccia a' servi miei. E però conviene, per
vostra utilitá e per campare l'inganno del dimonio e per essere piacevoli a me,
che sempre vi dilarghiate il cuore e l'affetto nella smisurata misericordia mia
con vera umilità. Ché sai che la superbia del dimonio non può sostenere la
mente umile; né la sua confusione la larghezza della mia bontá e misericordia,
dove l'anima in veritá speri.
E però, se ben ti
ricorda, quando el dimonio ti voleva aterrare per confusione, volendoti
mostrare che la vita tua fusse stata inganno e non avere seguitata né fatta la
volontà mia, tu allora facesti quel che tu dovevi fare e che la mia bontá ti
die' di potere fare (la quale bontá non è nascosa a chi la vuole ricevere),
cioè che t'innalzasti nella misericordia mia con umilità, dicendo: — Io
confesso al mio Creatore che la vita mia non è passata altro che in tenebre; ma
io mi nascondarò nelle piaghe di Cristo crocifixo e bagnarommi nel sangue suo;
e cosí avarò consumate le iniquità mie e godarommi, per desiderio, nel mio
Creatore.
Sai che alora el
dimonio fuggi. E tornando poi con l'altra, cioè di volerti levare in alto per
superbia, dicendo: — Tu se' perfetta e piacevole a Dio; non bisogna piú che
t'affliga né che pianga e' difetti tuoi; — donandoti Io alora el lume, vedesti
la via che ti conveniva fare, cioè d'umiliarti; e rispondesti al (127) dimonio,
dicendo: — Miserabile a me! Giovanni Baptista non fece mai peccato e fu
sanctificato nel ventre della madre, e non dimeno fece tanta penitenzia! E io
ho commessi cotanti difecti, e non cominciai mai a cognoscerlo con pianto e
vera contrizione, vedendo chi è Dio che è offeso da me, e chi so' io che
l'offendo! —
Allora el dimonio
non potendo sostenere l’umilità della mente né la speranza della mia bontá,
disse a te: — Maladecta sia tu, ché modo non posso trovare con teco! Se io ti
pongo abasso per confusione, e tu ti levi in alto a la misericordia. E se io ti
pongo in alto, e tu ti poni abasso, venendo ne l'inferno per umilità, e intro
lo 'nferno mi perseguiti. Si che io non tornarò piú a te, però che tu mi
percuoti col bastone della caritá. —
Debba dunque
l'anima condire col cognoscimento della mia bontá el cognoscimento di sé, e il
cognoscimento di me col cognoscimento di sé. A questo modo l'orazione vocale
sarà utile a l'anima che la farà, e a me sarà piacevole. E da l'orazione vocale
imperfetta giognarà, perseverando con l’exercizio, a l'orazione mentale
perfetta. Ma se semplicemente mira di compire el numero suo, o se per la
orazione vocale lassasse l'orazione mentale, non vi giogne mai.
Alcuna volta sarà
l'anima si ignorante che, fattosi el suo proponimento di dire cotana orazione
con la lingua (e io alcuna volta visitarò la mente sua, quando in uno modo e
quando in uno altro: alcuna volta in uno lume di cognoscimento di sé con una
contrizione del difetto suo; alcuna volta nella larghezza della mia carità;
alcuna volta ponendole dinanzi a la mente sua in diversi modi, secondo che
piace a me, la presenzia della mia Verità, e secondo che essa anima avesse desiderato),
ed ella, per compire il suo numero, lassa la visitazione di me che sente nella
mente, quasi per coscienzia che si farà di lassare quello che ha cominciato.
Non debba fare
cosí, però che, facendolo, sarebbe inganno di dimonio; ma subbito che sente disponere
la mente per mia visitazione (per molti modi, come detto è), debba abandonare
l'orazione vocale. Poi, passata la mentale, se ha tempo, può (128) ripigliare
quello che proposto s'aveva di dire; non avendo tenpo non se ne debba curare,
né venirne a tedio né confusione di mente. Cosí debba fare. Guarda giá che non
fusse l’offlzio divino, el quale i cherici e religiosi sonno tenuti e obligati
di dire; e non dicendolo, offendono. Essi debbono infino a la morte dire
l’offizio suo. E se essi si sentissero, all'ora debita che si debba dire, la
mente tracta e levata per desiderio, si debbano provedere di dirlo innanzi o
dirlo poi, sí che non trapassi che il debito de l'offizio non sia renduto.
D'ogni altra cosa
che l'anima cominciasse, la debba cominciare vocalmente per giognere a la
mentale. E sentendosi la mente disposta, la debba lassare per la cagione decta.
Questa orazione vocale, facta nel modo che decto t'ho, giognerà ad perfeczione;
e però non debba lassare l'orazione vocale, per qualunque modo ella è facta, ma
debba andare col modo che decto t'ho. E cosí con l’essercizio e perseveranzia
gustarà l'orazione in veritá e il cibo del sangue de l'unigenito mio Figliuolo.
E però ti dixi che alcuno si comunicava virtualmente del Corpo e del sangue di
Cristo, benché non sacramentalmente, cioè comunicandosi de l’affecto della
carità, la quale gusta col mezzo della sancta orazione, poco e assai, secondo
l’affecto di colui che òra.
Chi va con poca
prudenzia, e non con modo, poco truova; chi con assai, assai truova; perché
quanto l'anima piú s'ingegna di sciogliere l’affecto suo e legarlo in me col
lume de l’ intellecto, piú cognosce: chi piú cognosce piú ama; piú amando, piú
gusta.
Adunque vedi che
l'orazione perfecta non s'acquista con molte parole, ma con affecto di
desiderio, levandosi in me con cognoscimento di sé, condito insieme l'uno con
l'altro. Cosí insiememente avara la vocale e la mentale, perché elle stanno
insieme si come la vita activa e la vita contemplativa.
Benché in molti e
in diversi modi s'intenda orazione vocale o vuoli mentale: perché posto t'ho
che ‘l desiderio sancto è continua orazione, cioè d'avere buona e sancta
volontà. La quale volontà e desiderio si leva al luogo e al tempo ordinato
(129) actualmente, agionto a quella continua orazione del sancto desiderio. E
cosí l'orazione vocale, stando l'anima nella sancta volontà, la farà al tempo
ordinato; o alcuna volta fuore del tempo ordinato la fa continua, secondo che
gli richiede la caritá in salute del proximo (si come vede il bisogno e la necessità)
e secondo lo stato che Io l'ho posto.
Ogniuno, secondo lo
stato suo, debba adoperare in salute de l'anime secondo el principio della
sancta volontà. Ciò che aduopera vocalmente e actualmente nella salute del
proximo è uno orare virtuale: poniamo che actualmente, a luogo debito, la facci
per sé. E fuore della debita orazione sua, ciò che egli fa nella caritá del
proximo suo, o in sé per exercizio che egli facesse actualmente di qualunque
cosa si fusse, è uno orare. Si come disse il glorioso mio banditore di Pavolo,
cioè che « non cessa d'orare chi non cessa di bene adoperare ». E però ti dixi
che l'orazione si faceva in molti modi se si vede l’actuale unita con la
mentale, perché l’actuale orazione facta per lo modo decto è facta con
l'affecto della caritá. El quale affecto di caritá è la continua orazione.
Ora t'ho decto in
che modo si giogne a l'orazione mentale, cioè con l'essercizio e perseveranzia
e lassando la vocale per la mentale quando lo visito l'anima. E hotti decto
quale è l'orazione comune e la vocale comunemente fuore del tempo ordinato, e
l'orazione della buona e sancta volontà; e come ogni exercizio in sé e nel
proximo, che fa con buona volontà, fuore de l'ordinato tempo, è orazione.
Adunque virilmente l'anima debba speronare se medesima con questa madre de
l'orazione. Questo è quello che fa l'anima che è rinchiusa in casa del
cognoscimento di sé, gionta a l'amore de l'amico e filiale. E se essa anima non
tiene i modi decai, sempre rimarrebbe nella tiepidezza e imperfeczione sua. E
tanto amarebbe, quanto sentisse dilecto o utilitá in me o nel proximo suo.
130
Alto del documento
LXVII. De lo inganno che ricevono gli uomini mondani, e' quali amano e servono
Dio per propria consolazione e dilecto.
— Del quale amore
imperfecto ti voglio dire. E non ti voglio tacere uno inganno che in esso amore
possono ricevere, nella parte d'amare me per propria consolazione. Unde voglio
che tu sappi che il servo mio, che imperfectamente m'ama, cerca piú la
consolazione, per la quale egli m'ama, che me. E a questo se ne può avedere:
che, mancandoli la consolazione o spirituale, cioè di mente, o consolazione
temporale, si turba.
Nelle temporali
tocca agli uomini del mondo, che vivono con alcuno acto di virtú, mentre che
hanno la prosperità; e sopravenendo la tribulazione, la quale Io do per loro
bene, si conturbano in quel poco del bene che adoperavano. E chi gli
dimandasse: — Perché ti conturbi? — rispondarebbero: — Perché aviamo ricevuta tribolazione,
e quel poco del bene ch'io facevo mel pare quasi perdere, perché non el fo con
quel cuore e con quello animo che io facevo, mi pare a me. Questo è per la
tribolazione che io ho ricevuta, però che mi pareva piú adoperare, e piú
pacificamente col cuore riposato, innanzi che ora. —
Costoro sonno
ingannati nel proprio dilecto. E non è la veritá che ne sia cagione la
tribolazione: né che essi amino meno né aduoparino meno, cioè che l'operazione,
che fanno nel tempo della tribolazione, tanto vale in sé quanto di prima, nel
tempo della consolazione; anco lo' potrebbe valere piú, se essi avessero
pazienzia. Ma questo l’adiviene perché essi si dilectavano nella prosperità:
ine con un poco d'acto di virtú amavano me; ine pacificavano la mente loro con
quella poca operazione. Essendo privati di quello dove si posavano, lo' pare
che lo' sia tolto el riposo nel loro adoperare: ed egli non è cosí.
Ma a loro adiviene
come de l'uomo che è in uno giardino: che in esso giardino, perché v'ha
dilecto, si riposa con la sua operazione. Parli riposare ne l'operazione, ed
egli si riposa nel
(131) dilecto che egli ha preso nel giardino.
E a questo se n'avede che egli è la veritá che egli si dilecta piú nel giardino
che ne l'operazione: però che, toltoli el giardino, si sente privato del
dilecto. Però che, se ‘l principale dilecto avesse posto nella sua
operazione, non l’avarebbe perduto, anco l'avarebbe seco; perché l'exercizio
del bene adoperare non si può perdere (se egli non vuole) perché gli sia tolto
el dilecto della prosperità, si come a colui el giardino.
Adunque s'ingannano
nel loro adoperare per la propria passione. Unde hanno per uso di dire questi
cotali: — Io so che io facevo meglio, e piú consolazione avevo innanzi che io
fusse tribulato che ora, e giovavami di fare bene; ma ora non me ne giova né
dilecto punto. — El loro vedere e il loro dire è falso, però che, se essi si
fussero dilectati del bene per amore del bene della virtú, non l'avarebbero
perduto né mancato in loro, anco cresciuto. Ma perché el loro bene adoperare
era fondato nel proprio loro bene sensitivo, però lo' manca e vien lo' meno.
Questo è lo inganno
che riceve la comune gente in alcuno loro bene adoperare. Questi sonno
ingannati da loro medesimi, dal proprio dilecto sensitivo.
Alto del documento
— Ma e' servi miei
che anco sonno ne l'amore imperfecto, cercando e amando me con affecto d'amore
verso la consolazione e dilecto che truovano in me, qualche volta sono
ingannati. Perch'Io so' remuneratore d'ogni bene che si fa, poco e assai,
secondo la misura de l'amore di colui che riceve; per questo do consolazione
mentale, quando in uno modo e quando in un altro, nel tempo de l'orazione.
Questo non fo perché ella ignorantemente riceva la consolazione, cioè che ella
raguardi piú el presente della consolazione che è data da me che me, ma perché
(132) ella raguardi piú l’affecto della mia caritá con che Io lel do e la
indegnità sua che riceve, che el dilecto della propria consolazione. Ma se
ella, ignorante, piglia solo el dilecto senza la considerazione de l'affecto
mio verso di lei, ne riceve il danno e lo inganno che lo ti dirò.
L'uno si è che, ingannata
da la propria consolazione, cerca essa consolazione e ine si dilecta. E piú
che, alcuna volta, sentendo in alcuno modo la consolazione e visitazione mia in
sé, e poi partendosi, andarà dietro per la via che tenne quando la trovò, per
trovare quella medesima. E Io non le do a uno modo (ché cosí parrebbe ch'Io non
avesse che dare); anco le do in diversi modi, secondo che piace a la mia bontá
e secondo la necessità e il bisogno suo. Essendo ella ignorante, cercarà pure
in quello modo come se ella volesse ponere legge allo Spirito sancto. Non debba
fare cosí ; ma debba passare virilmente per lo ponte della dottrina di Cristo
crocifixo, e ine ricevere in quel modo, in quello luogo e in quel tempo che
piace a la mia bontá di dare. E se Io non do, anco quel non dare Io el fo per
amore e non per odio, perché essa mi cerchi in veritá e non m'ami solamente per
lo dilecto, ma riceva con umilità piú la caritá mia che il dilecto che truova.
Però che, se ella non fa cosí, e che ella vada solo al dilecto a suo modo e non
a mio, riceverà pena e confusione intollerabile quando si vedrà tolto l’obiecto
del dilecto, el quale si pose dinanzi a l'occhio de l’intellecto suo.
Questi sonno quegli
che eleggono le consolazioni a loro modo, cioè che, trovando dilecto, in alcuno
modo, di me nella mente loro, vorranno passare con quel medesimo. E alcuna
volta sonno tanto ignoranti che, visitandogli Io in altro modo che in quello,
faranno resistenzia e non riceveranno, anco vorranno pur quello che s'hanno
imaginato. Questo è difecto della propria passione e dilecto spirituale il
quale trovò in me: ella è ingannata, però che impossibile sarebbe di stare
continuamente in uno modo. Perché, come l'anima non può stare ferma, ché o e'
si conviene che ella vada innanzi à le virtú, o ella torni a dietro; cosí la
mente in me non può stare ferma solo in uno dilecto, che la mia bontá non ne
dia piú. Molto differenti gli do: alcuna volta (133) do dilecto d'una
allegrezza mentale; alcuna volta una contrizione e uno dispiacimento, che parrà
che la mente sia conturbata in sé; alcuna volta sarò ne l'anima e non mi
sentirà; alcuna volta formarò la mia Verità, Verbo incarnato, in diversi modi
dinanzi a l'occhio de l'intelletto suo, e nondimeno non parrà che essa, nel
sentimento de l'anima, el senta con quello calore e dilecto che a quello vedere
le pare che dovesse seguitare; e alcuna volta sentirà e non vedrà grandissimo
dilecto.
Tucto questo fo per
amore e per conservarla e acrescerla nella virtú de l’umilità e nella
perseveranzia, e per insegnarle che essa non voglia poner regola a me, né il
fine suo nella consolazione, ma solo nella virtú fondata in me; ma con umilità
riceva l'uno tempo e l'altro, e con affecto d'amore l’affecto mio con che Io
do; e con viva fede creda ch'Io do a necessità o della salute sua, o a
necessità di farla venire a la grande perfeczione.
Debba dunque stare
umile, facendo el principio e il fine ne l’affecto della mia carità, e ricevere
in essa caritá dilecto e non dilecto, secondo la mia volontà e non secondo la
sua. Questo è il modo a non volere ricevere inganno, anco ogni cosa ricevere
per amore da me che so' loro fine, fondati nella dolce mia volontà.
Alto del documento
— Hotti decto de
l'inganno che ricevono coloro che a loro modo vogliono gustare e ricevare me
nella mente loro.
Ora ti voglio dire
il secondo inganno di coloro che tucto el loro dilecto è posto in ricevere la
consolazione della mente loro; intanto che spesse volte vedranno el proximo
loro in necessità o spirituale o temporale e non li soverranno, socto colore di
virtú dicendo: — Io ne perdo la pace e la quiete della mente, e non dico l'ore
mie a l'ora né al tempo. — Unde, non (134) avendo la consolazione, ne lo' pare
offendere me: ed essi sonno ingannati dal proprio dilecto spirituale della
mente loro; e offendonmi piú non sovenendo a la necessità del proximo che
Tassando tucte le loro consolazioni. Perché ogni exercizio vocale e mentale è
ordinato da me, che l'anima el facci per giognere a la caritá perfecta di me e
del proximo, e di conservarla in essa caritá. Si che egli m'offende piú
Tassando la caritá del proximo per lo suo exercizio actuale e quiete di mente,
che lassando l'exercizio per lo proximo.
Perché nella caritá
del proximo truovano me, e nel dilecto loro, dove cercano me, ne sarebbero
privati. Però che, non sovenendo, ipso facto diminuiscono la caritá del
proximo; diminuita la caritá del proximo, diminuisce l’affecto mio verso di
loro; diminuito l'affecto, diminuita la consolazione. Si che, volendo
guadagnare, essi perdono; e volendo perdere, guadagnano; cioè che, volendo
perdere le proprie consolazioni in salute del proximo, riceve e guadagna me e
il proximo suo, sovenendolo e servendolo caritativamente.
E cosí gustarebbero
in ogni tempo la dolcezza della caritá mia. E, non facendolo, stanno in pena:
perché alcuna volta si converrà pur che ‘l sovenga, o per forza o per
amore, o per infermità corporale o per infermità spirituale che egli s'abbi;
sovenendolo, el soviene con pena, con tedio di mente e stimolo di coscienzia, e
diventa incomportabile a sé e ad altrui. E chi el dimandasse: — Perché senti
questa pena? — rispondarebbe: — Perché mi pare avere perduta la pace e la
quiete della mente, e molte cose, di quelle che io solevo fare, ho lassate, e
credone offendere Dio. — Ed egli non è cosí; ma perché ‘l suo vedere è
posto nel proprio dilecto, però non sa discernere né cognoscere in veritá dove
sta la sua offesa. Però che vedrebbe che l'offesa non sta in non avere la
consolazione mentale, né in Tassare l’essercizio de l'orazione nel tempo della
necessità del proximo suo; anco sta in essere trovato senza la caritá del
proximo, el quale egli debba amare e servire per amore di me.
Si che vedi come
s'inganna solo col proprio amore spirituale verso di sé.
Alto del documento
135
— E alcuna volta
per questo cosí facto amore ne riceve anco piú danno. Ché se l’affecto suo solo
si pone e cerca nella consolazione e visioni le quali spesse volte dono e do a'
servi miei, quando ella se ne vede privata cade in amaritudine e in tedio di
mente, perché le pare essere privata della grazia quando alcuna volta mi
sottrago della mente sua; si come ti dixi che Io andavo e tornavo ne l'anima,
partendomi non per grazia ma per sentimento, per fare venire l'anima ad
perfeczione. Si che ne cade in amaritudine, e parle essere intro lo 'nferno,
sentendosi levata dal dilecto e sentendo le molestie delle molte temptazioni.
Non debba essere
ignorante né lassarsi tanto ingannare al proprio amore spirituale che non
cognosca la veritá; e cognoscere me in sé, che so' Io colui, sommo Bene, che le
conservo la buona volontà, nel tempo delle bactaglie, che non corre per dilecto
dietro a loro. Debbasi dunque umiliare, reputandosi indegna della pace e quiete
della mente. E però mi sottrago da lei, per questa cagione: per farla umiliare
e per farle cognoscere la caritá mia in sé, trovandola nella buona volontà che
lo le conservo nel tempo delle bactaglie; e perché essa non riceva solamente il
lacte della dolcezza sprizzato da me nella faccia de l'anima sua, ma perché
essa s'atacchi al pecto della mia Verità, si che riceva el lacte insieme con la
carne, cioè di trare a sé il lacte della mia caritá col mezzo della Carne di
Cristo crocifixo, cioè della doctrina sua, della quale v'ho facto ponte acciò
che per lui giongano a me. Per questo mi ritrago da loro.
Andando elleno con prudenzia, e non con
ignoranzia ricevendo solamente il lacte, ritorno a loro con piú dilecto e
fortezza e lume e ardore di caritá. Ma se esse ricevono con (136) tedio e con
tristizia e confusione di mente ci partire del sentimento della dolcezza
mentale, poco guadagnano e permangono nella tiepidezza loro.
Alto del documento
— E doppo questo,
ricevono spesse volte un altro inganno dal dimonio, cioè di trasformarsi in
forma di luce. Perché ‘l dimonio in quello che vede la mente disposta a
ricevere e desiderare, in quello gli dà. Perché vede la mente inghiottornita e posto
ci suo desiderio solo nelle consolazioni e visioni mentali (a le quali l'anima
non debba ponere il suo desiderio, ma solamente nelle virtú, e di quelle per
umilità reputarsene indegna ed in esse consolazioni ricevere l’affecto mio),
dico che ‘l dimonio alora si trasforma in quella mente in forma di luce,
in diversi modi: quando in forma d'angelo, e quando in forma della mia Verità,
o in altra forma de' sancti miei. E questo fa per pigliarla co' l'amo del
proprio dilecto spirituale che ha posto nelle visioni e dilecto della mente. E
se essa anima non si leva con la vera umilità, spregiando ogni dilecto, rimane
presa con questo lamo nelle mani del dimonio. Ma se essa con umilità,
spregiando ci dilecto, e con amore stregne l'affecto di me, che so' donatore, e
non del dono, ci dimonio non la può sostenere, per la sua superbia, la mente
umile.
E se tu mi
dimandassi: — A che si può cognoscere che sia piú dal dimonio che da te? — io
ti rispondo che questo è il segno: che se ella è dal dimonio, che egli sia venuto
nella mente a visitare in forma di luce, come decto è, l'anima riceve subbito
nel suo venire allegrezza; e quanto piú sta, piú perde l'allegrezza e rimane
tedio e tenebre e stimolo nella mente, (137) obfuscandovisi dentro. Ma se in
veritá è visitata da me, Verità etterna, l'anima riceve timore sancto nel primo
aspecto; e con esso timore riceve allegrezza e sicurtà con una dolce prudenzia,
che, dubbitando, non dubbita; ma, per cognoscimento di sé reputandosi indegna,
dirà: — Io non so' degna di ricevere la tua visitazione; non essendone degna,
come può essere? — Alora si vòlle a la larghezza della mia carità, cognoscendo
e vedendo che a me è possibile di dare; e non raguardo alla indegnità sua, ma a
la dignità mia che la fo degna di ricevere me, per grazia e per sentimento, in
sé, perché non dispregio il desiderio col quale ella mi chiama. E però riceve
umilmente, dicendo: — Ecco l'ancilla tua: facta sia in me la tua volontà. — E
alora esce del camino de l'orazione e visitazione mia con allegrezza e gaudio
di mente, e con umilità reputandosi indegna, e con caritá ricognoscendola da
me.
Or questo è il
segno che l'anima è visitata da me o dalle dimonia: trovando quando è da me,
nel primo aspecto, ci timore e, al fine e al mezzo, l'allegrezza e la fame
delle virtú. E quando è dal dimonio, ci primo aspecto è l'allegrezza, e poi
rimane in confusione e in tenebre di mente. Si che lo ho proveduto in darvi el
segno, acciò che l'anima, se ella vuole andare umile e con prudenzia, non possa
essere ingannata. El quale inganno riceve l'anima che vorrà navicare solo con
l'amore imperfecto delle proprie consolazioni piú che de l'affecto mio, come
decto t'ho.
Alto del documento
— Non t'ho voluto
tacere l'inganno che ricevono e' comuni, ne l'amore sensitivo, nel loro poco
bene adoperare, cioè di quella poca virtú che essi adoperavano nel tempo della
consolazione; né de l'amore proprio spirituale delle proprie consolazioni de'
servi miei, come essi col proprio amore del dilecto s'ingannano (138) che non
lo' lassa cognoscere la veritá de l’affecto mio né discernere la colpa dove
ella sta, e l'inganno che ‘l dimonio usa con loro per loro colpa, se essi
non tengono el modo che decto t' ho.
Hottelo decto,
acciò che tu e gli altri servì miei andiate dietro a la virtú per amore di me,
e none a veruna altra cosa. Tucti questi inganni e pericoli può ricevare e
spesse volte ricevono coloro che sonno ne l'amore imperfecto, cioè d'amare me
per rispecto del dono e non di me che do. Ma l'anima, che in veritá è intrata
nella casa del cognoscimento di sé, exercitando l'orazione perfecta e levandosi
da la imperfeczione de l'amore de l'orazione inperfecta (per quel modo che nel Tractato
de l'orazione Io ti contiai), riceve me per affecto d'amore, cercando di
trare a sé el lacte della dolcezza mia col pecto della doctrina di Cristo
crocifixo.
Gionti al terzo
stato, cioè de l'amore de l'amico e filiale, non hanno amore mercennaio, anco
fanno come carissimi amici. . Si come farà l'uno amico con l'altro, che,
essendo presentato da l'amico suo, l'occhio non si vòlle solamente al presente,
anco nel cuore e ne l'affecto di colui che dà, e riceve e tiene caro el
presente solo per amore de l’affecto de l'amico suo. Così l'anima, gionta al
terzo stato de l'amore perfecto, quando riceve i doni e le grazie mie non
raguarda solamente il dono, ma raguarda con l'occhio de l’intellecto l'affecto
della caritá di me donatore.
E acciò che l'anima
non abbi scusa di fare così, cioè di raguardare l'affecto mio, lo providi
d'unire il dono e ‘l donatore, cioè unendo la natura divina con la natura
umana quando vi donai el Verbo de l'unigenito mio Figliuolo, el quale è una
cosa con meco, e -Io con lui. Si che per questa unione non potete raguardare il
dono che non raguardiate me donatore. Vedi dunque con quanto affecto d'amore
dovete amare e desiderare il dono e il donatore! Facendo così, sarete in amore
puro e schiecto e non mercennaio, si come fanno questi che sempre stanno
serrati nella casa del cognoscimento di loro.
Alto del documento
139
— In fino a ora Io
t'ho mostrato per molti modi come l'anima si leva da la imperfeczione e giogne
a l'amore perfecto, e quello che fa poi che ella è gionta a l'amore de l'amico
e filiale.
Dixiti
e dico che ella vi giogne con perseveranzia, serrandosi nella casa del
cognoscimento di sé. El quale cognoscimento di sé vuole essere condito col
cognoscimento di me, acciò che non venga a confusione. Perché del cognoscimento
di sé acquistarà l'odio della propria passione sensitiva e del dilecto delle
proprie consolazioni. E da l'odio fondato in umilità trarrà la pazienzia, nella
quale pazienzia diventarà forte contra le bactaglie del dimonio, contra le
persecuzioni degli uomini e verso di me, quando per suo bene sottrago el
dilecto da la mente sua. Tucte le portarà con questa virtú.
E se la sensualità
propria, per malagevolezza, volesse alzare el capo contra la ragione, el
giudice della coscienzia debba salire sopra di sé, e con odio tenersi ragione,
e non lassare passare i movimenti che non sieno correcti. Benché l'anima che
starà ne l'odio sempre si corregge e riprende, d'ogni tempo: non tanto che
quegli che sonno contra la ragione, ma quegli che, spesse volte, saranno da me.
Questo volse dire
il dolce servo mio sancto Gregorio, quando disse che « la sancta e pura
coscienzia faceva peccato dove non era peccato »: cioè che vedeva, per la
purità della coscienzia, la colpa dove non era la colpa.
Or cosí debba fare
e fa l'anima che si vuole levare dalla imperfeczione, aspectando, nella casa
del cognoscimento di sé, la providenzia mia col lume della fede, si come fecero
e' discepoli che stectero in casa e non si mossero mai, ma con (140)
perseveranzia in vigilia e umile e continua orazione perseveràro infino a
l’avenimento dello.Spirito sancto.
Questo è quello (si
come Io ti dixi) che l'anima fa, quando s'è levata dalla imperfeczione e
rinchiusasi in casa per giognere a perfeczione. Ella sta in vigilia, vegghiando
con l'occhio de l’ intellecto nella doctrina della mia Verità, umiliata perché
ha cognosciuta sé in continua orazione, cioè. di sancto e vero desiderio,
perché in sé cognobbe l'affecto della mia caritá.
Alto del documento
— Ora ti resto a
dire in che si vede che essi sieno gionti a l'amore perfecto: per quello segno
medesimo che fu dato a' discepoli sancti poi che ebbero ricevuto lo Spirito
sancto, che esciro fuore di casa e, perduto el timore, anunziavano la parola
mia, predicando la doctrina del Verbo de l'unigenito mio Figliuolo. E non
temevano pene, anco si gloriavano nelle pene; non curavano d'andare dinanzi a'
tiranni dei mondo ad anunziar lo' e dir lo' la veritá per gloria e loda del
nome mio.
Cosí l'anima che ha
aspectato per cognoscimento di sé, nel modo che decto t'ho, lo so' tornato a
lei col fuoco de la caritá mia. Nella quale carità, mentre che stette in casa
con perseveranzia, concepé le virtú per affecto d'amore, participando della potenzia
mia, con la quale potenzia e virtú signoreggiò e vinse la propria passione
sensitiva.
E in essa caritá
participai in lei la sapienzia del Figliuolo mio, nella quale sapienzia vide
e.cognobbe con l'occhio de l’ intellecto la mia Verità e gl'inganni de l'amore
sensitivo spirituale, cioè l'amore imperfecto della propria consolazione, come
decto è. E cognobbe la malizia e l'inganno del dimonio, che dá a l'anima che è
legata in quello amore imperfecto. E però si levò con odio d'essa imperfeczione
e amore della perfeczione.
141
In questa carità,
che è esso Spirito sancto, el participai nella volontà sua, fortificando la
volontà a volere sostenere pena, ed escire fuore di casa per lo nome mio, e
parturire le virtú sopra el proximo suo. Non che esca fuore della casa del
cognoscimento di sé, ma escono della casa de l'anima le virtú concepute per
affecto d'amore, e parturiscele, al tempo del bisogno del proximo suo, in molti
e diversi modi; perché ‘l tintore è perduto, el quale teneva, che non
manifestava per timore di non perdere le proprie consolazioni, si come di sopra
ti dixi. Ma poi che sonno venuti a l'amore perfecto e liberale, escono fuore
per lo modo decto.
E questo gli unisce
col quarto stato, cioè che dal terzo stato, el quale è stato perfecto (nel
quale terzo stato gusta e parturisce la caritá nel proximo suo), riceve uno
stato ultimo di perfecta unione in me. E' quali due stati sonno uniti insieme,
che non è l'uno senza l'altro, se non come la caritá mia senza la caritá del
proximo, e quella del proximo senza la mia non può essere separata l'una da
l'altra.
Cosí di questi due
stati non è l'uno senza l'altro, si come ti verrò dichiarando e mostrando per
questo terzo.
Alto del documento
142
— Hotti decto che
sonno esciti fuore. El quale è il segno che so' levati da la imperfeczione e
gionti a la perfeczione. Apre l'occhio de l' intellecto e miragli córrire per
lo ponte della doctrina di Cristo crocifixo, el quale fu regola e via e
doctrina vostra. Dinanzi a l'occhio de l'intellecto loro essi non si pongono
altro che Cristo crocifixo; non si pongono me, Padre, si come fa colui che sta
ne l'amore imperfecto, el quale non vuole sostenere pena. E perché in me non
può cadere pena, (142) vuole seguitare solo el dilecto che truova in me, e però
dico che séguita me: non me, ma el dilecto che truova in me.
Non fanno cosí
costoro; ma, come ebbri e affocati d'amore, hanno congregati e saliti tre
scaloni generali, e' quali ti figurai nelle tre potenzie de l'anima, e i tre
scaloni attuali che attualmente ti figurai nel Corpo di Cristo crocifixo,
unigenito mio Figliuolo. Salito e' piei, co' piei de l'affetto de l'anima,
gionse al costato, dove trovò il secreto del cuore; e cognobbe il baptesmo de
l'acqua (el quale ha virtú nel Sangue) dove l'anima trovò la grazia nel sancto
baptesmo, disposto el vasello de l'anima a ricevere la grazia unita e impastata
nel Sangue. Dove cognobbe questa dignità di vedersi unita e impastata nel
sangue de l'Agnello, ricevendo el sancto baptesmo in virtú del Sangue? Nel costato,
dove cognobbe il fuoco della divina caritá. E cosí manifestoe, se bene ti
ricorda, la mia Verità, essendo dimandato da te, quando dicevi: — Doh ! dolce
ed immaculato Agnello, tu eri morto quando el costato ti fu aperto, perché
volesti essere percosso e partito el cuore? — Ed egli rispose, se ben ti
ricorda, che assai cagioni ci aveva; ma alcuna principale te ne dirò.
— Perché il
desiderio mio verso l'umana generazione era infinito, e l'operazione attuale di
sostenere pena e tormenti era finita: e per la cosa finita non potevo mostrare
tanto amore quanto piú amavo, perché l'amore mio era infinito. E però volsi che
vedeste il secreto del cuore, mostrandovelo aperto, acciò che vedeste che piú
amavo che mostrare non vi potevo per la pena finita. Gictando sangue e acqua,
vi mostrai el sancto baptesmo de l'acqua, el quale riceveste in virtú del
Sangue: e però versava sangue e acqua. E anco mostravo el baptesmo del Sangue
in due modi: l'uno è in coloro che sonno baptezzati nel sangue loro sparto per
me; il quale ha virtú per lo sangue mio, non potendo essi avere il sancto
baptesmo. Alcuni altri si baptezzano nel fuoco, desiderando el baptesmo con
affecto d'amore e non poterlo avere: e non è baptesmo di fuoco senza Sangue,
però che ‘l Sangue è intriso e impastato col fuoco della divina carità,
perché per amore fu sparto.
143
In un altro modo
riceve l'anima questo baptesmo del Sangue, parlando per figura. E questo
providde la divina carità, perché, cognoscendo la infermità e fragilità de
l'uomo, per la quale fragilità offendendo (non che egli sia costretto da
fragilità né da altro a commettere la colpa, se egli non vuole; ma, come
fragile, cade in colpa di peccato mortale, per la quale colpa perde la grazia
che trasse nel sancto baptesmo in virtú del Sangue), e però fu bisogno che la
divina caritá provedesse a lassare il continuo baptesmo del Sangue, el quale si
riceve con la contrizione del cuore e con la sancta confessione, confessando,
quando può, a' ministri miei, che tengono la chiave del Sangue. El quale Sangue
gitta, ne l'absoluzione, sopra la faccia de l'anima.
E non potendo avere
la confessione, basta la contrizione del cuore. Alora la mano della mia
clemenzia vi dona el frutto di questo prezioso sangue; ma, potendo avere la
confessione, voglio che l'abbiate; e chi la potrà avere e non la vorrà, sarà
privato del frutto del Sangue. È vero che ne l'ultima extremità, volendola e
non potendola avere, anco el riceverà. Ma non sia alcuno si matto che si voglia
però con questa speranza conducersi ad aconciare i fatti suoi ne l'ultima
extremità della morte, perché non è sicuro che, per la sua obstinazione, Io con
la divina mia giustizia non dicesse: — Tu non ti ricordasti di me nella vita,
nel tempo che tu potesti: Io non mi ricordasò di te nella morte. — Si che neuno
debba pigliare lo indugio; e se pure per lo difetto suo l'ha preso, non debba
lassare infino a l'ultimo di baptezzarsi per speranza nel Sangue.
Si che vedi che
questo baptesmo è continuo, dove l'anima si debba baptezzare infino a l'ultimo,
per lo modo detto. In questo baptesmo cognosci che l'operazione mia (cioè de la
pena della croce) fu finita; ma el frutto della pena, che avete ricevuto per
me, è infinito. Questo è in virtú della natura divina infinita, unita con la
natura umana finita, la quale natura umana sostenne pena in me, Verbo, vestito
della vostra umanità. Ma perché è intrisa e impastata l'una natura con l'altra,
trasse a sé, la Deitá etterna, la pena ch' Io sostenni con tanto fuoco d'amore.
E però si può chiamare infinita questa operazione; non (144) che infinita sia
la pena, né l'attuale del corpo né la pena del desiderio che Io avevo di
compire la vostra redempzione, però che ella terminò e fini in croce quando
l'anima si parti dal corpo. Ma el fructo, che esci della pena e desiderio della
vostra salute, è infinito: e però el ricevete infinitamente. Però che, se egli
non fusse stato infinito, non sarebbe restituita tucta l'umana generazione, né
' passati né i presenti né gli avenire. Neanco l'uomo che offende, doppo
l'offesa, non si potrebbe rilevare, se questo baptesmo del Sangue non vi fusse
dato infinito, cioè che ‘l fructo del Sangue fusse infinito.
Questo vi
manifestai ne l’apritura del lato mio, dove truovi el segreto del cuore:
mostrando che Io v'amo piú che mostrare non posso con questa pena finita.
Mòstrotelo infinito. Con che? col baptesmo del Sangue, unito col fuoco della
mia carità, che per amore fu sparto; e nel baptesmo generale (dato a' cristiani
e a chiunque il vuole ricèvare) de l'acqua unita col Sangue e col fuoco, dove
l'anima s' inpasta nel sangue mio. E per mostrarvelo volsi che del costato
escisse sangue e acqua.
Ora ho risposto a quello che tu mi dimandavi.
Alto del documento
— Ora ti dico che
tutto questo ch' Io t'ho narrato, sai che narroe la mia Verità. Hottelo narrato
da capo, favellandoti lo in persona sua, acciò che tu cognosca l'excellenzia
dove è l'anima ch'è salita questo secondo scalone, dove cognosce e acquista
tanto fuoco d'amore. Dove subbito corrono al terzo, cioè a la bocca, dove
manifesta essere venuto ad perfetto stato.
Unde passoe? per lo mezzo del cuore, cioè con
la memoria del Sangue dove si ribaptezzò lassando l'amore imperfetto, per (145)
lo cognoscimento che trasse del cordiale amore, vedendo, gustando e provando el
fuoco della mia caritá. Gionti sonno costoro a la bocca, e però el dimostrano
facendo l'officio della bocca. La bocca parla con la lingua che è ne la bocca;
el gusto gusta. La bocca ritiene porgendolo a lo stomaco. I denti schiacciano,
però che in altro modo noi potrebbe inghioctire.
Or cosí l'anima:
prima parla a me con la lingua che sta nella bocca del sancto desiderio, cioè
la lingua della sancta e continua orazione. Questa lingua parla actuale e
mentale: mentale, offerendo a me dolci e amorosi desidèri in salute de l'anime;
e parla actuale, anunziando la doctrina della mia Verità, amonendo,
consigliando e confessando senza alcuno timore di propria pena che ‘l
mondo le volesse dare, ma arditamente confessa innanzi a ogni creatura,
in diversi modi, e a ciascuno secondo lo stato suo.
Dico che mangia
prendendo el cibo de l'anime, per onore di me, in su la mensa della sanctissima
croce, però che in altro modo né in altra mensa noi potrebbe mangiare in veritá
perfettamente. Dico che lo schiaccia co' denti, però che in altro modo noi
potrebbe inghiottire: cioè con l'odio e con l'amore, e' quali sonno due filaia
di denti nella bocca del sancto desiderio, che riceve il cibo schiacciando con
odio di sé e con amore della virtú. In sé e nel proximo suo schiaccia ogni
ingiuria, scherni, villanie, strazi e rimprovèri con le molte persecuzioni;
sostenendo fame e sete, freddo e caldo e penosi desidèri, lagrime e sudori per
salute de l'anime. Tutti gli schiaccia per onore di me, portando e sopportando
el proximo suo. E poi che l'ha schiacciato, el gusto el gusta, asaporando el
fructo della fadiga e il diletto del cibo de l'anime, gustandolo nel fuoco
della caritá mia e del proximo suo. E cosí giogne questo cibo nello stomaco,
che per lo desiderio e fame de l'anime s'era disposto a volere ricevere (cioè
lo stomaco del cuore), col cordiale amore, diletto e dileczione di caritá col
proximo suo; dilettandosene e rugumando per si facto modo, che perde la
tenarezza della vita corporale, per potere mangiare questo cibo (preso in su la
mensa della croce) della dottrina di Cristo crocifixo.
146
Alora ingrassa
l'anima nelle vere e reali virtú, e tanto rigonfia per l’abbondanzia del cibo,
che ‘l vestimento della propria sensualità (cioè del corpo, che ricuopre
l'anima), criepa quanto a l'appetito sensitivo. Colui che criepa, muore. Cosí
la volontà sensitiva rimane morta. Questo è perché la volontà ordinata de
l'anima è viva in me, vestita de l’etterna volontà mia, e però è morta la sensitiva.
Or questo fa
l'anima che in veritá è gionta al terzo scalone della bocca, e il segno che
ella v'è gionta è questo: che ella ha morta la propria volontà quando gustò
l’affecto della caritá mia.
E però trovò pace e
quiete ne l'anima sua nella bocca. Sai che nella bocca si dá la pace. Cosí in
questo terzo stato truova la pace per si facto modo che neuno è che la possa
turbare, perché ha perduta e annegata la sua propria volontà, la quale volontà
dá pace e quiete quando ella è morta.
Questi parturiscono
le virtú senza pena sopra del proximo loro: non che le pene non siano pene in
loro, ma non è pena a la volontà morta, però che volontariamente sostiene pena
per lo nome mio. Questi corrono, senza negligenzia, per la doctrina di Cristo
crocifixo, e non allentano l'andare per ingiuria che lo' sia facta né per
alcuna persecuzione né per dilecto che trovassero; cioè dilecto che il mondo
lo' volesse dare. Ma tucte queste cose trapassano con vera fortezza e
perseveranzia, vestito l’affecto loro de l’affecto della carità, gustando el
cibo della salute de l'anime con vera e perfecta pazienzia. La quale pazienzia
è uno segno demostrativo, che mostra che l'anima ami perfectissimamente e senza
alcuno rispecto. Però che, se ella amasse me e il proximo per propria utilitá,
sarebbe impaziente e allentarebbe ne l'andare. Ma perché essi amano me per me,
in quanto Io so' somma bontá e degno d'essere amato, e loro amano per me e ‘l
proximo per me, per rendere loda e gloria al nome mio, però sonno
pazienti e forti a sostenere e perseveranti.
Alto del documento
147
— Queste sonno
quelle tre gloriose virtú fondate nella vera carità, le quali stanno in cima de
l'arbore d'essa carità: cioè la pazienzia, la fortezza e la perseveranzia, che
è coronata col lume della sanctissima fede, col quale lume corrono, senza
tenebre, per la via della veritá. Ed è levata in alto per sancto desiderio, e
però non è alcuno che la possa offendere: né il dimonio con le sue temptazioni
(perché egli teme l'anima che arde nella fornace della carità), né le
detraczioni né le ingiurie degli uomini; anco, con tucto ciò che ‘l mondo
gli perseguiti, el mondo ha timore di loro.
Questo permette la
mia bontá: di fortificarli e farli grandi dinanzi a me e nel mondo, perché essi
si sonno facti piccoli per umilità. Bene lo vedi tu nei sanai miei, e' quali
per me si fecero piccoli, e Io gli ho facti grandi in me, Vita durabile, e nel
corpo mistico della sancta Chiesa, dove si fa sempre menzione di loro perché i
nomi loro sonno scripti in me, libro di vita; si che ‘l mondo gli ha in
reverenzia perché essi hanno spregiato el mondo. Questi non nascondono la virtú
per timore ma per umilità; e se egli è bisogno del servizio suo nel proximo,
egli non la nasconde per timore della pena né per timore di perdere la propria
consolazione, ma virilmente il serve perdendo se medesimo e non curando di sé.
E in qualunque modo egli exercita la vita e’l
tempo suo in onore di me, si gode e truovasi pace e quiete nella mente.
Perché? perché non elegge di servire a me a suo modo ma a modo mio; e però gli
pesa tanto el tempo della consolazione quanto quello della tribolazione, e
tanto la prosperità quanto l’aversità. Tanto gli pesa l'una quanto l'altra,
perché in ogni cosa truova la volontà mia, ed egli non pensa di fare altro se
non di conformarsi, dovunque egli la truova, con essa volontà.
148
Egli ha veduto che
veruna cosa è fatta senza me, e con misterio e con divina providenzia, se non
il peccato che non è: e però odiano el peccato, e ogni altra cosa hanno in
reverenzia; e però sonno tanto fermi e stabili nel loro volere andare per la
via della veritá, e non allentano, ma fedelmente servono el proximo loro, non
raguardando a l' ignoranzia e ingratitudine sua. Né perché alcuna volta el
vizioso gli dica ingiuria e riprenda el suo bene adoperare, che egli non gridi,
nel cospetto mio, per orazione per lui, dolendosi piú de l'offesa che egli fa a
me 'e danno de l'anima sua che della ingiuria propria.
Costoro dicono col
glorioso di Pavolo mio banditore: « El mondo ci maladice, e noi benediciamo;
egli ci perseguita, e noi ringraziamo; cacciaci come immondizia e spazzatura
del mondo, e noi pazientemente portiamo ». Si che vedi, figliuola dilettissima,
e' dolci segni; e singularmente, sopra ogni segno, la virtú della pazienzia,
dove l'anima dimostra in veritá d'essere levata da l'amore imperfetto e venuta
al perfetto, seguitando el dolce e immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo,
el quale, stando in su la croce tenuto da' chiovi de l'amore, non ritrae
adietro per detto dei giuderi che dicevano: « Discende della croce e credarenti
». Né per ingratitudine vostra non ritrasse adietro che non perseverasse ne
l'obbedienzia, che Io gli avevo posta, con tanta pazienzia che il grido suo non
fu udito per alcuna mormorazione.
Cosí questi cotali
dilettissimi figliuoli e fedeli servi miei seguitano la dottrina e l’exemplo
della mia Verità. E perché con lusinghe e minacce il mondo gli voglia ritrare,
non vòllono però el capo adietro a mirare l'aratro, ma guardano solo ne
l'obietto della mia Verità. Questi non si vogliono partire del campo della
battaglia per tornare a casa per la gonnella, cioè per la gonnella propria, che
egli lassò, del piacere piú a le creature e temere piú loro che me Creatore
suo; anco con dilecto sta nella battaglia, pieno e inebriato del sangue di
Cristo crocifixo. El quale Sangue v'è posto dinanzi nella bottiga del corpo
mistico della sancta Chiesa da la mia carità, per fare (149) inanimare coloro
che vogliono essere veri cavalieri, e combattere con la propria sensualità e
carne fragile, col mondo e col dimonio, col coltello de l'odio d'essi nemici
suoi, con cui egli ha a combàctare, e con amore delle virtú. El quale amore è
una arme che ripara da' colpi che noi possono accanare se esso non si trae
Tarme di dosso e ‘l coltello di mano e dialo nelle mani de' nemici suoi,
cioè dando Tarme con la mano del libero arbitrio, arrendendosi volontariamente
a' nemici suoi. Non fanno cosí questi che sonno inebriati nel Sangue, anco
virilmente perseverano infino a la morte, dove rimangono sconfitti tutti e'
nemici suoi.
O gloriosa virtú,
quanto se' piacevole a me e riluci nel mondo negli occhi tenebrosi
degl'ignoranti, che non possono fare che non participino della luce de' servi
miei! Ne l'odio loro riluce la clemenzia ch'e' servi miei hanno a la loro
salute; nella invidia loro riluce la larghezza della carità; nella crudeltá la
pietà, però che essi sonno crudeli verso di loro, ed essi sonno pietosi; nella
ingiuria riluce la pazienzia, rema che signoreggia e tiene la signoria di tutte
le virtú, perché ella è il mirollo della caritá. Ella dimostra e rasegna le
virtú ne l'anima; dimostra se elle sonno fondate in me in veritá, o no. Ella
vince e non è mai vinta; ella è compagna della fortezza e perseveranzia, come
detto è; ella torna a casa con la vittoria, escita del campo della battaglia,
tornata a me, Padre etterno, remuneratore d'ogni loro fadiga, e ricevono da me
la corona della gloria.
Alto del documento
— Ora t'ho detto
come dimostrano d'essere gionti a la perfeczione de l'amore de l'amico e
filiale.
Ora non ti voglio
tacere in quanto diletto gustano me, essendo ancora nel corpo mortale. Perché,
gionti al terzo stato, (150) in esso stato, si com' Io ti dixi, acquistano el
quarto stato. Note che sia stato separato dal terzo, ma unito insieme con esso,
e l'uno non può essere senza l'altro se non come la caritá mia e quella del
proximo, si com' Io ti dixi. Ma è uno fructo che esce di questo terzo stato
d'una perfecta unione che l'anima fa in me, dove riceve fortezza sopra
fortezza, intanto che non che porti con pazienzia, ma esso desidera, con
ansietato desiderio, di potere sostenere pene per gloria e loda del nome mio.
Questi si gloriano
negli obrobri de l'unigenito mio Figliuolo, si come diceva el glorioso di
Pavolo mio banditore: « Io mi glorio nelle tribulazioni e negli obrobri di
Cristo crocifixo ». E in un altro luogo: « Io non reputo di dovere gloriarmi
altro che in Cristo crocifixo ». Unde in un altro luogo dice: « Io porto le
stimate di Cristo crocifixo nel corpo mio ». Cosí questi cotali, come inamorati
de l'onore mio e come affamati del cibo de l'anime, corrono a la mensa della
sanctissima croce, volendo, con pena e con molto sostenere, fare utilitá al
proximo, conservare e acquistare le virtú, portando le stimate di Cristo ne'
corpi loro. Cioè che ‘l crociato amore, il quale hanno, riluce nel corpo,
mostrandolo con dispregiare se medesimi e con dilectarsi d'obrobri, sostenendo
molestie e pene da qualunque lato e in qualunque modo Io le concedo.
A questi cotali
carissimi figliuoli la pena l'è dilecto, el dilecto l'è fadiga e ogni
consolazione e dilecto che ‘l mondo alcuna volta lo' volesse dare. E non
solamente quelle che ‘l mondo lo' dá per mia dispensazione (cioè ch'e'
servi del mondo alcuna volta sonno costrecti da la mia bontá ad averli in
reverenzia e sovenirli ne' loro bisogni e necessità corporali), ma la consolazione
che ricevono da me, Padre etterno, nella mente loro, la spregiano per umilità e
odio di loro medesimi. Non che spregino la consolazione e’l dono e la
grazia mia, ma el dilecto che truova el desiderio de l'anima in essa
consolazione. Questo è per la virtú della vera umilità acquistata da l'odio
sancto, la quale umilità è baglia e nutrice della caritá acquistata con vero
cognoscimento di sé e di me.
151
Si che vedi che la
virtú riluce, e le stímate di Cristo crocifixO, ne' corpi e nelle menti loro. A
questi cotali l’ è tolto di non separarmi da loro per sentimento, si come degli
altri ti dixi che lo andavo e tornavo a loro, partendomi non per grazia ma per
sentimento. Non fo cosí a questi perfectissimi che sonno gionti alla grande
perfeczione, in tucto morti a ogni loro volontà, ma continuamente mi riposo per
grazia e per sentimento ne l'anima loro; cioè che ogni otta che vogliono unirsi
in me la mente per affecto d'amore, possono, perché ‘l desiderio loro è
venuto a tanta unione per affecto d'amore che per veruna cosa se ne può
separare, ma ogni luogo l'è luogo e ogni tempo l'è tempo d'orazione; perché la
loro conversazione è levata da la terra e salita in cèlo, cioè che ogni affecto
terreno e amore proprio sensitivo di loro medesimi hanno tolto da sé. Levati si
sonno sopra di loro ne l'altezza del cielo con la scala delle virtú, saliti e'
tre scaloni che lo ti figurai nel corpo del mio Figliuolo.
Nel primo spogliàro
e' piei de l'affecto de l'amore del vizio; nel secondo gustàro el secreto e
l’affecto del cuore, unde concepettero amore nelle virtú; nel terzo (cioè della
pace e quiete della mente) provarono in sé le virtú e, levandosi da l'amore
imperfecto, gionsero a la grande perfeczione. Unde hanno trovato el riposo
nella doctrina della mia Verità; hanno trovata la mensa, el cibo e il
servidore. El quale cibo gustano col mezzo della doctrina di Cristo crocifixo,
unigenito mio Figliuolo; Io lo' so' letto e mensa. Questo dolce e amoroso Verbo
l'è cibo, si perché gustano el cibo de l'anime in questo glorioso Verbo, e si
perché egli è cibo dato da me a voi: la carne e ‘l sangue suo, tucto Dio
e tucto uomo, el quale ricevete nel Sacramento de l'altare, posto e dato a voi
da la mia bontá, mentre che sète peregrini e viandanti, acciò che non veniate meno,
ne l'andare, per debilezza, e perché non perdiate la memoria del benefizio del
Sangue sparto per voi con tanto fuoco d'amore, ma perché sempre vi confortiate
e dilectiate nel vostro andare. Lo Spirito sancto gli serve, cioè l'affecto
della mia carità, la quale caritá lo' ministra e' doni e le grazie. Questo
dolce (152) servidore porta e arreca: arreca a me i penosi e dolci ed ateo.
rosi desidèri, e porta a loro el fructo della divina caritá delle loro fadighe
ne l'anime loro, gustando e notricandosi della dolcezza della mia caritá. Si
che vedi che Io lo' so' mensa, el Figliuolo mio l'è cibo, e lo Spirito sancto
gli serve, che procede da me Padre e dal Figliuolo.
Vedi dunque che
sempre, per sentimento, mi sentono nella loro mente. E quanto piú hanno
spregiato el dilecto e voluta la pena, piú hanno perduta la pena e acquistato
el dilecto. Perché? perché sonno arsi e affocati nella mia carità, dove è
consumata la volontà loro. Unde el dimonio teme il bastone della caritá loro, e
però gicta le saecte sue da longa e non s'ardisce d'acostare. EI mondo percuote
nella corteccia de' corpi loro credendo offendere, ed egli è offeso, perché la
saecta, che non truova dove intrare, ritorna a colui che la gitta. Cosí el
mondo con le saecte delle ingiurie e persecuzioni e mormorazioni sue,
gictandole ne' perfectissimi servi miei, non v'è luogo da veruna parte dove
possa intrare, perché l'orto de l'anima loro è chiuso; e però ritorna la saecta
a colui che la gicta, avelenata col veleno della colpa.
Vedi che da veruno
lato la può percuotere, però che, percotendo el corpo, non percuote l'anima. Ma
sta beata e dolorosa: dolorosa sta de l'offesa del proximo suo, e beata per
l'unione e affecto della caritá che ha ricevuta in sé.
Questi seguitano lo
immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, el quale stando in croce era beato
e doloroso: doloroso era, portando la croce del corpo, sostenendo pena, e 1a
croce del desiderio per satisfare la colpa de l'umana generazione; e beato era,
perché la natura divina, unita con la natura umana, non poteva sostenere pena,
e sempre faceva l'anima sua beata mostrandosi a lei senza velame. E però era
beato e doloroso, perché la carne sosteneva, e la Deitá pena non poteva patire;
neanco l'anima quanto a la parte di sopra de l'intellecto.
Cosí questi dilecti figliuoli, gionti al terzo
e al quarto stato, sonno dolorosi portando la croce actuale e mentale: cioè
(153) actualmente, sostenendo pene ne' corpi loro, secondo che Io permecto, e
la croce del desiderio del crociato dolore de l'offesa mia e danno del proximo.
Dico che sonno beati, però che ‘l dilecto della carità, la quale gli fa
beati, non lo' può essere tolto, unde eglino ricevono allegrezza e beatitudine.
Unde si chiama questo dolore, non « dolore afffiggitivo » che disecca l'anima,
ma « ingrassativo », che ingrassa l'anima ne l’affecto della carità, perché le
pene aumentano la virtú e fortificano e crescono e pruovano la virtú.
Si che è pena
ingrassativa e non affliggitiva, perché veruno dolore né pena la può trare del
fuoco, se non come il tizzone, che è tucto consumato nella fornace, che veruno
è che ‘l possa pigliare per spegnere, perché gli è facto fuoco. Cosí
queste anime, gictate nella fornace della mia carità, non rimanendo veruna cosa
fuore di me, cioè veruna loro volontà, ma tucti affocati in me, veruno è che le
possa pigliare né trarle fuore di me per grazia, perché sonno facte una cosa
con meco ed lo con loro. E mai da loro non mi sottraggo per sentimento che la
mente loro non mi senta in sé, si come degli altri ti dixi che lo andavo e tornavo,
partendomi per sentimento e non per grazia; e questo facevo per farli venire a
la perfeczione. Gionti a la perfeczione, lo' tolgo el giuoco de l'amore
d'andare e di tornare, el quale si chiama « giuoco d'amore », ché per amore mi
parto e per amore torno: non propriamente Io (ché lo so' lo Idio vostro
immobile che non mi muovo), ma el sentimento che dá la mia caritá ne l'anima è
quello che va e torna.
Alto del documento
— Dicevo che a
costoro l'è tolto che ‘l sentimento non perdono mai. Ma in un altro modo
mi parto: perché l'anima che è legata nel corpo non è sufficiente a ricevere
continuamente (154) l'unione ch'Io fo ne l'anima; e perché non è sufficiente,
mi sottrago non per sentimento né per grazia, ma per unione. Perché, levandosi
l'anime con ansietato desiderio, corsero con virtú per lo ponte della doctrina
di Cristo crocifixo; giongono a la porta levando la mente loro in me, bagnate,
inebriate di Sangue, arse di fuoco d'amore; gustano in me la Deitá etterna, el
quale è a loro uno mare pacifico, dove l'anima ha facta tanta unione che veruno
movimento quella mente non ha altro che in me.
Ed essendo mortale,
gusta el bene degl'inmortali; ed essendo col peso del corpo, riceve la
leggerezza dello spirito. Unde spesse volte il corpo è levato da la terra per
la perfecta unione che l'anima ha facta in me, quasi come il corpo grave
diventasse leggiero. Non è però che gli sia tolta la gravezza sua, ma perché
l'unione che l'anima ha facta in me è piú perfecta che non è l'unione fra
l'anima e ‘l corpo; e però la fortezza dello spirito unita in me leva da
tera la gravezza del corpo. El corpo sta come immobile, tucto stracciato da
l’affecto de l'anima, intanto che (si come ti ricorda d'avere udito da alcune
creature) non sarebbe possibile di vivere se la mia bontá non el cerchiasse di
fortezza.
Unde Io voglio che
tu sappi che maggiore miracolo è a vedere che l'anima non si parte dal corpo in
questa unione, che vedere molti corpi resuscitati. E però Io, per alcuno
spazio, sottrago l'unione, facendola tornare al vasello del corpo suo: cioè che
‘l sentimento del corpo, che era tucto alienato per l’affecto de l'anima,
torna al sentimento suo. Però che, non è che l'anima si parta dal corpo, ché
ella non si parte se non col mezzo della morte, ma partonsi le potenzie e
l'affecto de l'anima per amore unito in me. Unde la memoria non si truova piena
d'altro che di me; lo intellecto è levato speculando ne l’obiecto della mia
Verità; I'affecto, che va dietro a l' intellecto, ama e uniscesi in quello che
l'occhio de l' intellecto vide.
Congregate e unite
tucte insieme queste potenzie, e immerse e affogate in me, perde il corpo el
sentimento: ché l'occhio vedendo non vede, l'orecchia udendo non ode, la lingua
parlando non parla (se non come alcuna volta, per l’abondanzia (155) del cuore,
permectarò che’l membro della lingua parli per sfogamento del cuore e per
gloria e loda del nome mio; si che
parlando non parla, la mano toccando non
tocca, e' piei andando non vanno; tucte le membra sonno legate e occupate dal
legame e sentimento de l'amore. Per lo quale legame sonnosi soctoposte a la
ragione e uniti con l’affecto de l'anima, ché, quasi contra sua natura, a una
voce tucte gridano a me, Padre etterno, di volere essere separate da l'anima, e
l'anima dal corpo. E però grida, dinanzi da me, col glorioso di Pavolo: « O
disaventurato a me, chi mi dissolverebbe dal corpo mio? Perch' io ho una legge
perversa che impugna contra lo spirito ».
Non tanto diceva
Pavolo della impugnazione che fa el sentimento sensitivo contra lo spirito, ché
per la parola mia era quasi certificato quando gli fu decto: u Pavolo, bastiti
la grazia mia ». Ma perché il diceva? perché, sentendosi Pavolo legato nel
vasello del corpo, el quale gl'impediva per spazio di tempo la visione mia
(cioè infino a l'ora de la morte), l'occhio era legato a non potere vedere me,
Trinitá etterna, nella visione de' beati immortali che sempre rendono gloria e
loda al nome mio, ma trovavasi fra' mortali che sempre offendono me, privato
della mia visione, cioè di vedermi ne l’essenzia mia.
None che esso e gli
altri servi miei non mi veggano e gustino, non in essenzia, ma in affecto di caritá
in diversi modi, secondo che piace a la bontá mia di manifestare me medesimo a
voi; ma ogni vedere, che l'anima riceve mentre che è nel corpo mortale, è una
tenebre a rispecto del vedere che ha l'anima separata dal corpo. Si che pareva
a Pavolo che’l sentimento del vedere impugnasse il vedere dello spirito,
cioè che ‘l sentimento umano della grossezza del corpo impedisse l'occhio
de l' intellecto, che non lassava vedere me a faccia a faccia. La volontà gli
pareva che fusse legata a non potere tanto amare quanto desiderava d'amare,
perché ogni amore in questa vita è imperfecto infino che non giogne a la sua
perfeczione.
None che l'amore di
Pavolo o degli altri veri servi miei fusse imperfecto a grazia e a perfeczione
di caritá (ché egli era perfecto), ma era imperfecto ché non aveva sazietà nel
suo amore; (156) unde era con pena. Ché se fusse stato pieno el desiderio di
quello che egli amava, non avarebbe avuta pena; ma perché l'amore perfectamente,
mentre che egli è nel corpo mortale, non ha quel che egli ama, però ha pena.
Ma, separata l'anima dal corpo, ha pieno il desiderio suo, e però ama senza
pena. È saziata, e di longa è il fastidio da la sazietà; essendo saziata, ha
fame, ma di longa è la pena da la fame, perché, separata l'anima dal corpo, è
ripieno el vasello suo in me in veritá, fermato e stabilito che non può
desiderare cosa che non abbi. Desiderando di vedere me, egli mi vede a faccia a
faccia; desiderando di vedere la gloria e loda del nome mio ne' sancti miei,
egli la vede si nella natura angelica e si nella natura umana.
Alto del documento
— E tanto è
perfecto el suo vedere che non tanto ne' cittadini che sonno a vita etterna ma
nelle creature mortali vede la gloria e loda del nome mio; ché, o voglia el
mondo o no, egli mi rende gloria. Vero è che non me la rende per lo modo che
debba, amando me sopra ogni cosa. Ma da la parte mia Io trago di loro gloria e
loda al nome mio, cioè che in loro riluce la misericordia mia e l'abbondanzia
della mia carità, prestando el tempo, non comandando a la terra che gl'
inghioctisca per li difecti loro. Anco gli aspecto, e a la terra comando che
lo' doni de' fructi suoi, al sole che gli scaldi e dia lo' la luce e ‘l
caldo suo, al cielo che si muova; e in tucte quante le cose create facte
per loro Io uso la mia misericordia e carità, non sottraendole per li difecti
loro. Anco le do al peccatore come al giusto, e spesse volte piú al peccatore
che al giusto, perché il giusto, che è apto a portare, il privarò del bene
della terra per darli piú abondantemente del bene del cielo. Si che la
misericordia mia e caritá riluce sopra di loro.
157
Alcuna volta, nelle
persecuzioni ch'e' servi del mondo faranno a' servi miei, provando in loro la
virtú della pazienzia e della carità, offerendo il servo mio, che sostiene,
umili e continue orazioni, me ne torna gloria e loda al nome mio. Si che, o voglia
quello iniquo o no, me ne torna gloria; poniamo che ‘l suo rispecto non
fusse per ciò, ma per farmi vituperio.
Alto del documento
— Questi stanno in
questa vita ad aumentare la virtú ne' servi miei, si come le dimonia stanno ne
l'inferno come miei giustizieri e aumentatori: cioè facendo giustizia de'
dannati, e aumentatori a le creature mie che sonno viandanti e peregrine in
questa vita, facte per giognere a me termine loro. Essi gli aumentano
exercitandóli in virtú con molte molestie e temptazioni in diversi modi:
facendo fare ingiuria l'uno a l'altro, e tòllare le cose l'uno dell'altro non
solamente per le cose o per la ingiuria, ma per privarli della caritá. Credendo
privare i servi miei, ed essi gli fortificano, provando in loro la virtú della
pazienzia, fortezza e perseveranzia.
Per questo modo
rendono gloria e loda al nome mio, e cosi s'adempie la mia veritá in loro, che
gli avevo creati per gloria e loda di me Padre etterno e perché participassero
la bellezza mia; ma, ribellando a me per la superbia sua, cadde e fu privato
della mia visione: onde non mi rendono gloria in dileczione d'amore. Ma Io,
Verità etterna, gli ho messi.per strumento ad exercitare e' servi miei nella
virtú, e come giustizieri di coloro che per li loro difecti vanno a l’ecterna
dannazione, e cosí di coloro che vanno a le pene del purgatorio. Si che vedi
che egli è la veritá che la veritá mia è adempita in loro, cioè che mi rendono
gloria non come cittadini di vita etterna (ché ne sonno privati per li loro
difecti) ma come miei giustizieri, manifestando per loro la giustizia mia sopra
e' dannati e sopra quegli del purgatorio.
Alto del documento
158
— Questo chi el
vede e gusta: che in ogni cosa creata, e nelle creature che hanno in loro
ragione, e nelle dimonia si vega la gloria e loda del nome mio? L'anima che è
denudata dal corpo e gionta a me, fine suo, vede schiectamente, e nel suo
vedere cognosce la veritá. Vedendo me, Padre etterno, ama; amando, è saziato;
saziato, cognosce la veritá; cognoscendo la veritá, è fermatà la volontà sua
nella volontà mia e legata e stabilita per modo che in veruna cosa può
sostenere pena, perché egli ha quello che desiderava d'avere prima di vedere
me, e di vedere la gloria e loda del nome mio.
Egli la vede a
pieno in veritá ne' sancti miei e negli spiriti beati e in tucte l'altre
creature e nelle dimonia, come decto t'ho. E poniamo che anco vega l'offesa che
è facta a me, della quale in prima aveva dolore: ora non ne può avere dolore,
ma compassione senza pena, amandoli e sempre pregando me con affecto di caritá
ch' Io facci misericordia al mondo.
È terminata in loro
la pena ma non la carità: si come al Verbo del mio Figliuolo in su la croce,
nella penosa morte, terminò la pena del crociato desiderio che egli aveva
portato dal principio che Io el mandai nel mondo infino a l'ultimo della morte
per la salute vostra; ma non terminò l’affecto della vostra salute, ma si la pena.
Ché se l’affecto della mia carità, la quale per mezzo di lui vi mostrai, fusse
alora terminata e finita in voi, voi non sareste, perché sète facti per amore:
se l'amore fusse ritracto a me, che Io non amasse l'essere vostro, voi non
sareste. Ma l'amore mio vi creò, e l'amore mio vi conserva. E perché Io so' una
cosa con la mia Verità, ed egli, Verbo incarnato, con meco, fini la pena del
desiderio e non l'amore del desiderio.
159
Vedi dunque che i santi e ogni anima che è ad
vita ecterna hanno desiderio della salute dell'anime senza pena, però che la
pena terminò nella morte loro, ma none l’affecto della caritá. Anche, come
ebbri nel sangue dello inmaculato Agnello, vestiti della caritá del proximo,
passarono per la porta strecta, bagnati nel sangue di Cristo crucifixo, e
trovaronsi in me, mare pacifico, levati dalla imperfeczione, cioè dalla
insazietà, e giunti alla perfeczione saziati d'ogni bene.
Alto del documento
— Paulo dunque
aveva veduto e gustato questo bene quando lo el trassi al terzo cielo, cioè
nell'altezza della Trinitá, gustando e cognoscendo la veritá mia, dove egli
ricevette ad pieno lo Spirito santo e imparò la doctrina della mia Verità,
Verbo incarnato. Vestitasi l'anima di Paulo, per sentimento e unione, di me
Padre ecterno, come i beati della vita durabile, excepto che l'anima non era
separata dal corpo, ma per sentimento e unione; e piacendo alla mia bontá di
farlo vasello d'elleczione nell'abisso di me Trinitá ecterna, lo spogliai di
me, perché in me non cade pena, e Io volevo che sostenesse per lo nome mio; e
però gli posi per obiecto Cristo crucifixo dinanzi ad l'occhio dell' intellecto
suo, vestendoli el vestimento della doctrina sua, legato e incatenato con la
clemenzia dello Spirito santo, fuoco di caritá. Egli, come vasello disposto e
reformato dalla bontá mia, perché non fece resistenzia quando fu percosso,
anche dixe: «Signore mio, che vuogli tu che io faccia? Dimi quello che tue
vuogli che io faccia, e io el farò »; lo gliel'insegnai, quando gli posi Cristo
crucifixo dinanzi ad l'occhio suo, vestendolo della doctrina della mia Verità.
Illuminato perfectiximamente col lume della vera contrizione (colla quale
spense el difecto suo), fondato (160) nella mia carità, si vesti della dottrina
di Cristo crucifixo. E strinselo per si facto modo, siccome esso ti manifestò,
che giamai no gli fu tracto di dosso: né per tentazione di demonia, né per lo
stimolo della carne che spesse volte lo impugnava (lassato ad lui dalla mia
bontá per crescerlo in grazia e in merito, e per umiliazione, però che egli
avea gustata l'altezza della Trinitá); neanche per tribolazioni, né per veruna
cosa che gli avenisse, allentava el vestimento di Cristo crucifixo, cioè la
perserveranzia della doctrina sua, anche, piú strettamente se lo incarnava. E
tanto sello strinse, che egli ne die' la vita, e con esso vestimento ritornò ad
me, Dio ecterno.
Sicché Paulo avea provato che cosa era gustare
me senza la gravezza del corpo, facendogliele Io gustare per sentimento
d'unione, ma non per separazione.
Adunque, poi che fu
ritornato ad sé, vestito del vestimento di Cristo crocifixo, alla perfeczione
dell'amore che in me aveva gustata e veduta e che i santi gustano separati dal
corpo, gli pareva, el suo, impertecto. E però gli pareva che la gravezza del
corpo gli ribellasse, cioè che gl'impedisse la grande perfeczione della sazietà
del desiderio, che riceve l'anima doppo la morte. Onde la memoria gli pareva
imperfecta e debole, come ella è, per la quale debilezza e imperfeczione
gl'impediva di potere ritenere ed essere capace e ricevere e gustare me in
veritá con quella perfeczione che mi ricevono i santi. E però gli pareva che
ogni cosa, mentre che stava nel corpo suo, gli fuxe una legge perversa che
impugnasse e ribellasse contro allo spirito. Non di impugnazione di peccato,
però che giá ti dixi che lo el certificai dicendo: « Paulo, bastiti la grazia
mia »; ma di impugnazione che faceva di impedire la perfeczione dello spirito,
cioè di vedere me nell'essenzia mia, el quale vedere era impedito dalla legge e
gravezza del corpo. E però gridava: « Disaventurato uomo, chi mi dissolverebbe
dal corpo mio? ché io ho una legge perversa, legata nelle menbra mie, che
impugna contro allo spirito ». E cosí è la veritá: però che la memoria è
impugnata dalla imperfeczione corporale; lo intelletto è impedito e legato, per
questa grossezza del corpo, di non vedere me come (161 ) Io sono nell'essenzia
mia; e la volontà è legata, cioè che non può giugnere col peso del corpo a
gustare me, senza pena, Dio ecterno, per lo modo che decto t'ho. Sicché Paulo
diceva la veritá: che egli aveva una legge perversa legata nel corpo che
impugnava contro allo spirito. E così. questi miei servi, de' quali io ti
dicevo che erano giunti al terzo e al quarto stato della perfecta unione che
fanno in me, gridano con lui volendo essere sciolti dal corpo e separati.
Alto del documento
— Questi non
sentono malagevolezza della morte, però che n'hanno desiderio, e con odio
perfecto hanno facto guerra col corpo loro; onde hanno perduta la tenerezza che
naturalmente è fra l'anima e ‘l corpo: sicché, dato el botto all'amore
naturale, con odio della vita del corpo suo e con amore di me, desidera la
morte. E però dice: « Chi mi dissolverebbe dal corpo mio? Io desidero d'essere
sciolta dal corpo ed essere con Cristo ». E dicono ancora questi cotali col
medeximo Paulo: « La morte m'è in dexiderio e la vita impazienzia ». Però che
l'anima levata in questa perfetta unione desidera di vedere me e di vedermi
rendere gloria e loda. Onde, tornando poi alla nuvila del corpo suo, tornando,
dico, el sentimento nel corpo (el quale sentimento era tratto in me per affetto
d'amore, siccome lo ti dixi, cioè che tutti e' sentimenti del corpo erano
tratti per la forza dell'affetto dell'anima, unita in me piú perfettamente che
non è l'unione tra l'anima e ‘l corpo); traendo dunque ad me questa
unione (però che giá ti dixi che il corpo non era sufficiente a portare la
continua unione), lo mi parto per unione, ma non per grazia né per sentimento,
come nel secondo e terzo stato ti feci menzione, e sempre torno con piú
acrescimento di grazia e (162) con piú perfetta unione. Onde, sempre di
nuovo e con piú altezza e cognoscimento della mia veritá, torno, manifestando
me medeximo a loro. E quando Io mi parto, per lo modo detto, perché il corpo
torni un poco al sentimento suo, dico che per l'unione che Io avevo fatta
nell'anima, e l'anima in me, tornando ad sé, cioè al sentimento del corpo, è
impaziente nel vivere, vedendosi levata da l'unione di me, levandosi da la
conversazione degl' inmortali e trovandosi con la conversazione de' mortali,
vedendo offendere me tanto miserabilemente.
Questo è il
crociato desiderio che eglino portano vedendomi offendere da le mie creature.
Per questo e per lo desiderio di vedermi, l'è incomportabile la vita loro; e
nondimeno, perché la volontà loro non è loro, anco è fatta una cosa con meco
per amore, non possono volere né desiderare altro che quello ch' Io voglio.
Desiderando el venire, sonno contenti di rimanere, se Io voglio che rimangano
con loro pena, per piú gloria e loda del nome mio e salute de l'anime. Si che
in veruna cosa si scordano da la mia volontà, ma corrono con espasimato
desiderio, vestiti di Cristo crocifixo, tenendo per lo ponte della dottrina sua,
gloriandosi degli obrobri e pene sue. Tanto si dilettano quanto si veggono
sostenere; anco, nel sostenere de le molte tribulazioni, a loro è uno
refrigerio nel desiderio della morte, che, spesse volte, per lo desiderio e
volontà del sostenere mitiga la pena che essi hanno d'essere sciolti dal corpo.
Costoro non tanto
che portino con pazienzia, come nel terzo stato ti dixi, ma essi si gloriano,
per lo nome mio, portare molte tribolazioni. Portando, hanno diletto; non
portando, hanno pena temendo che el loro bene adoperare non el voglia
remunerare in questa vita, o che non sia piacevole a me il sacrificio de' loro
desidèri: ma sostenendo, permettendo lo' le molte tribolazioni, essi si
rallegrano, vedendosi vestire delle pene e obrobri di Cristo crocifixo. Unde,
se lo' fusse possibile d'avere virtú senza fadiga, non la vorrebbero, ché piú
tosto si vogliono dilectare in croce con Cristo e con pena acquistare le virtú,
che per altro modo avere vita etterna.
163
Perché? perché
sonno affogati e annegati nel Sangue, dove truovano l'affocata mia carità; la
quale caritá è uno fuoco, che procede da me, che rapisce il cuore e la mente
loro, acceptando el sacrificio de' loro desidèri. Unde si leva l'occhio de
l'intelletto specolandosi nella mia Deitá, dove l'affetto si notrica e si
unisce, tenendo dietro a l'intelletto. Questo è uno vedere per grazia infusa
che Io fo ne l'anima che in veritá ama e serve me.
Alto del documento
— Con questo lume,
il quale è posto ne l'occhio de l' intellecto, mi vidde Tomaso, unde acquistò
el lume della molta scienzia. Agustino, Ieronimo e gli altri dottori e sancai
miei, illuminati dalla mia veritá, intendevano e cognoscevano nelle tenebre la
mia veritá; cioè che la sancta Scriptura, che pareva tenebrosa perché non era
intesa, non per difetto della Scriptura ma dello intenditore che non intendeva.
E però Io mandai queste lucerne ad illuminare gli accecati e grossi
intendimenti. Levavano l'occhio de l'intelletto per cognoscere la veritá nella
tenebre, come detto è. E Io, fuoco acceptatore del sacrificio loro, gli rapivo,
dando lo' lume non per natura ma sopra ogni natura, e nella tenebre ricevevano
el lume cognoscendo la veritá per questo modo.
Unde, quella che
alora appareva tenebrosa, appare ora con perfectissimo lume a' grossi e a'
sottili di qualunque maniera gente si sia. Ogniuno riceve secondo la sua
capacità e secondo che esso si vuole disponere a cognoscere me, perch'Io none
spregio le loro disposizioni. Si che vedi che l'occhio de l'intellecto ha
ricevuto lume infuso per grazia sopra del lume naturale, nel quale i dottori e
gli altri sancai cognobbero la luce (164) nella tenebre, e di tenebre si
fece luce, però che lo 'ntellecto fu prima che fusse formata la Scriptura; unde
da l' intellecto venne la scienzia, perché nel vedere discerse.
Per questo modo
discersero e intesero e' sancti padri e profeti che profetavano de l’avenimento
e morte del mio Figliuolo. Per questo modo ebbero gli apostoli doppo
l’avenimento dello Spirito sancto, che lo' donòe questo lume sopra el lume
naturale. Questo ebbero evangelisti, doctori, confessori, vergini e martiri; e
tutti sono stati illuminati da questo perfetto lume; e ogniuno avutolo in
diversi modi, secondo la necessità della salute sua e della salute de le
creature, e a dichiarazione della sancta Scriptura. Si come fecero e' sancti
doctori, nella scienzia dichiarando la dottrina della mia Verità, la
predicazione degli appostoli, le sposizioni sopra e' vangeli de' vangelisti; e'
martiri, dichiarando nel sangue loro el lume della sanctissima fede, el frutto
e il tesoro del sangue de l'Agnello; le vergini, ne l’affecto della caritá e
purità; negli obedienti è dichiarata l’obedienzia del Verbo, cioè mostrando la
perfeczione de l'obedienzia, la quale riluce nella mia Verità, che, per
l’obedienzia ch' Io gl'imposi, corse a l’obrobriosa morte della croce.
Tutto questo lume
e' si vede nel vecchio e nel nuovo Testamento. Nel vecchio, le profezie de'
sancti profeti, fu veduto e cognosciuto da l'occhio de l'intelletto col lume
infuso per grazia da me sopra el lume naturale, come detto t'ho. Nel nuovo
Testamento della vita evangelica, con che è dichiarata a' fedeli cristiani? con
questo lume medesimo. E perché ella procedeva da uno medesimo lume, non ruppe
la legge nuova la legge vechia, anco si legò insieme; ma tolsele la
imperfeczione, perché ella era fondata solo in timore. Venendo el Verbo de
l'unigenito mio Figliuolo, con la legge de l'amore la compí, dandole l'amore,
levando el timore della pena e rimanendo el timore sancto. E però dixe la mia
Verità a' discepoli per dimostrare che Egli non era rompitore della legge: « lo
non so' venuto a dissolvere la legge, ma adempirla ». Quasi dicesse la mia
Verità a loro: — La legge è ora imperfetta, ma col sangue mio la farò perfetta,
e cosí la riempirò di quello che (165) ora le manca, tollendo via el timore
della pena e fondandola in amore e in timore sancto.
Chi la dichiarò che
questa fusse la veritá? El lume che fu dato ed è dato a chi el vuole ricevere
per grazia sopra el lume naturale, come detto è. Si che ogni lume che esce
della sancta Scriptura è uscito ed esce da questo lume. E però gl'ignoranti
superbi scienziati aciecano nel lume, perché la superbia e la nuvila de l'amore
proprio ha ricoperta e tolta questa luce: però intendono piú la Scriptura
licteralmente che con intendimento; e però ne gustano la lettera rivollendo
molti libri, e non gustano il merollo della Scriptura, perché s'hanno tolto el
lume con che è formata e dichiarata la Scriptura. Unde questi cotali si
maravigliano e cadranno nella mormorazione vedendo molti grossi e idioti nel
sapere la Scriptura sancta, e nondimeno sonno tanto illuminati nel cognoscere
la veritá come se longo tempo l'avessero studiata. Questa non è maraviglia
neuna, perché egli hanno la principale cagione del lume unde venne la scienzia.
Ma perché essi superbi hanno perduto el lume, non veggono né cognoscono la
bontá mia, né el lume della grazia infusa sopra de' servi miei.
Unde Io ti dico che
molto è meglio andare per consiglio della salute de l'anima a uno umile con
sancta e dritta coscienzia, che a uno superbo letterato studiante nella molta
scienzia, perché colui non porge se non di quello che elli ha in sé, unde, per
la tenebrosa vita, spesse volte el lume della sancta Scriptura porgerà in
tenebre. El contrario trovarà ne' servi miei, ché el lume che hanno in loro,
quello porgono con fame e desiderio de la salute sua.
Questo t'ho detto,
dolcissima figliuola mia, per farti cognoscere la perfeczione di questo unitivo
stato, dove l'occhio de l' intellecto è rapito dal fuoco della caritá mia,
nella quale caritá ricevono el lume sopranaturale. Con esso lume amano me,
perché l'amore va dietro a l' intellecto, e quanto piú cognosce, piú ama, e
quanto piú ama, piú cognosce. Cosí l'uno nutrica l'altro.
Con questo lume
giongono a l'etterna mia visione, dove veggono e gustano me in veritá, separata
l'anima dal corpo, si (166) come Io ti dixi quando ti contiai della beatitudine
che l'anima riceveva in me. Questo è quello stato excellentissimo che, essendo
anco mortale, gusta tra gl' inmortali. Unde spesse volte viene a tanta unione,
che a pena che egli sappi se egli è nel corpo o fuore del corpo, e gusta l'arra
di vita etterna si per l'unione che ha fatta in me e si perché la volontà è
morta in sé, per la quale morte fece unione in me, che in altro modo
perfettamente non la poteva fare. Adunque gustano vita etterna, privati de lo
'nferno della propria volontà, la quale dá una arra d'inferno a l'uomo che vive
a la volontà sensitiva, si come Io ti dixi.
Alto del documento
— Ora hai veduto
con l'occhio de l'intelletto tuo ed hai udito con l'orecchia del sentimento da
me, Verità etterna, che modo ti conviene tenere a fare utilitá, a te e al
proximo tuo, di dot trina e di cognoscere la mia veritá, si come nel principio
ti dixi che a cognoscimento della veritá si viene per lo cognoscimento di te:
non puro cognoscimento di te, ma condito e unito col cognoscimento di me in te.
Unde hai trovato umilità, odio e dispiacimento di te, e il fuoco della mia
caritá per lo cognoscimento che trovasti di me in te; unde venisti ad amore e
dileczione del proximo, facendo a lui utilitá di dottrina e di sancta e onesta
vita.
Anco t'ho mostrato
el ponte come egli sta, ed hotti mostrato e' tre scaloni generali posti per le
tre potenzie de l'anima; e come veruno può avere la vita della grazia se non
gli saglie tutti e tre, cioè che sieno congregati nel nome mio. E anco te gli
ho manifestati in particolare per li tre stati de l'anima figurati nel Corpo de
l'unigenito mio Figliuolo, del quale ti dixi che egli aveva facto scala del
Corpo suo, mostrandolo ne' (167) piei confitti, e ne l’apritura del lato, e
nella bocca dove gusta l'anima la pace e la quiete, per lo modo che detto è.
E botti mostrata la
imperfeczione del timore servile e la imperfeczione de l'amore, amando me per
dolcezza; e la perfeczione del terzo stato di coloro che sonno gionti a la pace
della bocca, essendo corsi con ansietato desiderio per lo ponte di Cristo
crocifixo, salendo e' tre scaloni generali, cioè d'avere congregate le tre potenzie
de l'anima, dove congrega tutte le sue operazioni nel nome mio, si come di
sopra ti spianai piú chiaramente; e de' tre scaloni particolari e' quali ha
saliti, passato dallo stato imperfetto al perfetto. E tosi gli hai veduti
córrire in veritá, e fattati gustare la perfeczione de l'anima con
l'adornamento delle virtú, e gl'inganni che riceve prima che gionga a la sua
perfeczione, se essa non essercita el tempo suo nel cognoscimento di sé e di
me.
Anco t'ho
dichiarata la miseria di coloro che vanno annegandosi per lo fiume, non tenendo
per lo ponte della dottrina della mia Verità, el quale Io vi posi perché voi
none annegaste; ma eglino, come matti, sono voluti annegare nella miseria e
puzza del mondo.
Tutto questo t'ho
dichiarato per farti crescere il fuoco del sancto desiderio e la compassione e
dolore della dannazione de l'anime, acciò che ‘l dolore e l'amore ti
costringa a strignere me con lagrime e sudori: con lagrime de l'umile e
continua orazione offerta a me con fuoco d'ardentissimo desiderio. E non
solamente per te, ma per molte altre creature e servi miei che l'udiranno.
Saranno costretti da la mia caritá (cosí insiememente tu e gli altri servi
miei) di pregare e strignere me a fare misericordia al mondo e al corpo mistico
della sancta Chiesa per cui tu tanto mi preghi.
Perché giá ti dixi,
se ben ti ricorda, che Io adempirei e' desidèri vostri dandovi refrigerio nelle
vostre fadighe, cioè satisfacendo a' penosi vostri desidèri, donando la
reformazione della sancta Chiesa di buoni e sancti pastori: non con guerra,
come Io ti dixi, né con coltello né crudeltá, ma con pace e quiete, lagrime e
sudori de' servi miei, e' quali v'ho messi (168) come lavoratori de ('anime
vostre e di quelle del proximo, e nel corpo mistico della sancta Chiesa. In
voi, lavorare in virtú: nel proximo e nella sancta Chiesa, in exemplo e in
doctrina, e continua orazione offerire a me per lei e per ogni creatura;
parturendo le virtú sopra del proximo vostro per lo modo che decto t'ho. Perché
giá ti dixi che ogni virtú e difecto si faceva e aumentavasi sopra del proximo.
E però voglio che
facciate utilitá al proximo vostro; e per questo modo darete de' fructi della
vigna vostra. Non vi ristate di gittarmi oncenso d'odorifere orazioni per
salute de l'anime e perch' Io voglio fare misericordia al mondo, e con esse
orazioni e sudori e lagrime lavare la faccia della sposa mia, cioè della sancta
Chiesa, perché giá te la mostrai in forma d'una donzella lordata tucta la
faccia sua, quasi come lebbrosa. Questo era per lo difecto de' ministri, e di
tucta la religione cristiana, che al pecto di questa sposa si notricano. De'
quali difecoi lo in un altro luogo ti narrarò.
Alto del documento
Alora quella anima,
ansietata di grandissimo desiderio, levandosi come ebbra si per l'unione che
era facta in Dio e sí per quello che aveva udito e gustato da la prima dolce
Verità, e ansietata di dolore della ignoranzia delle creature di non cognoscere
il loro benefactore e l'affecto della caritá di Dio (e nondimeno aveva una
allegrezza d'una speranza della promessa che la veritá di Dio aveva (acta a
lei, insegnandole el modo che ella dovesse tenere, ed ella e gli altri servi di
Dio, per volere che egli faccia misericordia al mondo); levando l'occhio de l’
intellecto nella dolce Verità dove stava unita, volendo alcuna cosa sapere
sopra de' decti stati de l'anima che Dio aveva a lei narrati, vedendo che l'anima
passa agli stati con lagrime; (169) e però voleva sapere da la Verità la
differenzia delle lagrime, e come erano facte, e unde procedevano, e il fructo
che seguitava doppo el pianto.
Volendo adunque
saperlo da la prima dolce Verità únde procedevano le decte lagrime, e di quante
fussero ragioni lagrime, perché la veritá non si può cognoscere altro che da
essa Verità, però dimanda la Verità. E nulla cosa si cognosce nella Verità che
non si vegga con l'occhio de l' intellecto, unde è bisogno, a chi vuole cognoscere,
che si levi con desiderio di volere cognoscere col lume della fede nella
Verità, aprendo l'occhio de ('intellecto con la pupilla della fede ne
l'obbiecto della Verità.
Poi che ebbe
cognosciuto, perché non l'era escito di mente la doctrina che le die' la
Verità, cioè Dio, che per altra via non poteva sapere quello che desiderava di
sapere degli stati e fructi delle lagrime, levò sé sopra di sé con grandissimo
desiderio oltre a ogni modo, e col lume della fede viva upriva l'occhio de l'
intellecto suo nella Verità etterna, nella quale vide e cognobbe la veritá di
quello che dimandava. Manifestandole Dio se medesimo, cioè la benignità sua,
conscendendo a l’affocato desiderio, adempiva la sua petizione.
Alto del documento
Alora diceva la
Verità prima dolce di Dio: — O dilectissima e carissima figliuola, tu
m'adimandi di volere sapere delle ragioni delle lagrime e de' fructi loro; e Io
non ho spregiato el desiderio tuo. Apre bene l'occhio de l'intellecto, e
mostrarocti, per li decti stati de l'anima che contiati t'ho, le lagrime
imperfecte fondate nel timore.
Ma prima, delle
lagrime degl' iniqui uomini del mondo. Queste sonno lagrime di dannazione.
Le seconde sonno
quelle del timore, di coloro che si levano dal peccato per timore della pena, e
per timore piangono.
170
El terzo è di
coloro che, levati dal peccato, cominciano a gustare me, e con dolcezza
piangono, e comincianmi a servire; ma, perché è imperfecto l'amore, è
imperfecto el pianto, si come Io ti narrarò.
El quarto è di
coloro che gionti sonno a perfeczione nella caritá del proximo, amando me senza
rispecto veruno di sé. Costoro piangono, e il pianto loro è perfecto.
El quinto è unito
col quarto: sonno lagrime di dolcezza gictate con grande suavità, si come di
socto distesamente ti dirò. Anco ti narrarò delle lagrime del fuoco, senza
lagrima d'occhio, per satisfare a coloro che spesse volte desiderano el pianto
e non el possono avere. E voglio che tu sappi che tucti questi diversi stati
possono essere in una anima levandosi dal timore e da l'amore imperfecto e
giognendo a la caritá perfecta e a l'unitivo stato.
Ora ti comincio a narrare delle dette lagrime
per questo modo.
Alto del documento
LXXXIX. De la
differenzia d'esse lagrime, discorrendo per li predecti stati dell'anima.
— Io voglio che tu
sappi che ogni 1agrima procede dal cuore, perché neuno membro è nel corpo che
voglia tanto satisfare al cuore quanto l'occhio. Se egli ha dolore, l'occhio el
manifesta; e se egli è dolore sensitivo, gitta lagrime cordiali che generano
morte, perché procedevano dal cuore, perché l'amore era disordinato fuore di
me; e perché egli è disordinato, però è con offesa di me e riceve mortale
dolore e lagrime. È vero che la gravezza della colpa e pianto è piú grave e
meno, secondo la misura del disordinato amore. Questi sonno quelli primi che
hanno lagrime di morte, de' quali Io t'ho decto e dirò. Ora comincia a vedere
le lagrime che cominciano a dare vita, cioè di coloro che, cognoscendo le colpe
loro, per timore della pena cominciano a piangere. Queste sonno lagrime
cordiali e (171) sensitive, cioè che, non essendo ancora al perfectissimo odio
della colpa commessa per l'offesa facta a me, levansi con uno cordiale dolore
per la pena che lo' séguita doppo el peccato commesso; e però l'occhio piagne
perché vuole satisfare al dolore del cuore.
Ed exercitandosi
l'anima a la virtú, comincia a perdere il timore, perché cognosce che solo el
timore non è sufficiente a darli vita etterna, si come nel secondo stato
dell'anima Io ti narrai. E però si leva con amore a cognoscere se medesima e la
mia bontá in sé, e comincia a pigliare speranza della misericordia mia, nella quale
il cuore sente allegrezza. Mescolato el dolore della colpa con allegrezza della
speranza della divina mia misericordia, l'occhio alora comincia a piangere: la
quale lagrima esce della fontana del cuore. Ma perché ancora non è gionta a la
grande perfeczione, spesse volte gitta lagrime sensuali. Se tu mi dimandi: —
Per che modo? — rispondoti: Perché la radice de l'amore proprio di sé non è
d'amore sensitivo (che giá v'è levato per lo modo decto), ma è uno amore
spirituale quando l'anima appetisce le spirituali consolazioni, delle quali
distesamente ti dixi la imperfeczione loro, o mentali o con mezzo d'alcuna
creatura amata di spirituale amore. Quando è privata di quella cosa che ama,
cioè delle consolazioni o dentro o di fuore (dentro, per consolazione che abbi
tracta da me; o di fuore, della consolazione che aveva dalla creatura), e
sopravenendo le temptazioni o persecuzioni dagli uomini, el cuore ha dolore: e
subbito l'occhio, che sente il dolore e la pena del cuore, comincia a piangere
d'uno pianto tenero e compassionevole a se medesima, d'una compassione
spirituale di proprio amore, perché non è ancora conculcata e annegata la
propria volontà in tucto. Per questo modo gitta lagrime sensuali, cioè di
spirituale passione.
Ma, crescendo ed
exercitandosi nel lume del cognoscimento di sé, concipe uno dispiacimento in se
medesima e odio perfecto di se medesima, unde traie uno cognoscimento vero
della mia bontá con uno fuoco d'amore, e comincia a unirsi e conformare la
volontà sua con la mia. E cosí comincia a sentire (172) gaudio e compassione:
gaudio in sé per l'affetto de l'amore, e compassione al proximo, si come nel
terzo stato Io ti narrai. Subbito l'occhio, che vuole satisfare al cuore, geme
nella caritá mia e del proximo suo con cordiale amore, dolendosi solo de
l'offesa mia e del dapno del proximo e non di pena né danno proprio di sé,
perché non pensa di sé, ma solo pensa di potere rendere gloria e loda al nome
mio; e con espasimato desiderio si diletta di prendere il cibo in su la mensa
della sanctissima croce, cioè conformandosi con l'umile, paziente e inmaculato
Agnello, unigenito mio Figliuolo, del quale feci ponte, come detto è.
Poi che cosí
dolcemente è ita per lo ponte, seguitando la doctrina della dolce mia Verità, e
passata per questo Verbo, sostenendo con vera e dolce pazienzia ogni pena e
molestia, secondo che Io ho permesso per la salute sua, ella virilmente l'ha
ricevute, none eleggendole a suo modo ma a mio; e non tanto che porti con
pazienzia, come Io ti dixi, ma con allegrezza sostiene. E recasi in una gloria
d'essere perseguitata per lo nome mio, pure che abbia di che patire. Alora
viene l'anima a tanto diletto e tranquillità di mente, che non è lingua
sufficiente a poterlo narrare.
Passata col mezzo
di questo Verbo (cioè per la doctrina de l'unigenito mio Figliuolo), fermato
l'occhio de l'intelletto in me, dolce prima Verità, veduta la cognosce, e
cognoscendo l'ama. Tratto l'affetto dietro a l' intelletto, gusta la Deitá mia
etterna, la quale cognosce, e vede essa natura divina unita con la vostra
umanità. Riposasi alora in me, mare pacifico. EI cuore è unito per affetto
d'amore in me, si come nel quarto unitivo stato ti dixi. Nel sentimento di me,
Deitá etterna, l'occhio comincia a versare lagrime di dolcezza, che drittamente
sonno uno latte che nutrica l'anima in vera pazienzia. Queste lagrime sonno uno
unguento odorifero che gicta odore di grande soavità.
O dilettissima
figliuola mia, quanto è gloriosa quella anima che cosí realmente ha saputo
trapassare dal mare tempestoso a me, mare pacifico, e impíto el vaso del cuore
suo nel mare di me, somma ed etterna Deitá ! E però l'occhio, ch'è uno (173)
condotto, s'ingegna, come egli ha tracto del cuore, di satisfarli; e cosí versa
lagrime.
Questo è quello
ultimo stato dove l'anima sta beata e dolorosa: beata sta per l'unione che ha
fatta meco per sentimento, gustando l'amore divino; dolorosa sta per l'offesa
che vede fare a me, bontá e grandezza mia, la quale ha veduta e gustata nel
cognoscimento di sé e di me, per lo quale cognoscimento di sé e di me gionse a
l'ultimo stato. E non è però impedito lo stato unitivo (che dá lagrime di
grande dolcezza), per lo conoscimento di sé, nella caritá del proximo, nella
quale trovò pianto d'amore della divina mia misericordia e dolore de l'offesa
del proximo: piangendo con coloro che piangono e godendo con coloro che godono
(ciò sonno coloro che vivono in carità, de' quali l'anima gode vedendo rendere
gloria e loda a me da' servi miei). Si che ‘l pianto secondo (cioè il
terzo) non impedisce l'ultimo, (cioè il quarto), Punitivo secondo; anco
condisce l'uno l'altro. Ché se l'ultimo pianto, dove l'anima ha trovata tanta
unione, non avesse tracto dal secondo (cioè dal terzo stato della caritá del
proximo), non sarebbe perfetto. Si che è di bisogno che si condisca l'uno con
l'altro, altrementi verrebbe a presumpzione, nella quale intrarrebbe uno vento
sottile d'una propria reputazione, e cadrebbe da l'altezza infino a la bassezza
del primo vomito. E però è bisogno di portare e tenere continuo la caritá del
proximo suo con vero cognoscimento di sé.
Per questo modo
nutricarà el fuoco della mia caritá in sé, perché la caritá del proximo è
tratta da la caritá mia, cioè da quello cognoscimento che l'anima ebbe
conoscendo sé e la bontá mia in sé, unde ella si vidde amare da me
ineffabilemente. E però con questo medesimo amore che vide in sé essere amata,
ama ogni creatura che ha in sé ragione; e questa è la ragione che l'anima si
distende, subbito che conosce me, ad amare il proximo suo. Unde, perché vidde,
l'ama ineffabilemente, si che ama quella cosa che vidde che lo piú amavo.
Poi cognobbe che a
me non poteva fare utilitá né rendermi quel puro amore con che si sente essere
amata da me; e però si pone a rendermi amore con quello mezzo che Io v'ho
posto, (174) cioè il proximo suo, che è quel mezzo a cui dovete fare utilitá
(si come Io ti dixi che ogni virtú si faceva col mezzo del proximo a ogni
creatura in comune e in particulare), secondo le diverse grazie ricevute da me,
dandovele a ministrare. Amare dovete di quel puro amore che Io ho amati voi:
questo non si può fare verso di me, perch' Io v'amai senza essere amato e senza
veruno rispecto. E però che v'ho amati senza essere amato da voi, prima che voi
fuste (anco l'amore mi mosse a crearvi a la imagine e similitudine mia), non el
potete rendere a me, ma dovetelo rendere alla creatura che ha in sé ragione,
amandoli senza essere amato da loro; e amare senza alcuno rispecto di propria
utilitá o spirituale o temporale, ma solo amare a gloria e loda del nome mio,
perché è amata da me. Cosí adempirete il comandamento della legge: d'amare me
sopra ogni cosa e il proximo come voi medesimi.
Bene è dunque vero
che a quella altezza non si può giognere senza questo secondo stato, cioè che
viene el terzo stato e il secondo a l'unione. Né, poi che è gionto, si può
conservare se si partisse da quello affecto unde pervenne a le seconde lagrime
decte; si come non si può adempire la legge di me, Dio etterno, senza quella
del proximo vostro, perché sonno due piei de l'affecto per cui s'observano e'
comandamenti e i consigli (si com'Io ti dixi) che vi die' la mia Verità, Cristo
crocifixo.
Cosí questi due
stati, de' quali è facto uno, notricano l'anima nelle virtú, crescendola nella
perfeczione delle virtú e de l'unitivo stato. Non che muti altro stato, poi che
è gionto a questo; ma questo medesimo cresce la ricchezza della grazia in nuovi
e in diversi doni e amirabili elevazioni di mente, si come Io ti dixi, con uno
cognoscimento di veritá che quasi, essendo mortale, pare immortale: perché’l sentimento
della propria sensualità è mortificato, e la volontà è morta per l'unione che
ha facta in me.
Oh, quanto è dolce
questa unione a l'anima che la gusta! che, gustandola, vede le segrete cose
mie, onde spesse volte riceverà spirito di profezia in sapere le cose future.
Questo fa la mia bontá, benché l'anima umile sempre le debba spregiare: (175)
none l'affecto della mia caritá che do, ma l'appetito delle proprie
consolazioni, reputandosi indegna della pace e quiete della mente, per
notricare la virtú dentro ne l'anima sua. E none sta nel secondo stato, ma
torna a la valle del conoscimento di sé. Questo le permecto, per grazia, di
darle questo lume acciò che sempre cresca, perché l'anima non è tanto perfecta
in questa vita che non possa crescere a maggiore perfeczione, cioè a
perfeczione d'amore. Solo el dilecto unigenito mio Figliuolo, capo vostro, fue
quello a cui non poté crescere alcuna perfeczione perché Egli era una cosa con
meco e Io con lui; l'anima sua era beata per l'unione della natura mia divina.
Ma voi, perregrini membri, sempre sète apti a crescere in maggiore perfeczione.
Non però ad altro stato, come decto è, poi che sète gionti a l'ultimo; ma
potete crescere quello ultimo medesimo con quella perfeczione che sarà di
vostro piacere, mediante la grazia mia.
Alto del documento
XC. Repetizione breve
del precedente capitolo. E come el demonio fugge da quelli che sono gionti a le
quinte lagrime. E come le molestie del dimonio sono verace via da giognere a
questo stato.
— Ora hai veduto
gli stati delle lagrime e la differenzia loro, secondo che è piaciuto a la mia
veritá di satisfare al desiderio tuo. Delle prime, di coloro che sonno in stato
di morte (di colpa di peccato mortale), vedesti che ‘l pianto loro
procede dal cuore generalmente, perché ‘l principio de l’affecto, unde
venne la lagrima, era corrocto, e però n'esce corrocto e miserabile pianto e
ogni loro operazione.
El secondo stato è
di coloro che cominciano a conoscere i loro mali per la propria pena che lo'
séguita doppo la colpa. Questo è uno comincio generale buonamente dato da me a'
fragili, che, come ignoranti, s'anniegano giú per lo fiume, schifando la
doctrina della mia veritá; ma molti e molti sonno quegli che conoscono loro senza
timore servile, cioè di propria pena, e vannosene chi, di subbito, con uno
grande odio di sé, per lo quale (176) odio si reputa degno della pena; alcuni
con una buona simplicità si dànno servire me, loro Creatore, dolendosi de
l'offesa che hanno facta a me. È vero che egli è piú apto a giognere a lo stato
perfecto colui che va con grandissimo odio che gli altri, bene che,
exercitandosi, l'uno e l'altro giogne; ma questo giogne prima. Debba guardare
l'uno di non rimanere nel timore servile, e l'altro nella tiepidezza sua, cioè
che in quella simplicità, non exercitandola, non vi s'intepidisse dentro. Si
che questo è uno chiamare comune.
El terzo e il
quarto è di coloro che, levati dal timore, sono gionti a l'amore e a speranza,
gustando la divina mia misericordia, ricevendo molti doni e consolazioni da me,
per le quali l'occhio, che satisfa al sentimento del cuore, piagne; ma perché
ancora è imperfecto, mescolato col pianto sensitivo spirituale, come decto è,
giogne, exercitandosi in virtú, al quarto, dove l'anima, cresciuta in
desiderio, uniscesi e conformasi con la mia volontà, in tanto che non può
volere né desiderare se non quel ch'Io voglio, vestito della caritá del
proximo, unde traie uno pianto d'amore in sé e dolore de l'offesa mia e danno
del proximo suo. Questo è unito con la quinta e ultima perfeczione, dove egli
si unisce in veritá, dove è cresciuto ci fuoco del sancto desiderio, dal quale
desiderio ci dimonio fugge e non può percuotere l'anima, né per ingiuria che le
fusse facta, perché ella è facta paziente nella caritá del proximo, non per
consolazione né spirituale né temporale, però che per odio e vera umilità le
spregia.
Egli è ben vero che
‘l dimonio da la parte sua non dorme mai, ma insegna a voi negligenti che
nel tempo del guadagno state a dormire. Ma la sua vigilia a questi cotali non
può nuocere, perché non può sostenere il calore della caritá loro né l'odore de
l'unione che ha facta in me, mare pacifico, dove l'anima non può essere
ingannata mentre che starà unita in me. Si che fugge come fa la mosca da la
pignacta che bolle, per paura che ha del fuoco: se fusse tiepida, non
temarebbe, ma andarebbevi dentro, benché spesse volte egli vi perisce,
trovandovi piú caldo che non si imaginava. E cosí diviene de l'anima prima
(177) che venga a lo stato perfecto: ci dimonio, perché gli pare tiepida,
v'entra dentro con molte diverse temptazioni; ma, essendovi ponto di
cognoscimento e di calore e dispiacimento della colpa, resiste, legando la
volontà, che non consenta, col legame de l'odio del peccato e amore della
virtú.
Rallegrisi ogni
anima che sente le molte molestie, perché quella è la via da giognere a questo
dolce e glorioso stato. Perché giá ti dixi che per lo conoscimento e odio di
voi e per conoscimento della mia bontá voi venivate a perfeczione. Veruno tempo
è che si conosca tanto bene l'anima se lo so' in lei, quanto nel tempo delle
molte bactaglie. In che modo? Dicotelo: sé conosce bene, vedendosi nelle
bactaglie e non si può liberare né resistere che non l'abbia; può belle
resistere a la volontà a non consentire, ma in altro no. Alora può conoscere sé
non essere: ché se ella fusse alcuna cosa per se medesima, si levarebbe quelle
che ella non vuole. Cosí per questo modo s'aumilia con vero conoscimento di sé,
e col lume della sanctissima fede corre a me, Dio etterno, per la cui bontá si
truova conservare la buona e sancta volontà che non consente, al tempo delle
molte bactaglie, ad andare dietro a le miserie nelle quali si sente molestare.
Bene avete dunque
ragione di confortarvi con la doctrina del dolce e amoroso Verbo, unigenito mio
Figliuolo, nel tempo delle molte molestie e pene, adversità e temptazioni dagli
uomini e dal demonio, poi che aumentano la virtú e fanvi giognere a la grande
perfeczione.
Alto del documento